Diritto di visita

Diritto di visita: l’ennesima sentenza in cui sono costretta a leggere questi termini che odio.

La Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, nell’ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937 stabilisce che non spetta alla Corte di legittimità (Cassazione stessa), bensì al giudice di merito (Tribunale o Corte d’appello) fissare le modalità di esercizio del diritto di visita del genitore, nel rispetto dell’interesse esclusivo del minore.

Vi tedio con un po’ di legalese….la pronuncia trae origine dall’impugnazione avverso la decisione con cui, il giudice di merito, aveva rigettato l’istanza proposta dal ricorrente (padre) per ottenere l’ampliamento del diritto di visita al figlio. La Corte territoriale (Corte di Appello) aveva respinto tale domanda in quanto, il regime proposto dal genitore, sarebbe stato troppo articolato e frammentario, perciò disfunzionale rispetto alle esigenze del figlio.

Nel ricorso proposto in Cassazione, il ricorrente lamentava che, nonostante era stato adottato il regime dell’affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre nascondeva di fatto, il regime di affido esclusivo, atteso che il genitore, poteva trascorrere con il figlio solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Suprema Corte risponde  rilevando che, la regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore. Inoltre, ha precisato che spetta al giudice di merito il potere di stabilire le concrete modalità di esercizio del diritto di visita, non sindacabili nel giudizio di legittimità.

La questione è puramente tecnica, di chi sia la competenza (corte territoriale o di legittimità) sulla determinazione del diritto di visita. Ma ciò che qui mi interessa sottolineare, e la cui sentenza mi ha dato spunto, per farlo, è la terminologia che purtroppo viene usata: diritto di visita.

Termine di un vecchio retaggio,  che nonostante una nuova legge (nuova, si fà per dire, sono passati più di dieci anni) la giurisprudenza fatica ad abbandonare. Il diritto di visita, infatti, poteva avere un senso prima dell’entrata in vigore della legge 54/06 (famosa legge sull’affidamento condiviso, fortunatamente entrata a far parte della nostra legislazione) laddove, innanzi ad un genitore che aveva un affidamento esclusivo l’altro aveva il diritto di vederlo, di fargli visita, nelle modalità stabilite, a seconda delle situazioni, dal giudice.

Ma nel momento in cui, una legge mi dice che, tranne in casi particolari e per presupposti ben precisi, la regola generale è quella dell’affidamento condiviso, vuol dire che, indipendentemente dal tempo che ciascuno genitore trascorre con i figli, determinato da diverse variabili, quali anche la logistica e la distanza, non ci sono genitori di serie A e genitori di serie B.

Entrambi i genitori hanno pari diritti e pari doveri.

Non c’è scritto da nessuna parte del codice che io genitore non “collocatario”, altra invenzione della giurisprudenza, devo far visita a mio figlio, o frequentarlo…..Ma sono genitore a pieno, come l’altro. Purtroppo sono i provvedimenti dei giudici che utilizzano tali termini, e che non fanno altro che aumentare la conflittualità, tra ex coniugi.

Se ci fossero provvedimenti più giusti, dove ogni parte si senta tutelata e garantita nei propri diritti, il conflitto diminuirebbe assolutamente.

L’art. 337 ter c.c. stabilisce, infatti, che il giudice adotta i provvedimenti relativialla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Anzi più in fondo nel medesimo articolo parla di tempi di permanenza  presso ciascun genitore.

La legge è fatta bene. Come spesso, accade, nel nostro paese abbiamo le migliori leggi che un Parlamento possa fare. Poi applicate male, anzi malissimo, o disapplicate purtroppo.

La legge 54/06 mette, infatti, sulla scorta anche della legislazione internazionale, in primo piano l’interesse preminente del bambino. E fin qui nulla quaestio. Stabilisce come, relativamente alle proprie risorse ogni genitore debba contribuire alla cura degli stessi. Stabilisce altresì, a seconda della situazione di quella specifica famiglia, i tempi di permanenza presso ciascun genitore. Cioè quanto tempo sta con uno e quanto con l’altro. Che dipenderà da tante cose. Dall’accordo degli stessi genitori, dal lavoro di ciascuno di essi. Dalla lontananza e via dicendo.

Ma non dal fatto che c’è un genitore privilegiato e un altro che semplicemente (sol perché è il padre ahimè) può semplicemente vederlo e fargli visita.

