Il festival delle donne

Lo hanno chiamato il festival delle donne. In parte come sempre con i riflettori puntati sulle Bellezze chiamate a scendere, nella loro maestosità, quelle famose scale, che tanto timore incutono. Giustamente (sfido chiunque a scendere quelle scale così lucide e apparentemente, e non solo, scivolose, con tacco 15!!!!). Quindi un primo plauso solo per questo. Ma in parte è stato, anche, inaspettatamente visto le premesse, sicuramente nuovo/innovativo con donne parlanti. Donne oltre che bellissime, con uno loro profilo professionale e di un certo spessore.

Finalmente donne non solo lì, su quel palco, per sfilare magnificenti abiti firmati da griff famose, e far parlare di sé il giorno dopo solo per la loro mis, ma per dire qualcosa. E qualcosa lo hanno detto e pure di bello, profondo ed emozionante.

Che sia stata una trovata degli autori per mettere riparo alle c….precedenti, forse, chissà. Ma anche se fosse, alla fine non importa. E’ anche umano sbagliare, o a volte essere superficiali. Ma se si ha il buon senso di capire l’errore e metterci riparo, va bene uguale, anzi, ben venga.

Per cui se si sono trattati temi come il femminicidio, la violenza sulle donne e la disparità delle donne è stato certo un atto bello, politicamente corretto. Che è meglio parlarne che non parlarne. Ma il problema sta proprio lì. Che non se ne dovrebbe neanche parlare. Che se si è costretti a parlarne lì su quella vetrina, è perché è un emergenza. E non lo dovrebbe essere.

E non mi riferisco solo al monologo di Rula Jebreal. Bellissimo. Toccante. Vissuto. Perchè lo percepisci quando quello che stai raccontando lo hai vissuto e arriva inevitabilmente dritto al cuore di chi ti sta ascoltando. O forse perchè chi ti ascolta, in parte in quelle parole, si riconosce. Le ha vissute, una volta, 100, 1000, chi tutti i giorni. Non importa. E ti senti meno sola.

Perchè non c’è una sola donna che nella vita non abbia subito una molestia. Anche lieve, anche banale, anche se non lo è mai banale. Che lì per lì non ci dai peso. Dici va bè i soliti maschi stupidi. Perché se sei in una biblioteca, e hai 16 anni, e fai uno sguardo di troppo a un ragazzo, non ti aspetti che, ti segua per strada e ti tocca il sedere. Ti aspetteresti che ti fermi e ti chieda il numero di telefono. Che se sei per strada ed hai un vestito sopra il ginocchio, puoi aspettarti un fischio, un sorriso, non un apprezzamento volgare da far rivoltare lo stomaco. Che se stai entrando in ascensore, il tuo capo, o pseudo capo non ti salga addosso……O se dopo una settimana di lavoro, vieni mandata via, pensi che non hai fatto abbastanza, non hai dimostrato abbastanza, e non che eri troppo bella e i maschi dell’azienda si sarebbero distratti con te…..Tutto questo è una molestia.

E la cosa peggiore di tutto questo, e che noi donne, la prima cosa che ci chiediamo è: cosa ho fatto? Lo sguardo era troppo eccessivo? il vestito troppo corto? Ho mandato dei segnali, che non dovevo mandare…? Gli animali mandano dei segnali. Gli uomini hanno la ragione a distinguerli. Dovrebbe prevalere questa. Non l’istinto. Ci mettiamo subito in discussione noi. Perché la colpa è nostra. Sempre nostra. Perchè così ci hanno inculcato millenni di storia. Perché se il marito è un adultero seriale la colpa è della moglie che non lo soddisfa e delle amanti che lo seducono. Non sua. Se è la donna a tradire il marito è una poco di buono.

Ma se siamo noi donne le prima ancora a colpevolizzarci a giustificare sempre, come possiamo pretendere che non lo facciano gli altri? Il primo passo, più complicato, per un a donna che denuncia è superare il senso di colpa. Quando una donna capisce e ha preso consapevolezza che la colpa di tutto quello che è successo non è sua, è pronta per iniziare il percorso più difficile della sua vita.

