Kintsugi: l’arte dell’imperfezione

“L’imperfezione ha da sempre consentito continue mutazioni di quel meraviglioso e quanto mai imperfetto meccanismo che è il cervello dell’uomo. Ritengo che l’imperfezione sia più consona alla natura umana che non la perfezione.”

Rita Levi Montalcini

Kintsugi. La leggenda narra che l’ottavo shogun del Giappone, Ashikaga Yoshimasa, intorno al XV sec., disperato per la rottura in mille pezzi della sua tazza preferita, la inviò in Cina per farla riparare. L’oggetto tornò a casa rattoppato in maniera orribile, cucito con filo di ferro. I ceramisti giapponesi, vista la delusione e lo sconforto del loro shogun, decisero allora di provare a ripararla, utilizzando la lacca urushi (derivata dalla pianta autoctona Rhus verniciflua) che ha forte potere adesivo, unendola con farina di riso per incollare i cocci della tazza, e di decorare con polvere d’oro, riempiendo così le crepe: il risultato fu bellissimo.

kintsugi. l'arte del riparare e impreziosire

Una tazza nuova, un’opera d’arte, bellissima nella sua imperfezione, arricchita, oltre che dall’oro, dalla sua storia. Nacque così l’arte del Kintsugi letteralmente kin, oro e tsugi, riunire, riparare, ricongiunzione. L’arte del kintsugi non è solo una tecnica ma una filosofia: anche da una crepa può nascere bellezza.

kintsugi, riempire le crepe con oro
Dall’imperfezione e dalle ferite può nascere in realtà la vera perfezione, sia estetica che interiore.

Alcuni studiosi l’ hanno chiamata “l’arte di abbracciare il danno”, nella quale non bisogna vergognarsi o nascondere le ferite, piuttosto valorizzarle. Un oggetto restaurato con l’arte kintsugi racchiude in sé la bellezza della rottura che lo rende unico e irripetibile: una volta riparato ha una storia nuova da raccontare, ne serba il ricordo ed è di quelle ferite che parla. Le sue fratture diventano preziose, arricchite e riempite dal metallo prezioso per eccellenza, l’oro, ovvero l’esperienza. La rottura non rappresenta quindi la fine dell’oggetto, ma un nuovo inizio.

kintsugi

Così anche per noi. Le ferite che ci portiamo inevitabilmente dietro possono essere fonte di rinnovamento e di esperienza. Il nostro vissuto che per quanto doloroso, a volte, è sempre fonte di arricchimento. Quell’esperienza che ci rende più forti e combattivi, più di prima. Migliori, più belli e quindi preziosi, proprio come i vasi. La resilienza, che ci dà la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di ricostruirci rimanendo positivi e cogliendo le opportunità che la vita offre, nonostante tutto.

In un epoca in cui la bellezza e la perfezione sono il motore della società. In cui le fragilità devono essere nascoste innanzi la perfezione e la imbattibilità. In un epoca in cui le sofferenze e le cicatrici non piacciono a nessuno, essere consapevoli del proprio IO più profondo con le sue imperfezioni e fragilità, diventa fondamentale e liberatorio. Non nascondiamoci più dietro inesistenti perfezioni e bellezze, forse perfette, ma artefatte.

imperfezione bellezza

Arricchiamoci del nostro vissuto, anche se doloroso

Non c’è niente di più bello di una persona che rinasce. Quando si rialza dopo una caduta, dopo una tempesta e ritorna più forte e bella di prima. Con qualche cicatrice nel cuore sotto la pelle, ma con la voglia di stravolgere il mondo anche solo con un sorriso.” 