La legge non dice tu genitore privilegiato, il collocatario, tieni il figlio tot tempo e tu genitore non collocatario, lo visiti come io giudice decido. Stiamo parlando di figli e di genitori, di diritti inviolabili e costituzionalmente garantiti e all’uno e all’altro. Stiamo parlando di un  rapporto genitoriale ormai cambiato socialmente e antropologicamente.

La legge sull’affidamento condiviso, nasce, infatti, anche da un esigenza sociale che già da anni si sentiva esplodere. La società cambia, si evolve anche repentinamente a volte, e le leggi devono farlo con lei.

Il ruolo del padre e della madre sono totalmente cambiati: da una  parte, giustamente, la figura della madre, non più casalinga, che non è più necessariamente colei che sta a casa e che alla fine di un matrimonio può da sola continuare a prendersi cura dei figli. Ma anche lei adesso lavora e anche lei ha difficoltà prendersi cura dei propri figli. Dall’altra però abbiamo anche la figura dei padri, a essere cambiata, diversa dalla generazioni precedenti. Non più padri che portavano solo lo stipendio a casa e che non avevano mai cambiato un pannolino, e che non ci pensavano minimamente a farlo. Sono padri, questi, che hanno allattato, che hanno cambiato pannolini, che hanno fatto notti insonni insieme alla proprie compagne. Che portano i loro figli a scuola o al parco. E la fine di un  matrimonio non deve certamente interrompere tutto ciò.

Per questo la legge 54/06 parla per la prima volta di bigenitorialità. Due genitori con pari diritti e doveri nei confronti dei propri figli. Bigenitorialità  a parole, in una legge, secondo me ben fatta, ma disattesa totalmente dopo 14 anni dalla sua entrata in vigore. Il discorso ovviamente è complesso e non mancherà occasione di approfondirlo. Ma quanta rabbia  mi viene quando leggo sulle ordinanze o ancor peggio su sentenze questi termini frequentazione, diritto di visita.

Dietro l’utilizzo di questi termini, costruiti dalla giurisprudenza, si nasconde la palese volontà di non volere applicare, nella sua massima interpretazione la legge sull’affidamento condiviso, rimanendo ancorati a retaggi culturali inutili e anacronistici. E lo dico da donna e da madre, consapevole di essere la parte privilegiata. E altrettanto svilita e frustrata da professionista, non potendo far riconoscere a pieno quei diritti sacrosanti che una legge riconosce ai padri. 

E mi metto, in tal senso,  nei panni di quei padri, che per colpa assolutamente di tanti altri, che in passato, ma non solo, assenti e latitanti, non chiedono altro che di continuare a fare il padre così come lo facevano durante il matrimonio. Che il fatto che non amino più la propria compagna o moglie non vuol dire che non amino più i loro figli. E al dolore si aggiunge il dolore di non poter vivere più quella quotidianità, quei piccoli momenti dei loro figli e con i loro figli, ma frequentarli nonostante una legge, apparentemente, gli riconosca il diritto di essere genitore a tutti gli effetti.

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Manuale di diritto di famiglia

Separarsi: paura di rimanere soli

“Ma io lo amo ancora. Non voglio separarmi”.

E mentre mi racconta la sua storia, la sua vita. Lui che la ignora da anni. Lui che lavora per la maggior parte del tempo fuori, all’estero. Lui che dorme ormai sul divano….penso a come faccia ancora ad amarlo. Mi chiedo per quanto tempo si riesce ad amare per due. Fino a quando l’amore soltanto di uno può bastare ad un matrimonio. Per quanto tempo ancora devi fingere che tutto vada bene e avere paura.

Lo ami ancora? o ami l’idea che avevi di lui, del vostro rapporto, del vostro matrimonio. Idea che ormai non c’è più, che non esiste più. Pensi veramente di amare ancora lui…ma hai mai amato te stessa?

Hai mai pensato di amare te stessa? Ami ancora lui o hai una grandissima paura di rimanere sola? Una grandissima paura di pensare di non potercela fare. Senza capire che sono anni che sei sola. Perché dovresti meritarti questa vita? Un marito o una moglie che non ti ama. Che non ti ama più. Che torna a casa si mette le cuffie e non ti parla. Perché dovresti rimanere incastrata in questa vita. Perché pensi di meritarti questa vita?