Che se Laura Chimenti, bravissima e bellissima giornalista (e anche se suona meno bene, ho scritto appositamente prima bravissima e poi bellissima) ha scritto una tenera lettera alle figlie, per tutte le volte che ha fatto tardi o che si è persa qualche loro evento, perché ha dovuto scegliere tra loro e il lavoro; così come altrettanto spesso, anzi spessissimo, ha dovuto scegliere o rinunciare a opportunità di lavoro per loro. E che se è lì, alla direzione del tg1, è inutile che lo neghiamo, ha faticato quattro volte in più di uomo e ha dovuto dimostrare tre vote in più il suo valore. Che se è lì a dover chiedere scusa alle sue figlie, come le altre migliaia di donne che lavorano…beh… ne abbiamo ancora tanta di strada da fare.

Che un uomo non si sarebbe mai sognato di dire quelle parole. Perché un uomo, un padre, che si è perso la recita del figlio, è solo un uomo che lavora, che fa un lavoro importante. Una donna è una madre poco brava, poco attenta. Ehhh quella lavora…..certo che suo figlio viene a scuola con un capello fuori posto. Che solo noi donne ci sentiamo tremendamente in colpa se siamo a lavoro e abbiamo lasciato i nostri figli e ci sentiamo altrettanto in colpa e frustrate se siamo con i nostri figli e abbaimo lasciato il lavoro. Perché solo a noi donne ci si obbliga a dover scegliere. Perché un uomo non sceglie.

Ma se ci sentiamo in colpa forse è perché anche gli altri ci fanno sentire sbagliate. Perché se il rientro a casa è una subdola e silenziosa accusa, anche silente… dovresti fare la madre, e la dovresti fare pure bene. Perchè se tuo figlio poi va male a scuola la colpa ovviamente è tua e del tuo lavoro. O di te, perchè se anche ci sei non sei adatta. E farti sentire tutti i giorni una madre sbagliata. Anche quella è una violenza che ferisce più di uno schiaffo.

Ma non sono solo gli uomini sbagliati. Gli uomini sono uomini. Ci sono uomini buoni e uomini cattivi. Ci sono uomini amorevoli, generosi e altruisti e altrettanti uomini egoisti, insensibili e violenti. E’ il sistema sbagliato. E’ il sistema attorno che li autogiustifica, li autoproclama. Perché se innanzi ad un ragazza violentata ancora si fa la domanda “ma tu cosa stavi facendoMa tu perché eri lì a quell’ora ” “ma tu perché avevi bevuto un bicchiere di troppo” ….l’uomo carnefice è colpevole, ma il sistema attorno lo è altrettanto, se non di più.

Perchè io donna dovrei essere libera di uscire, anche sola e di notte. E di bere se ne ho voglia. Essere libera anche di corteggiare un uomo, di flirtare con uomo e poi dire anche no.

E innanzi l’ennesima donna uccisa dal marito, dal compagno, il sottotitolo è: ma lo voleva lasciare, ma lei aveva un altro. E leggi su una testata nazionale non di poco conto: lui suicida accasciato sul corpo di lei appena freddato “quasi a volerla proteggere…..” . Proteggerlaaaaaaaa??????????? Proteggerla da chi, da cosa!? Da se stesso. Dalla sua follia omicida. Dal suo senso di possesso. O mia o di nessun altro!? Se la voleva proteggere non la uccideva!!

Beh, mettetemi la lettera scarlatta, incolpatemi di adulterio, anche se non è più un reato (dichiarato costituzionalmente illegittimo solo nel 1969) ma non uccidetemi. Perché se volevo lasciare quell’uomo forse è perchè da quell’uomo volevo liberarmi, forse volevo vivere. Forse volevo vivere e libera. Non volevo morire.

La bellezza della gentilezza

Lunedì mattina. Ore 10.00. Corridoio del Tribunale di Roma, 4° piano XII sezione. Attendo i colleghi (Avvocatura dello Stato e Assicurazione, quindi tutto un programma…!!!) per fare udienza. Siamo i quarti. Poco male. Al centro degli immensi corridoi ci sono dei tavoli, alti, per poter scrivere o poggiare i fascicoli, in piedi ovviamente. Io che come al mio solito invado, tutto il tavolo…pratica, cappotto, telefono. Di fronte a me dall’ altra parte del tavolo un collega. Lo avevo visto solo arrivare, ma non lo avevo guardato più di tanto.

