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La forza dell’ abbraccio

Sono diversi mesi che mi ritorna in un modo o in un altro quest’immagine dell’abbraccio, per cui stasera decisa a voler scrivere qualcosa dopo tanto tempo, con tutt’altra idea in testa, apro il mio quaderno degli appunti e leggo, in fondo alla pagina, una parola: “Abbraccio” . Lo avevo scritto così, virgolettato, buttato lì. E mi illumino.

abbraccio

Ripenso che forse è il modo giusto, per chiudere ormai questo strano periodo che sembra volgere al termine, in cui gli abbracci erano impossibili. Che scenderemo in strada come per la vittoria dei mondiali e ci abbracceremo tutti……scrivevo in piena fase 1…..

che ci ricorderemo che è facile mandare un cuoricino via whatsapp ma che può essere più impegnativo ma mille volte più bello uscire di casa, andare dalla persona che vuoi bene e anche senza una parola, ABBRACCIARLA. E quell’abbraccio varrà più di mille parole. Per adesso #iorestoacasa.

17 marzo 2020 andrà tutto bene

E in piena fase 2 di abbracci ce ne sono stati, furtivi, nascosti, ma ci sono stati. Durante il lockdown però io ho avuto la fortuna di avere tanti abbracci dai miei figli ma non tutti hanno avuto questa fortuna. E nonostante questo, ci sono stati giorni in cui quello che più mi mancava erano proprio gli abbracci. Quelli che magari non dai mai, ma che, quando non puoi,vuoi dare. Quelli che in quei momenti di profonda solitudine vorresti dare e soprattutto ricevere da qualcuno, ma che però non è li con te.

Perchè in fondo quando ci sentiamo tristi e sopratutto soli, quello che vorremmo più di ogni altra cosa è un abbraccio, perchè niente di più avvolgente e protettivo c’è nell’abbraccio.

abbraccio

Fin da piccoli l’abbraccio della nostra mamma è il rifugio perfetto e consolatorio per qualunque problema. E anche da genitore la prima cosa che facciamo quando i nostri figli cadono o piangono, è quella, istintivamente, di abbracciarli. L’abbraccio, come per dire: ci sono io adesso, non ti preoccupare, passerà presto. E anche da più grandi, quante volte nascosti nell’ abbraccio di un amico, ci siamo concessi il lusso di buttare la corazza e abbandonarci ad un pianto liberatorio, per troppo tempo soppresso, come se nascoste tra quelle braccia, nessuno potesse vedere le nostre fragilità.

abbraccio

La durata media di un abbraccio è di 3 secondi, ma alcuni ricercatori hanno scoperto che quando l’abbraccio dura più di 20 secondi si produce un effetto terapeutico sul corpo e sulla mente. La cosa sorprendente è la quantità di ossitocina, che funziona da antistress naturale, che viene rilasciata durante l’abbraccio, superiore persino a quella prodotta da baci e carezze. Produrre ossitocina attraverso gli abbracci, come mostrano diversi studi, rafforza i legami tra le persone, rende più fedeli, sinceri ed empatici. Aiuta a ridurre ansia, stress e depressione, migliora l’autostima e la fiducia, allevia i dolori, e protegge il cuore. Ce ne vorrebbero almeno 4 al giorno per sentirsi tranquilli, mentre una dose massima di 12 abbracci al giorno contribuisce a ridurre l’ansia. Ricevere abbracci e carezze frequenti, diminuirebbe anche il rischio di depressione e di disturbi mentali

Insomma secondo la scienza dovremmo abbracciarci più spesso e per più tempo. Bisognerebbe abbracciarsi tutti i giorni e più volte al giorno. Al di là della chimica però l’abbraccio è il gesto di amore e di affetto che più di ogni altro ti fa fermare, ti blocca, ti aggancia, non ti fa scappare. Ti tiene e ti trattiene. E come se quell’unione sprigionasse una magia, una polvere di fata che ti trasporta ovunque tu voglia o sicuramente lontano dai brutti pensieri. Allora meglio farlo durare il più possibile quest’abbraccio… Poi finisce prima o poi e ti ritrovi nella realtà bella o brutta che sia ma vuoi mettere con quanta più forza ed energia sei pronto per affrontare la vita?

abbracci gratis

Allora andate nel mondo anzi correte nel mondo e abbracciatevi, ma mi raccomando almeno per più di 20 secondi!!!