E tu sei distrutta. Perché ti ha detto che vuole separarsi! Ti senti come se ti fosse crollato il mondo addosso, nonostante sai che sono anni che va avanti questa storia. Preferisci stare lì in quel limbo di purgatorio piuttosto che rimetterti in gioco e dimostrare alla vita che anche da sola puoi farcela. Che vali indipendentemente dalla persona che ti è stata fianco anche per anni.

Amati!

Così il mio appuntamento si trasforma, come sempre per la prima parte, in una specie di seduta di psicoterapia. Ma serve per allentare la tensione. E’ una signora cinquantenne. Dopo 25 anni di matrimonio il marito ha deciso di separarsi. O almeno così le ha comunicato lui. Il mio primo incontro tendo a farlo sembrare più una chiacchierata. Cerco di mettere il cliente a proprio agio. Mi invento psicoterapeuta appunto.

Arriva persa spaesata, terrorizzata quasi. Le dico di prendersi tutto il tempo che vuole. Di iniziare da dove vuole, di iniziare a raccontarmi quello che vuole. La cosa peggiore è che capisco, percepisco, che si sente in colpa ad essere lì. Forse lui ancora non è andato dall’avvocato e lei, lei che non vuole separarsi, lei che lo ama ancora invece, è in quello studio, a parlare con me, con un’avvocato. Quasi ad un certo punto sento vorrebbe scappare.

Le spiego che il fatto che sia lì non vuol dire che vuole separarsi. Che ha fatto bene a venire, perché sapere a cosa va incontro,  quali possono essere le alternative, le può dare la sicurezza per affrontare la situazione. Che non deve sentirsi in colpa. Le spiego anche (la psicoterapeuta) che non si può rimanere attaccati in un rapporto se l’altro non vuole più starci. Le spiego (l’avvocato) che se una parte vuole separarsi l’altra parte non lo può impedire: non  funziona alla Beautiful “il divorzio non te lo darò mai!!!!”   e spunta finalmente un sorriso su quel bel viso triste e addolorato. Tanto vale quindi sapere di che morte morire e non avere nessun senso di colpa.

Una volta è venuto un cliente, che avevo già seguito per altre cose e mi dice: “mia moglie mi ha detto che vuole separarsi” “e quindi?” rispondo io. “Che devo fare?” mi dice lui. Gli spiego che ha fatto bene a venire e a cercare di capire cosa potrebbe succedere da lì in poi. Gli chiedo però  se lui vuole separarsi. E lui mi dice no. “Io stavo così bene. Non avevo capito nulla” ( come sempre succede per gli uomini…cascono tutti  dal pero!!!!! ). Sono giovani, sposati da pochi anni, hanno un bambino, lui ha cresciuto anche il figlio di lei e lo adora come fosse il suo. Era luglio e allora gli dico: “fai una cosa torna a casa, cerca di riconquistare tua moglie e a settembre ne riparliamo”

Poi a settembre è tornato e si sono separati comunque. Abbiamo fatto una negoziazione abbastanza tranquilla e dopo qualche mese già stavano entrambi con altre persone.

E’ quindi giusto, giustissimo riprovarci. E io sono la prima a spingere a farlo se ci sono i presupposti. Ma poi il senso di colpa è la prima cosa che si deve elaborare. sia per la parte che decide di separarsi si per la parte che “subisce” .

Il primo passo è sicuramente quello di chiedere una consulenza ad un avvocato di fiducia, per sapere come affrontare questa nuova situazione. Il che non vuol dire definire di volersi separare, né essere l’artefice della stessa. Come sempre la consapevolezza e la conoscenza delle cose ci dà una maggiore maturità e sicurezza nell’affrontare tutto anche le nostre paure.

separarsi

Il tempo poi è fondamentale. Io non metto mai fretta. Una coppia ha bisogno di tempo. La separazione è un lutto e come tale deve essere elaborato. Sono fermamente convinta nella negoziazione assistita. La materia di famiglia è una materia così delicata, complessa e personale che, con tutto il rispetto che ho per la magistratura, non dovrebbe essere demandata ad un giudice, che con tutta la buona volontà e sensibilità che può avere (quando c’è), in udienza si ritrova a dover decidere il destino di due persone, spesso di un’ intera famiglia, con un mondo dietro. Un mondo di vissuto, di emozioni, non facilmente spiegabili. Ma questo è un altro punto.

A causa della mancanza di tempo, inteso come dedizione, spesso si arriva a una giudiziale.

