Il piano della ripresa passa inevitabilmente dalla riforma della giustizia

Con decreto ministeriale del 12 marzo 2021, la ministra Cartabia (Ministro della Giustizia)  ha nominato i componenti della “Commissione per l’elaborazione di proposte di interventi in materia di processo civile e strumenti alternativi”, tracciando le linee guida del lavoro della Commissione stessa per la riforma della giustizia.

Il piano della ripresa passa inevitabilmente dalla riforma della giustizia. Da sempre anello debole del nostro sistema.  l’Unione Europea, infatti, non giudica più compatibili i ritardi della macchina giudiziaria italiana con i principi dello Stato di diritto che sono alla base della solidarietà europea del Next generation EU.

Il successo della riforma della giustizia italiana condiziona fortemente l’arrivo dei fondi del Recovery Fund, il Presidente del Consiglio Draghi, nella conferenza stampa del 26 marzo, ha tenuto a rimarcare che il nodo della giustizia civile non va guardato soltanto alla luce dei timori degli investitori stranieri, ma nell’ottica di assicurare al Paese un sistema giudiziario fondato sulla certezza e l’effettività del diritto. La rapidità delle decisioni non servirà infatti solo a richiamare gli investimenti di capitali stranieri in Italia, ma anche a rassicurare i cittadini italiani sulla certezza dell’applicazione e dell’esecuzione del diritto.

I punti cruciali sui quali dovrà soffermarsi la Commissione saranno:

– dimensione di organizzazione e innovazione tecnologica

– impulso degli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, con riguardo anche alla dimensione endoprocessuale

-ulteriori modelli processuali speciali da elaborare in considerazione delle più rilevanti criticità del processo civile.

Una fetta importante di tale riforma è sicuramente la parte relativa alla giustizia di famiglia. Un terzo delle cause civili ordinarie in Italia riguarda separazioni e divorzi (34% al nord – 25% al centro – 27% al sud e isole). Se si aggiungono i ricorsi per l’affidamento dei figli delle coppie di fatto, si arriva al 40%. Numeri importanti che meritano attenzione, soprattutto perché sono spesso coinvolti minori.

Le cause familiari incidono, non solo sul funzionamento dei Tribunali, ma soprattutto sull’intero tessuto sociale: più di 310 mila persone l’anno vengono coinvolte in cause con gli ex coniugi o con gli ex compagni e dunque si trovano impossibilitati a riorganizzare una nuova vita fino alla conclusione del contenzioso.

L’accesso alla giustizia diventa solo una lunga agonia, dove a conclusione non ci si ricorda più neanche per cosa si stava litigando. Spesso nessuna delle parti si sentirà soddisfatta e garantita e ciò non abbasserà la conflittualità iniziale, anzi la innalzerà ancora di più. Molte decisioni, inoltre, non trovano una soluzione alle problematiche insorte tra coniugi, e anche quando la trovano non sempre si riesce ad attuarla concretamente. La complessa gestione di tali cause è costata all’Italia più di una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Soprattutto in materia di affidamento e bigenitorialità.

giustizia europea

Era stata proprio la  Corte Europea dei Diritti dell’Uomo già nel 2013 ( Affaire Lombardo c/ Italia ) ad osservare come “le misure deputate a riavvicinare il genitore con suo figlio devono essere attuate rapidamente, perché il trascorrere del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui”. Non deve, dunque, trattarsi di misure stereotipate ed automatiche, ma efficaci ed effettive.

La riforma dovrà perciò puntare a snellire i procedimenti e dal punto di vista processuale e dal punto di vista dei tempi. Troppe lungaggini e tempi morti, sono ormai insostenibili, e lo sono ancora di più nell’ambito della famiglia. La maggior parte delle questioni oggetto di conflittualità oltre che economiche sono soprattutto relative ai figli. In tale ambito l‘attuabilità e la rapidità sono fondamentali perché si abbia effettività del diritto.

Ed appunto l’effettività del diritto di cui parlava anche il Presidente Draghi l’altro tasto dolente della giustizia italiana. Negli ultimi anni, nonostante ci sia stato un netto cambio di rotta da parte degli stessi giudici, coadiuvati da una normativa sempre più volta alla concreta bigenitorialità, i provvedimenti non sempre vengono attuati e realizzati. Manca, infatti, un controllo post- causa, da parte delle istituzioni, sull’effettiva attuazione e rispetto delle decisioni dei giudici di famiglia.

Il susseguirsi di ricorsi su ricorsi, sentenze su sentenze senza mai riuscire ad ottenere concretamente il diritto riconosciuto: è il fallimento della giustizia che crea inevitabilmente sfiducia nelle istituzioni e indebolimento del sistema stesso.

Non c’è cosa peggiore per un cittadino avere in mano un provvedimento a sé favorevole e non avere la possibilità, il sostegno, l’aiuto dalle istituzioni ad vedere realizzato ciò che gli è stato riconosciuto.

Ultima fondamentale tappa della riforma dovrà essere ovviamente l’agevolare e incentivare in tutti i modi l’utilizzo di metodi alternativi alle aule di giustizia. Da una parte per liberare i Tribunali da cause che possano decidersi altrove. Dall’altra perché più di ogni altra materia quella della famiglia è un argomento così particolare che più di ogni altra dovrebbe avere il suo campo decisionale naturale in ambito di negoziazione e solo in casi residuali, perché più complessi, rivolgersi alle autorità giudiziaria.

La famiglia è una società complessa. Gli interessi, le esigenze, le emotività coinvolte, sono tante e ricche di mille sfaccettature. Un giudice, per quanto sensibile e preparato, che ti vedrà e ti parlerà, forse due volte in un anno, non potrà mai e poi mai capire appieno quali sono le necessità e le esigenze di quella famiglia che esplosa. Gli unici protagonisti e giusti interlocutori dei coniugi sono loro stessi. Solo loro sanno quali sono le loro necessità, esigenze e desideri. Basta solo una tavola rotonda e due bravi e competenti professionisti che li aiutino a capire e li sostengano.

negoziazione assistita e giustizia

Alla fine di un agognata sentenza ottenuta dopo un enorme dispendio di energia e soldi solo una parte, e non sempre appieno si riterrà soddisfatto. Alla fine di un accordo, soprattutto se un accordo fatto bene entrambe le parti si riterranno soddisfatte al meno al 70%.

La ripresa passerà quindi inevitabilmente attraverso anche la riforma della Giustizia. Ma la riforma deve partire anche da noi. Dalla capacità di metterci in discussione, più necessario ad un tavolo di trattative piuttosto che davanti ad un giudice che deciderà per noi, delegandogli gran parte del destino della nostra vita!

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