P.S. : ma veramente post. Perchè quando tutto torna….dopo qualche ora che ho pubblicato questo articolo, mi imbatto in questa foto, di un amico di infanzia, che ha un rapporto straordinario con questi amici a quattro zampe…o forse sono loro che sono straordinari…che non posso non condividere, e sottolineare come anche un loro abbraccio può essere fonte di amore, anzi sicuramente lo è, incondizionato. Forse richiederebbe un articolo a parte ( e chissà…) dedicato ai nostri amici a quattro zampe, sempre lì fedeli a soccorrere in nostro aiuto.

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Kintsugi: l’arte dell’imperfezione

“L’imperfezione ha da sempre consentito continue mutazioni di quel meraviglioso e quanto mai imperfetto meccanismo che è il cervello dell’uomo. Ritengo che l’imperfezione sia più consona alla natura umana che non la perfezione.”

Rita Levi Montalcini

Kintsugi. La leggenda narra che l’ottavo shogun del Giappone, Ashikaga Yoshimasa, intorno al XV sec., disperato per la rottura in mille pezzi della sua tazza preferita, la inviò in Cina per farla riparare. L’oggetto tornò a casa rattoppato in maniera orribile, cucito con filo di ferro. I ceramisti giapponesi, vista la delusione e lo sconforto del loro shogun, decisero allora di provare a ripararla, utilizzando la lacca urushi (derivata dalla pianta autoctona Rhus verniciflua) che ha forte potere adesivo, unendola con farina di riso per incollare i cocci della tazza, e di decorare con polvere d’oro, riempiendo così le crepe: il risultato fu bellissimo.

kintsugi. l'arte del riparare e impreziosire

Una tazza nuova, un’opera d’arte, bellissima nella sua imperfezione, arricchita, oltre che dall’oro, dalla sua storia. Nacque così l’arte del Kintsugi letteralmente kin, oro e tsugi, riunire, riparare, ricongiunzione. L’arte del kintsugi non è solo una tecnica ma una filosofia: anche da una crepa può nascere bellezza.

kintsugi, riempire le crepe con oro
Dall’imperfezione e dalle ferite può nascere in realtà la vera perfezione, sia estetica che interiore.

Alcuni studiosi l’ hanno chiamata “l’arte di abbracciare il danno”, nella quale non bisogna vergognarsi o nascondere le ferite, piuttosto valorizzarle. Un oggetto restaurato con l’arte kintsugi racchiude in sé la bellezza della rottura che lo rende unico e irripetibile: una volta riparato ha una storia nuova da raccontare, ne serba il ricordo ed è di quelle ferite che parla. Le sue fratture diventano preziose, arricchite e riempite dal metallo prezioso per eccellenza, l’oro, ovvero l’esperienza. La rottura non rappresenta quindi la fine dell’oggetto, ma un nuovo inizio.

kintsugi

Così anche per noi. Le ferite che ci portiamo inevitabilmente dietro possono essere fonte di rinnovamento e di esperienza. Il nostro vissuto che per quanto doloroso, a volte, è sempre fonte di arricchimento. Quell’esperienza che ci rende più forti e combattivi, più di prima. Migliori, più belli e quindi preziosi, proprio come i vasi. La resilienza, che ci dà la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di ricostruirci rimanendo positivi e cogliendo le opportunità che la vita offre, nonostante tutto.

In un epoca in cui la bellezza e la perfezione sono il motore della società. In cui le fragilità devono essere nascoste innanzi la perfezione e la imbattibilità. In un epoca in cui le sofferenze e le cicatrici non piacciono a nessuno, essere consapevoli del proprio IO più profondo con le sue imperfezioni e fragilità, diventa fondamentale e liberatorio. Non nascondiamoci più dietro inesistenti perfezioni e bellezze, forse perfette, ma artefatte.

imperfezione bellezza

Arricchiamoci del nostro vissuto, anche se doloroso

Non c’è niente di più bello di una persona che rinasce. Quando si rialza dopo una caduta, dopo una tempesta e ritorna più forte e bella di prima. Con qualche cicatrice nel cuore sotto la pelle, ma con la voglia di stravolgere il mondo anche solo con un sorriso.” 