Un accordo è sempre possibile

O quasi. Ha bisogno di tempo e di maturazione. Una famiglia viene sconvolta da una separazione, viene messa totalmente a soqquadro. Un buon accordo deve essere equilibrato, capito, metabolizzato, digerito a volte. Ma per fare ciò ci vuole tempo, pazienza e collaborazione. Da parte di tutti. In primis dai professionisti che seguono le parti.

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Il rientro dalle vacanze

Capitolo secondo.
E dopo la traversata rientri a casa…addobbata ancora a festa…E almeno fino al weekend, (quando si spera, forse, avrai il tempo per smontare gli addobbi) tutta casa saprà ancora di natale….perché l’ albero poi è attaccato alla ciabatta della TV e della  play… perciò se accendi  quello accendi tutto….e allora qualche altro giorno di lucine dai. Che male non fa!
Anche i regali quest’anno all’insegna dell’ecologia!!!!

Ma ripiombi anche nella tua piena, anzi pienissima, vita stressata, con effetto coccole di mamma già svanito allo scarico dell’automobile/hummer, rimpinzato per le feste, ma con tanti buoni propositi per il nuovo e anno. E allora SI INIZIA…
Il ricominciamento inizia anche dal punto di vista fisico non solo mentale. Gli antichi non sbagliavano:

mens sana in corpore sano

Nulla di più vero.

Sentirsi bene con il proprio corpo ti fa sentire bene tutta. Piu forte. Alzarsi la mattina, guardarsi allo specchio e dirsi quanto sono figa/figo. E’ tutta un’ altra storia. Ma non perché sei la pupona rifatta e tutta tirata, che sembrano tutte uguali ormai…ma perché sei tu. Bella dentro e fuori. Con una gran voglia di vivere e di conquistare il mondo. E questa tua bellezza che diventa sicurezza che diventa fascino, gli altri la percepiscono….e sei vincente. E allora sì, non ce n’è per nessuno. Puoi fare ogni cosa. Ma la prima a crederci devi essere tu. Perché se non sei tu per prima a crederci. A credere in te, come puoi pensare che lo facciano gli altri?


E allora si inizia o, almeno per me, si continua, ma con più costanza e determinazione.
1 giorno di lavoro…che già il giorno dopo il viaggione è da panico…. tisana detox.

2 Giorno. Sole. Non hai scuse. Si riparte. CORSA.

Mentre parto, nonostante la musica inizio a pensare…mi piace pensare: Non so in effetti se succede a tutti, quando penso, è come se leggessi un libro, scritto benissimo, un capolavoro. Che pensi, lo hai appena pensato scrivilo. E invece no. Non è così immediato. Mentre penso le parole scorrono come un fiume, se prendo la penna in mano un po’ meno. La mia mente scrive e scrive e scrive. E allora mentre inizio a correre, penso già a questo articolo. Penso alla foto fatta in ufficio mentre prendo la tisana…

Obiettivo 7 km

Ad un certo punto inciampo ma non cado (cosa normale nella mia città visto lo stato dei marciapiedi!) e un vecchietto mi ferma, mi dà da parlare. Camminiamo un po’ insieme. Mi parla. Mi chiede cosa faccio….anche sua figlia è avvocato, forse la conosco…e poi mi dice “ti do un consiglio che ti farà stare bene” ed io ascolto…lui che parla di come è dimagrito, di come si mantiene in forma. Il segreto? Acqua calda e limone. Perchè l’acqua calda scalda e il limone disinfetta. Perchè noi abbiamo bisogno di calore, umano e non. E io mi sto congelando perché il sole sta calando, sono sudata e ferma con quel freddo…ma lo ascolto e “mi raccomando” mi dice alla fine. “tanta acqua calda!!!!”

Riprendo la corsa ormai in chiusura, troppo tempo ferma. Ma non importa è stato bello parlare con Italo. Rido, anzi sorrido. Perché qualche minuto prima pensavo alle tisane da proporvi e qualche minuto dopo incontro questo signore che avrebbe potuto non fermarmi o avrebbe potuto raccontarmi e parlarmi di tutto altro. E penso che fino a qualche mese fa queste cose, anche se banali, non mi sarebbero successe, perché quando hai questa energia positiva e pura attorno a te tutto l’universo sembra si muova solo ed esclusivamente in un unica direzione: dove tu vuoi andare!
E allora grazie a Italo. Questo nuovo anno lo iniziamo riscaldando il nostro corpo e il nostro cuore, con tanto calore: tanta acqua calda e tanto amore!