Anna Magnani

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La terrà tremò e la Sicilia si destò

Oggi ho tolto la bandiera dell’ Italia ed ho appeso un lenzuolo bianco. Simboli diversi ma con lo stesso significato: ci siamo, non ci arrendiamo, non dimentichiamo.

lenzuola bianche per cortei
Lenzuola bianche al posto di cortei

Era il 23 maggio 1992 ore 17.57, nei pressi di Capaci, 1000 kg di tritolo fecero esplodere un tratto dell’autostrada A29. Non mi ricordo dov’ero. Era un sabato pomeriggio, di un giorno di primavera inoltrato, in Sicilia, forse giocavo in giardino. Ma mi ricordo il 19 luglio di quello stesso anno. Era domenica. (“La mafia uccide solo d’estate” e ….nei week end… evidentemente!!!) e questa volta era estate…il caldo torrido del luglio siciliano. Mi stavo preparando per andare a trovare i nonni e la TV stranamente era accesa e subito la notizia arrivo su tutte le reti nazionali…

È da quel giorno che i loro nomi sono una cosa sola. Insieme come nella vita, uniti, a lottare contro un nemico comune. FALCONE e BORSELLINO. Se nomini uno viene fuori inevitabilmente l’ altro.

Falcone e Borsellino

Da quel giorno tutto cambiò. Se il 23 maggio ci aveva sconvolti il 19 luglio ci rendemmo conto che eravamo in guerra. E dovevamo difenderci stavolta. Non potevamo più subire silenti. Capimmo che non si poteva morire per difendere la libertà e la propria terra. Io ero piccola, diciamo, stavo finendo la terza media, gli eventi sociali e politici a quell’età ti sfiorano ma non ti toccano, ma da quel giorno anche la mia percezione cambiò. Invece di sentire solo ed esclusivamente bollettini di guerra ai telegiornali locali, con continue stragi e uccisioni, con quei nomi che ormai erano familiari, a furia di sentirli, tutti nomi di boss mafiosi, uccisi, latitanti, arrestati si iniziò a sentire il popolo, il cittadino qualunque, che finalmente diceva BASTA. Quel fenomeno che fino a un momento fa infondo ti sembrava non ti toccasse, a te che venivi da una famiglia normale e perbene, adesso doveva interessarti.

Il miracolo che questi eroi nel nostro secolo hanno fatto non è stato quello di sconfiggere la mafia. Quella probabilmente non si sconfiggerà mai del tutto, come tutte le criminalità. Ma è stato quello di destare un popolo. Un popolo che in silenzio conniveva suo malgrado da sempre. Ne “La mafia uccide solo d’estate“film di esordio di PIF (Piefrancesco Diliberto) si respira questo cambiamento, che un non siciliano forse non riesce ad afferrare. L ‘esistenza di una cosa, che non aveva neanche un nome, (perchè la mafia non esiste, molti dicevano e se non gli dai un nome alle cose e come se non esistessero), era presente in tutto il tessuto sociale, in maniera diversa e differenziata. Perché mafia è anche girarti dall’altro lato e fare finta di nulla. Mafia è non ribellarsi e sopportare perché tanto loro sono più forti di te e devi soccombere.

Il miracolo di questi eroi non è stato quello di sconfiggere la mafia ma la mentalità mafiosa. E come la storia insegna:

Le più grandi rivoluzioni sono quelle di pensiero.

La mentalità mafiosa che ci pervadeva tutti indistintamente, come una consuetudine atavica e radicata per cui si era sempre fatto così. Che non era solo chiedere la raccomandazione, in cambio di voti, ma era andare in un ufficio pubblico ed avere quanto ti spettava, e prima degli altri, se conoscevi qualcuno o pagavi in qualche modo. Che se eri ricoverato in ospedale pagavi gli infermieri per farti trattare meglio, e al dottore oltre la visita, che già pagavi, gli facevi pure un regalo, così per gentilezza. Insomma noi siciliani non sapevamo di avere dei diritti. Abituati ad essere sempre sopraffatti storicamente da tutti non sapevamo di avere dei diritti da vantare e che gli altri erano obbligati a farlo, perché stavano facendo solo il loro dovere e il loro lavoro.