Venendo in metro, ascoltavo musica. Mi sono ridata al rock serio…perciò avendo in testa questa musica, mi ritrovo ad un tratto a canticchiare, sotto voce. Lui si gira. Mi guarda, un pò, un po’ tanto, stranito. Io lo guardo, sorrido: “stavo cantando!!!!” Lui si rigira sempre stranito, quasi arrabbiato, mi era parso, come se i miei sussurri lo avessero disturbato dalla sua impegnata lettura. Io mi infastidisco e penso: siamo arrivati a questo. Che invece di sorridere davanti a una persona che sta canticchiando. Poi lascia stare che oggi ero particolarmente fascinosa. O almeno mi sentivo tale io. Quindi vale doppio. Per cui solo che ti sorrido ti si dovrebbe sistemare la giornata…..tu che fai? Quasi ti inc…??? Ma mentre io facevo queste considerazioni…lui mi guarda e mi sorride: “e che non siamo neanche più abituati a cotanta bellezza!” “E’ vero.” rispondo io . “Siamo talmente abituati solo a brutture, che quando accade qualcosa di gradevole, quasi ci destabilizza. Poi metti che è pure lunedì, mattina, che riesco a cantare  mi ci vorrebbe solo un premio!” dico io e lui sorride ancora.

E lo vedo che mi guarda stupito come se fossi un aliena…ma divertito….Mi segue: io che entro in aula, dopo tre secondi riesco, incurante del Giudice che mi guarda, perché avevo dimenticato il cellulare in corridoio! Insomma un po’ fuori di testa sembro…e in tutti questi movimenti continua a guardarmi divertito….io lì, in mezzo a tutti bacchettoni compiti, compreso lui, e miss perfettine non dormo la notte per non rovinare i boccoli, (o forse si staccano la testa e la poggiano sul comodino?…me lo sono sempre chiesto!), con la mia aria sognatrice e scanzonata (o così forse appaio), con i miei fluenti e spettinati capelli e pure il rossetto rosso (oggi), forse un pò aliena sembro…Poi ovviamente a fine udienza mi ha dato il suo biglietto da visita…ma non è questo il punto. E poi non era proprio il mio tipo!

Però è vero. Verissimo. Siamo così abituati. E con abituati intendo in senso letterale che spesso tolleriamo tutto, come se fosse normale: maleducazione, poca gentilezza, anche cattiveria a volte. Che la regola homo homini lupus est di Hobbes la fa da padrone. E di contro non siamo più abituati a un sorriso, a una parola gentile, una delicatezza, che quando accade ci sembra una stranezza.

Siamo sempre presi dalle nostre cose. Non guardiamo più in faccia nessuno. Tutti a testa in giù. Come se tutto il mondo fosse dentro quella scatola di pochi cm. Spesso anche io, non lo nego, soprattutto, in metro o in treno, sto con il telefono o con un libro in mano. Ma a volte mi piace anche guardare. Certo attualmente lo spettacolo che ti si presenta innanzi, di solito, non è dei migliori: tutti questi esseri che guardano una scatoletta, tutti a testa in giù. Da far rigirare nella tomba Charles Darwin. Altro che evoluzione della specie…involuzione della specie!

Mi piace guardare. Guardare le persone, cogliere gli sguardi. Pensare o immaginare, le storie che ci sono dietro ognuno di loro. Spesso ci perdiamo dietro i nostri egoistici interessi, perdendoci l’occasione di scambiare un sorriso, una parola. Con chi potrebbe essere solo un estraneo e rimanere tale, e chi invece potrebbe entrare nella tua vita e rimanerci per sempre. Ma non lo sapremo mai se rimaniamo a testa in giù.

Perchè fuori c’è un mondo da scoprire, da conoscere. Proprio davanti ai nostri occhi. Che possiamo toccare. Che sì, a volte può essere pure crudele e ci fa più comodo nasconderci dietro a uno schermo per proteggerti ma a volte è altrettanto, se non di più, meraviglioso!

E allora sì, sarò sembrata oggi un’ aliena al Tribunale di Roma, ma  l’ aver strappato un sorriso, a una persona, e magari averlo fatto riflettere, e fatto iniziare la giornata, con un po’ di gentilezza, …è stata, e dovrebbe sempre essere,  una cosa bellissima.

Sono questi piccoli gesti che riempiono la vita e cambiano il mondo.

Quello che facciamo noi è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo, l’oceano avrebbe una goccia in meno.

Madre Teresa di Calcutta 

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