Poi doccia e super relax, mi metto il tutone pensando di poter lavorare tranquilla a casa…e invece all’ultimo mi ricordo di avere un appuntamento…..e quindi corri in studio…e con la tuta…tanto per una volta si può fare ….ma questa sono io…..stonata…. e questa è un altra storia… !!!!

Lasciare la propria Terra

Sono ormai 15 anni che succede, anche più volte l’anno a volte, ed ogni volta è sempre uguale. Lasciare la tua terra e tornare però a casa. Si Perché dopo tanti anni in fondo la tua casa è da un’altra parte. Ma la tua Terra è sempre la tua Terra. E quando mi chiedono di dove sono, soprattutto, se a chiedermelo è un ‘altra persona del sud dico sempre: “sono terrona come te”. Si, perché questa parola, che hanno voluto imbruttire, alla quale hanno voluto dare un’ accezione negativa, di suo non ha proprio nulla di negativo.

Essere terrone, significa sicuramente avere un legame con la terra, perché ci si riferiva all’essere contadini. E’ cosa c’è di più bello che coltivare la terra? se poi è splendida e dà dei meravigliosi frutti come la nostra. Dove sta scritto che il lavoro in campagna è più umile del lavoro in fabbrica? Il lavoro è lavoro.

L’essere TERRONE però è, soprattutto, essere attaccato alla propria terra, alle proprie origini. E nessuno più di noi lo è. Lo dimostra il fatto che per questo natale, per tornare al sud, ragazzi e lavoratori hanno organizzato un pullman Milano – Catania affrontando ore di viaggio pur di ritornare a casa a dispetto del caro biglietti!

Natale al sud

Quando senti parlare la Mannino o Casa Surace, se non sei terrone, non puoi capire fino in fondo l’essenza di quello che è “Il natele al sud”,“Il pacco” (questo merita un post a parte. Perchè il pacco è un’arte). Perche se scendi giù a casa, ci sono le tappe obbligate che oltre a quelle dei parenti, sono: in pole position Granita con briosce (per noi di Catania ovviamente) soprattutto se è estate, ma anche se inverno la granita te la mangi, che poi devi aspettare mesi. Seconda tappa Arancino e tavola calda…e carne di cavallo (sempre per noi catanesi: mi dispiace ma in questo battiamo tutto il resto della Sicilia) e poi giù di lì a pranzi e pranzetti perché devi assaggiare tutto e perchè soprattutto… sei SCIUPATA!

granita catanese
tappa 1

In questo Teresa Mannino insegna. Ma si, io lo so, che quando lo diceva al teatro… se poi era a Milano figurati, ridevano si per questa parola buffa “sciupata” , ma solo chi è sicula come me e lei sa che dietro questa parola c’è un mondo che ti catapulta indietro alla tua infanzia….e non solo. Che quando andavi dai parenti, per bambine come  noi (magre) ero scontato sentirselo: “Biiii che sei sciupata” .

E qui mi tocca aprire una digressione. Si perchè sono magra come Teresa Mannino (o forse lo ero prima) ma soprattutto ovunque vado, ad un certo punto mi si dice…….:”ma assomigli a quell’ attrice……a quella comica….si parli uguale, stesso accento… Come si chiama, aspe…” ed io: “Si Teresa Mannino” e poi: ” Ma io sono bionda, sono normanna, lei è scura, lo dice pure lei che al parco la scambiavano per la zingara che aveva rubato la figlia, ma soprattutto io sono Catanese e lei è ……palermitanaaaa”.

E al di là della sana rivalità da sempre esistente, per tutto …sempre in competizione, per la serie: voi avete la sede della Regione ma noi abbiamo Ikea ….Ma mi puoi scambiare l’accento catanese con quello palermitano?? Pure sull’arancino, tanto ci vogliamo differenziare, che dopo anni di lotte,  si è dovuta esprimere la Crusca, se si dicesse Arancino o Arancina. E ovviamente abbiamo vinto noi. Ma non importa perché quando passi lo stretto non sei più, catanese, palermitano, messinese o agrigentino: sei SICILIANO. E orgoglioso di esserlo. Perché quando, sentendo il mio accento, dopo 15 anni più morbido, ma ancora ben saldo,  mi chiedono : “ di dove sei?“ io non dico mai Catanese, ma Siciliana. Poi se passi la Lucania non sei più siciliano, sei terrone. E orgoglioso di esserlo!