Si iniziaro a scardinare tutti i tasselli di un castello, costruiti in decenni di storia mafiosa. Era possibile, o comunque doveroso e giusto dire no a tutte le prepotenze e le sopraffazioni della mafia. Era possibile dire basta, iniziando dalla coraggiosa moglie, affranta dal dolore, di Vito Schifani, Rosaria, che in una cattedrale gremita “osò” dire: “Io vi perdono, ma vi dovete inginocchiare” all’impetuoso rimprovero che, a distanza di un anno, echeggiò nella Valle dei Templi, di un Giovanni Paolo II arrabbiato come non mai: “Convertitevi. Un giorno verrà il giudizio universale“. La Chiesa che per la prima volta prendeva una posizione e si esponeva.

La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Paolo Borsellino

Ed è quello che accadde.

I mafiosi, infatti, nel progettare l’assassinio dei due magistrati, non avevano messo in conto un elemento: quel che ciò avrebbe provocato nella società. L’insegnamento di Falcone e di Borsellino, il loro esempio, i valori da loro manifestati, è come se con la loro morte tutti noi, soprattutto giovani, ci siamo sentiti in obbligo nei loro confronti di esserne eredi.

Si iniziò così a parlare di mafia e di tutti quegli eroi rimasti nell’ombra per troppo tempo che avevano combattuto, inascoltati (Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano, Rocco Chinnici, Peppino Impastato, Don Pino Puglisi…) Ed è solo grazie a tutti loro che oggi nelle scuole si parla di legalità e si sensibilizza a dire NO.

giornata della legalità

Ed per questo che oggi come tutti gli anni si ricorda, per non dimenticare e per trasmettere alle generazioni future, perchè il sacrificio di questi eroi non sia stato vano. Oggi, ai tempi del coronavirus, in un modo diverso e più speciale non potendo fare cortei e appendendo lenzuola bianche al balcone!

Le rinunce delle donne

Dicembre. Tribunale di Roma. Convegno avvocati.

Il convegno è finito, stranamente sono una delle prime a firmare l’uscita. Serena e soddisfatta mi accingo fuori. Un attimo prima di varcare la soglia del cancello, incrocio una donna, una mamma, trafelata, che corre con il suo bambino a seguito, che tiene per mano. Il bambino le dice:” E’ finito?!!” e lei: “Si, si è finito, corri, corri.”

Immagino che si stia preoccupando di dover mettere la firma per l’uscita. Io la vorrei tranquillizzare, dicendole di non preoccuparsi, che ci sono ancora tanti colleghi, che avrebbe avuto tutto il tempo. Ma lei un fulmine…non ne ho il tempo.

Dapprima sorrido. Poi mi rattristo. Immagino che durante il convegno, la mamma/avvocato abbia guardato freneticamente l’ora. Poi ad un certo punto si sia allontana, per andare a prendere il figlio a scuola. E’ anche fortunata, probabilmente, non è neanche troppo distante, la scuola. Quindi facendo due conti, riuscirà ad arrivare in tempo a scuola, prendere il pupo, per poi ritornare per la fine del convegno e mettere la firma della presenza. Vita di noi mamme. Routine. Salti mortali per riuscire a incastrare tutto. Cercando poi di non sfigurare e non perdere mai la professionalità, dietro a quei capelli spettinati. Risultato: fatichiamo il doppio per ottenere spesso la metà.

Il mio primo giorno di consulenza a Roma, ero appena scesa dal treno, quando mi chiama l’asilo, per dirmi che mio figlio, lasciato da neanche un ora, aveva vomitato. Volevo morire. Non mi ricordo neanche a quale santa (di amica) mi rivolsi quella volta. Non mi ero, quindi, stupita che fosse una donna e che non un solo collega maschio aveva probabilmente dovuto affrontare la medesima acrobazia.

Mi accingo quindi a tornare a casa, rincuorata del fatto che ho superato ormai la fase critica, e ricordandomi tutta la stanchezza che avevo addosso come fosse ieri ma iniziando a correre anche io, perchè avevo ancora un treno da prendere per iniziare le mie di acrobazie, pomeridiane.