Ma dov’ero rimasta….mi sono persa un pò….Ah si….. a SCIUPATA…..e quella parola ti ricorda che tutte le volte appunto che andavi a trovare i parenti, non c’era un a volta, che soprattutto la zia Giovanna (perché tutti hanno una zia Giovanna), non diceva.”Miiiii che sei sciupata!” e a mia madre : “Ma ci runi a mangiari a sta piciridda??” (ma ci dai a mangiare a questa bambina…). E mia madre tutte le volte a rispondere di sì. Ora voi vi immaginate che la zia Giovanna era bella pasciuta e in carne. E invece no. Era la più sciupata delle sciupate. E si arrogava il diritto di dire a me! Quindi immaginate le altre zie, quelle più pasciute che non si limitavano a dirtelo, ma a pranzo ti rimpinzavano per benino.

E adesso che hai trent’anni, quarant’anni, e sciupata magari non lo sei, ma la mamma te lo dice sfregandosi le mani: “ora che stai qui, ci penso io a te, in questi giorni a farti mangiare. Che poi sù lo so , che tra lavoro, casa bambini figurati se pensi a mangiare……” E tu infondo un po’ sciupata ti senti, perché stanca lo sei e le coccole della mamma per qualche settimana te le prendi tutte!!

E quindi…. evvaiiii! E arrivi agli ultimi giorni in cui succede che alla fatidica frase:” che prepariamo a pranzo”? Perchè ci sono gli asparagi che ha raccolto papà, gli ho congelati a posta eh … ma ci sono pure i funghi che ha portato Alfio dalla montagna…li ho conservati a posta. Qual è il problema? Oggi facciamo due primi così assaggiate tutto. E poi stasera facciamo le fave. Si perché io (e mia sorella) con annessa famiglia siamo le uniche che le fave fresche le mangiamo solo ad agosto. Tutti gli altri, gente normale mangia le fave a maggio. Noi invece no. Noi ad Agosto. Perché papà le coltiva da sempre nel giardino di casa. E come le nostre non ce ne sono. E, raccolte, primizie, cucinate, e congelate, in estate ci aspettano, per la serata “fave” e a volte pure “piselli”. E poi c’è sempre l’ultima spiaggia. Va bè te li cucino e te li porti. Così per una settimana stai apposto. E tu, per quella stessa filosofia “sei sciupata quindi ti coccolo” te le prendi e te le porti tutte…. pure che avessi un Hummer mamma e papà tranquilla che la macchina te la riempiono fino a esplodere…per la serie la chiudi ora e la riapri a casa.

lasciare la propria terra

Lasci un pezzo di cuore. Tutte le volte. Non solo perché, lasci mamma e papà, sempre soli, e sempre più anziani, ma lasci tutti questi odori, sapori, che non sono un fatto di panza, sono sentimenti, emozioni che ti porti dentro. Che cerchi di addentare, ancora sul traghetto, con l’ultimo morso alla pizzetta, comprata sotto casa, (e tutte le  cose che mamma ti ha infilato, in macchina, anche di nascosto), sperando che quel sapore ti rimanga dentro a lungo, perché è sapore di casa.

Si iniziaaaaaaa

Iniziamo dall’inizio. Neofita dell’informatica mi accingo a capirci qualcosa di blog, vlog, wordpress e Seo etc etc …che parono solo parolacce, ma non lo sono.  Sono termini informatici ormai di uso comune!!!

Uso la tecnologia perché ormai è fondamentale. Non ne puoi fare a meno….E’ utile, è veloce, è smart! Adesso ho anche un buon rapporto con essa…diciamo. Prima quando mi avvicinavo a un pc per poco non esplodeva. Avevamo proprio reciproca antipatia. Energia non negativa. Negativissima!

il mio rapporto con la tecnologia prima

Finalmente diciamo che tra le mie amiche riesco a fare anche la figa…quella che sa sempre tutto, e anche con le  colleghe…ma gioco facile. Non sono io competente, sono loro che ne capiscono meno di meno. Però vi dicevo ormai uso la tecnologia anche e soprattutto per il lavoro…..sono, diciamo, un legale moderno……ah si perché non ve lo avevo ancora detto sono un avvocato…!!!

Comunico con i clienti via mail, via whatsapp. Mi mandano documenti, foto, via smartphone, e pure gli audio! Almeno ti eviti le infinite e lunghe telefonate e ti senti sti audio mentre sei in macchina con l‘auricolare, mentre torni dal Tribunale. Perché vaglielo a spiegare che mentre sei in udienza magari l’audio di 10 minuti non lo puoi sentire!!

Quando ancora vedo i miei colleghi poco più grandi di me, ancorati al loro studio e alle loro scrivanie, che prendono un appuntamento con il cliente, lo fanno venire in studio, lo fanno attendere nella super sala d’attesa, per la consegna  di un documento, mi sembra solo un modo per giustificare le loro esose parcelle!

Sia chiaro, non è che il contatto con il cliente non mi piace, anzi. Per me è fondamentale. Una empatica come me. Ma dopo il primo contatto, il legame di fiducia che a vista si crea, cerco di snellire tutte le procedure il più possibile e rendere la vita più facile a tutti. Non si può certo pensare che la nostra professione possa essere svolta ancora come 50 anni fa. Tutto si evolve. Tutto scorre. Panta rei…..eh si……il  mio filosofo preferito. Eraclito. Perché nulla è per sempre. Tutto cambia, si evolve e noi dobbiamo cambiare con lui.

E’ nei cambiamenti che troviamo uno scopo

Eraclito
io
Io

Mi sono persa come sempre…stavamo parlando che io neofita, mi accingo a creare un blog. E non ho la più pallida idea di come si faccia, da che parte cominciare. Ma ovviamente altri blogger, miei colleghi, (ho già il diritto di chiamarli così? No assolutamente no.) Altri blogger esperti mi vengono quindi in aiuto, e provo a studiare il settore. Primo step: acquistare un dominio e un hosting. Per acquistarlo bisogna dargli un nome. Il dominio non è altro che l’indirizzo. Come chiamarlo? Tutti consigliano di dare un nome che indichi il tema del blog, cosa scriverai, cosa venderai. Ma io voglio fare tante cose….legate da un tema comune, certo. Ho già un progetto, una struttura. Non c’è una parola chiave che possa rappresentare il tutto.

Non c’è una parola chiave che possa rappresentarmi!!!

Allora penso a quello che voglio da questo blog. A cosa mi aspetto da questo blog. Magari non sarà subito intuitivo, ma piano piano imparerete a conoscermi. Lo spero. E allora www.hounagranvogliadivivere.com.

Ho voglia di fare tante cose, di dire tante cose. Ricomincio da qui io. Ma ricominciate da qui anche voi. E poi come se la strada fosse quella giusta, continuo a leggere il libro di una donna che ha ricominciato, che si è reinventata, ottenendo un enorme successo, e che anche lei in settori diversi ha aiutato tante donne, e anche lei inizia a parlare di “ricominciamento” allora penso: è la strada giusta…..

Voglio creare un blog in materia legale, ma diverso, divertente, ma allo stesso tempo competente e professionale. Dove l’argomento trattato, se pur partendo dal diritto si guardi intorno a 360 gradi a tutte le problematiche che coinvolgono, che vi parli di me, che parli di voi.

Scrivere mi è sempre piaciuto. Appassionata alla lettura, avrei voluto scrivere come le mie scrittrici preferite. Ma mi dicevano che non ero tanto brava. Il prof al liceo, non correggendomi nulla di sintassi e di grammatica, e non avendo altro da dire, mi diceva che avevo una scrittura nervosa!!! Ma si può? E io ci impazzivo su sta cosa, perché i  migliori scrittori sono quelli che portano se stessi nella loro scrittura e io se evidentemente ero nervosa, come voleva che avessi la scrittura!?Guarda un pò che quasi quasi ero io da premio Nobel? e  nessuno mi capiva….!!!!!!Povera incompresa, ah ah ah.

Comunque avete capito quindi che non ho intrapreso la carriera da scrittrice. Ma ho scritto spesso, su riviste articoli giuridici e anche quando scrivo gli atti spesso mi rendo conto di avere un po’ una prosa romanzata, ma ancora nessun giudice mi ha richiamata per questo, magari in mezzo a tanti atti noiosi con i miei si diverte un po’!

E adesso approdo qui in questa nuova avventura, dove la scrittura, il diritto, il sapere, la conoscenza dell’animo umano si fonderanno!