In treno ripenso al convegno: simulazione di negoziazione assistita. Molto interessante rispetto ai soliti seminari teorici, per una volta un pò di pratica, stessa questione analizzata con due approcci di negoziazione differenti e con evidenti conclusioni differenti.

Anche lì, coppia in crisi, oggetto del contendere, tra le altre cose, il mantenimento di lei. La donna infatti, laureata, aveva rinunciato alla sua carriera, per dedicarsi alla famiglia e poter dare al marito la possibilità di affermarsi nella sua di carriera. Adesso che lui è un uomo affermato e benestante la vuole lasciare per un altra. Pertanto il legale della signora chiede un mantenimento, e un equa ricompensa, per le opportunità perse e per non avere potuto crearsi una carriera lavorativa per i motivi detti.

Ripensavo però all’approccio, sbagliato e al punto di partenza, sbagliato: la monetizzazione delle proprie rinunce. Una donna che ha una sua preparazione e una sua competenza, ma per motivi di famiglia ha rinunciato alla propria carriera, non vuole un mantenimento vuole delle opportunità.

E allora perchè in questa fase di separazione non riequilibrare i rapporti e non parlare solo di soldi, come se le rinunce fin lì fatte non fossero state abbastanza ma parlare di opportunità, di possibilità, di rinunce fatte e “l‘ormai non esiste” e ricominciare?

Sul treno sto leggendo Ho una gran voglia di vivere

Il libro che tutti gli uomini dovrebbero leggere, per capire ciò che non capiscono mai e che tutte le donne dovrebbero leggere per capire di non essere sole.

La storia di una coppia in crisi, in cui si ripercorrono tutte le loro fasi, dalla conoscenza, all’innamoramento alla stabilità. Poi arriva lui: il pupo e tutto cambia. O meglio tutto cambia per LEI. Il copione è sempre lo stesso. Entrambi architetti affermati, lui ritorna a lavoro, lei rimane a casa ad accudire il figlio.

E qui si innescano tutte le dinamiche esplosive che la maternità crea dentro di noi donne. Da un parte siamo estasiate da quel piccolo essere che prima era dentro di noi e adesso e tra le nostre braccia ed è tutto nostro. Dall’altro devi confrontarti con il tuo corpo che già nei nove mesi precedenti è cambiato e che non riconosci più, e non lo riconoscerai per molto tempo ancora. La stanchezza poi che ti sovrasta, il tuo essere ma non essere. Vivi in funzione di lui, mangi, dormi, ti lavi e vai in bagno, quando lui te ne da la possibilità . E ti guardi allo specchio……. e quella donna figa tacco 12, che vagamente ti ricordi, non credi sia mai esistita!

In questo momento la differenza la fanno gli aiuti e la sensibilità attorno a te. Da quante più persone ti sosterranno e quanto più il tuo uomo avrà la capacità nel giusto modo di starti accanto. Più sarai sola, o ti sentirai sola, e più difficile sarà. E utilizzo il termine sentirti, perchè è probabile che avrai uno stuolo di suocere e mamme e amiche che si avvicenderanno a casa, ma non vuol dire che sapranno aiutarti e ti sentirai ugualmente sola.

Poi inizia la fase in cui vuoi ricominciare a vivere. E pensi che il lavoro, sia il modo giusto. Ma non sai che i sensi di colpa ti affliggeranno, che forse diminuiranno, in maniera proporzionale a l’ aumentare dell’età del pupo….non pensando che quando lui sarà all’università, tu forse sarai in età da pensione… (va beh troppo ottimista….?????in Italia…!!!!! l’ho buttata lì così !!!! ). Perchè quando sei a casa ti sentirai una fallita, tu con la tua laurea e il tuo master, a dover parlare con un essere che ti fa solo sogghigni e le tue relazioni sociali sono pari a zero e vorresti essere chissà dove, e quando sarai a lavoro, ti sentirai in colpa e vorresti catapultarti da quell’esserino che sa di borotalco.

E così…è il mondo di noi mamme, spesso costrette a fare rinunce o scelte, ostinandoci, a volte, a voler conciliare tutto, nonostante le difficoltà, e riuscendo a dimostrare di saperlo anche fare dopotutto, a stare in riunione in tailleur tacco 12 e poco dopo, magari con un travestimento furtivo in macchina, in tuta sugli spalti a tifare per tuo figlio. Multitasking non è un termine informatico è un termine “mammescho” esistente già ai tempi delle caverne…..l’uomo doveva fare una cosa:cacciare; la donna tutto il resto!!!!!

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Fase 2: il contagio della fiducia

CONTAGIO E FIDUCIA. Parto da qui: un mio caro amico, qualche giorno fa, avendo visto per la prima volta il mio blog e avendo letto la mia homepage, mi ha scritto ” non è vero che il nome del sito poco c’entra, anzi trasmette fiducia, energia e speranza che nella tua professione sono doti fondamentali più che mai in un periodo complicato come questo dove tutto trasmette incertezza…quindi niente di meglio che …una gran voglia di vivere. Spero riuscirai ad essere contagiosissima“.

contagio

FIDUCIA E CONTAGIO. In un momento in cui la parola contagio fa paura anzi terrore possiamo immaginare di farci contagiare da tanto altro che non sia un virus. E allora tutto torna. Se quattro mesi fa, prima che tutto questo ci travolgesse, che una pandemia mondiale ci relegasse in casa, parlavo di ricominciamento…riutilizzando le parole del mio amico provo a essere contagiosissima perché mai più di adesso ho una gran voglia di vivere e ricominciamento possano avere più che mai senso.

Ricominciamo allora a rimboccarci le maniche. A confluire e concentrare tutte le energie e le forze che in queste settimane abbiamo tenuto in stand by per mettere ancora di più forza e vigore in tutto quello che facciamo, qualunque sia la nostra professione o il nostro lavoro. Perché mai più di adesso dobbiamo avere fiducia in noi stessi e negli altri. Così come abbiamo riscoperto in queste settimane di essere un popolo unito e forte contro un nemico comune, ancora più importante lo deve essere in questa seconda fase dove uscirne vittoriosi dipende solo ed esclusivamente da NOI.

Ricominciamo allora a rivedere la nostra scala delle priorità. Perchè non doveva essere un virus a farci capire quanto può essere bello e piacevole preparare il pane con i nostri figli. Che si può sopravvivere anche senza aperitivi e cene al ristorante, o shopping sfrenato per l’acquisto del paio di scarpe a l’ultimo grido. Che ci siamo resi conto quanto possa mancarci l’abbraccio di un amico. E che può essere estremamente importante fermaci e rallentare e dare al nostro corpo e alla nostra anima un po’ di tregua, un po’ di silenzio. Perché per ascoltarti devi sentire. E per sentire c’è bisogno di silenzio.

Perché mai più di adesso dovremmo avere la consapevolezza di quello che siamo, di quello che vogliamo e di dove vogliamo andare. Perché se una cosa buona questo virus l’ha fatto è stato quello di averci obbligato a fermarci. dandoci la possibilità di guardarci attorno ma soprattutto di guardarci dentro.

E allora mai più di adesso abbiamo o dovremmo avere consapevolezza che la vita è un soffio. Che tutti i nostri progetti, sogni, possono essere spazzati via in un lampo. Che possiamo avere solo l’illusione di avere tutto sotto controllo, ma in fondo non controlliamo proprio nulla.

E allora uscendo dalle nostre case, ancora non per riabbracciarci come speravamo ma per ricominciare piano piano la nostra vita, per riprenderci la nostra quotidianeità, facciamo tesoro di quello che in queste settimane abbiamo imparato. Perché dalle battaglie si esce più forti per affrontare la prossima.

E allora buona fase 2 a tutti. Il ricominciamento inizia da qui.

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