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Benvenuto 2020

benvenuto 2020

Eccoci qua, tutti a nanna, e finalmente un po’ di silenzio tutto per me…..Ancora le luci dell’albero di natale che illuminano lo schermo. Copertina, calzettoni. Un bel calice di vino rosso avrebbe fatto più figa ma è ormai mezzanotte e con copertina e calzettoni ci sta meglio una bella camomilla!!! Mi sono alzata nei giorni scorsi e mi sono detta: Ho una gran voglia di vivere. Nulla è perduto. Devi fare qualcosa. Qualcosa di nuovo. Dai concentrati puoi farcela! Poi ho pensato che per il cambiamento non serve andare lontano.

Il cambiamento inizia dentro di noi. Parte da noi. E’ noi.

Le cose poi non arrivano mai da sole, e proprio mentre mi facevo queste domande, dopo mesi e mesi di letture solite e noiose mi sono arrivati per caso, come in questi casi spesso accade due libri che mi hanno aperto la mente e il cuore. “La vita inizia dove finisce il divano” di Veronica Benini Spora, di cui poi vi racconterò.

dove e come inizia il cambiamento

E “Ho una gran voglia di vivere”, appunto, di Fabio Volo. Allora pensavo a questa mia gran voglia di vivere, nonostante tutto, a questa voglia di ricominciare. E proprio mentre lo pensavo iniziavo a leggere del ricominciamento della Spora. E pensavo che non serve andare lontano….basta guardare quello che hai. Quello che sai, e cercare di sfruttarlo, in maniera diversa. Ma io cosa so fare? Boooooooooh! (Il grande Boh, altro grande libro, di Jova, che mi ha segnato, ai tempi dell’Università).

cambiamento: una gran voglia di vivere
8 dicembre 2019 Libreria Borri presso Stazione Termini Roma. Frecciarossa Tour

So fare tante cose in effetti, ma cose normali, che fanno tutte. Le mie competenze? Beh qualcosa la sai….dai sforzati…pensa. Poi le parole iniziano ad affollare la mie mente, come sempre, iniziano a fare a pugni nella mia mente. Mille pensieri. A volte mi sembra che il cervello mi scoppi, mi va a tremila. Spesso me lo dicono….. sto in silenzio, mentre ascolto, e mi sento dire: “ Quante cose ti stanno frullanno in quella testolina”, soprattutto gli uomini….ehh sapessi. Mille pensieri! Poi mi viene in mente il cartone di Trilly. Ogni fata aveva un talento, ma non un talento di quello da super eroe, una cosa che sapeva fare bene solo lei e che le altre non sapevano fare. Ognuno di noi in effetti ha un dono, un talento appunto, basta scoprire qual è. Ma per talenti non devono intendersi solo quei talenti speciali che solo in pochi hanno. Quelli ci sono è chiaro, e sono rari: i premi Nobel, le medaglie olimpiche, i record del mondo. Ma ognuno di noi ha qualcosa da poter dare  e donare agli altri, e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Ci sono persone che basta solo un loro sorriso per far girare bene la giornata. Ci sono persone che ti sanno ascoltare davanti a un caffè e ti fanno sentire meno solo e meno triste. E questi altro che talenti. Sono doni, e rari, altrettanto quanto un premio Nobel. E che spesso sottovalutiamo.

E allora quando capisci di averlo un dono, non lo sprecare e sfruttalo al massimo. Soprattutto mettilo al servizio degli altri, e soprattutto di te stessa

Ora vi chiederete. Qual è il mio talento? Beh, quello che sono. Quello che ho sempre fatto. Quello sono diventata grazie alla mia vita. E così ho pensato perchè non unire tutte le mie competenze e le mie passioni e fare quello che  mi piace anche per gli altri? Fare sempre il mio lavoro, ma in modo più libero, più divertente più a 360 gradi e arrivare a tutti, donne e non. E poi ho pensato a un blog. Non so neanche come. Anche qui le mie idee, il mio istinto si è intrecciato, con il libro della Spora….e allora ho detto se lo ha fatto lei….che è una gran figa ovviamente e una donna ingambissima, però perchè non provarci anche io…..certo aprire un blog, che ideona!!!! Direte, lo fanno tutti al giorno d’oggi. E sembra pure a me. Non è certo una novità ormai nel 2019/2020. E quindi!? ………………..Amo le sfide. Penso che se si ha qualcosa da dire non è mai inutile. Proviamo? Seguitemi e lo scopriremo insieme.

E allora iniziamo questo 2020 con una nuova avventura, quale modo migliore per iniziare il nuovo anno???