Anna Magnani

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La terrà tremò e la Sicilia si destò

Oggi ho tolto la bandiera dell’ Italia ed ho appeso un lenzuolo bianco. Simboli diversi ma con lo stesso significato: ci siamo, non ci arrendiamo, non dimentichiamo.

lenzuola bianche per cortei
Lenzuola bianche al posto di cortei

Era il 23 maggio 1992 ore 17.57, nei pressi di Capaci, 1000 kg di tritolo fecero esplodere un tratto dell’autostrada A29. Non mi ricordo dov’ero. Era un sabato pomeriggio, di un giorno di primavera inoltrato, in Sicilia, forse giocavo in giardino. Ma mi ricordo il 19 luglio di quello stesso anno. Era domenica. (“La mafia uccide solo d’estate” e ….nei week end… evidentemente!!!) e questa volta era estate…il caldo torrido del luglio siciliano. Mi stavo preparando per andare a trovare i nonni e la TV stranamente era accesa e subito la notizia arrivo su tutte le reti nazionali…

È da quel giorno che i loro nomi sono una cosa sola. Insieme come nella vita, uniti, a lottare contro un nemico comune. FALCONE e BORSELLINO. Se nomini uno viene fuori inevitabilmente l’ altro.

Falcone e Borsellino

Da quel giorno tutto cambiò. Se il 23 maggio ci aveva sconvolti il 19 luglio ci rendemmo conto che eravamo in guerra. E dovevamo difenderci stavolta. Non potevamo più subire silenti. Capimmo che non si poteva morire per difendere la libertà e la propria terra. Io ero piccola, diciamo, stavo finendo la terza media, gli eventi sociali e politici a quell’età ti sfiorano ma non ti toccano, ma da quel giorno anche la mia percezione cambiò. Invece di sentire solo ed esclusivamente bollettini di guerra ai telegiornali locali, con continue stragi e uccisioni, con quei nomi che ormai erano familiari, a furia di sentirli, tutti nomi di boss mafiosi, uccisi, latitanti, arrestati si iniziò a sentire il popolo, il cittadino qualunque, che finalmente diceva BASTA. Quel fenomeno che fino a un momento fa infondo ti sembrava non ti toccasse, a te che venivi da una famiglia normale e perbene, adesso doveva interessarti.

Il miracolo che questi eroi nel nostro secolo hanno fatto non è stato quello di sconfiggere la mafia. Quella probabilmente non si sconfiggerà mai del tutto, come tutte le criminalità. Ma è stato quello di destare un popolo. Un popolo che in silenzio conniveva suo malgrado da sempre. Ne “La mafia uccide solo d’estate“film di esordio di PIF (Piefrancesco Diliberto) si respira questo cambiamento, che un non siciliano forse non riesce ad afferrare. L ‘esistenza di una cosa, che non aveva neanche un nome, (perchè la mafia non esiste, molti dicevano e se non gli dai un nome alle cose e come se non esistessero), era presente in tutto il tessuto sociale, in maniera diversa e differenziata. Perché mafia è anche girarti dall’altro lato e fare finta di nulla. Mafia è non ribellarsi e sopportare perché tanto loro sono più forti di te e devi soccombere.

Il miracolo di questi eroi non è stato quello di sconfiggere la mafia ma la mentalità mafiosa. E come la storia insegna:

Le più grandi rivoluzioni sono quelle di pensiero.

La mentalità mafiosa che ci pervadeva tutti indistintamente, come una consuetudine atavica e radicata per cui si era sempre fatto così. Che non era solo chiedere la raccomandazione, in cambio di voti, ma era andare in un ufficio pubblico ed avere quanto ti spettava, e prima degli altri, se conoscevi qualcuno o pagavi in qualche modo. Che se eri ricoverato in ospedale pagavi gli infermieri per farti trattare meglio, e al dottore oltre la visita, che già pagavi, gli facevi pure un regalo, così per gentilezza. Insomma noi siciliani non sapevamo di avere dei diritti. Abituati ad essere sempre sopraffatti storicamente da tutti non sapevamo di avere dei diritti da vantare e che gli altri erano obbligati a farlo, perché stavano facendo solo il loro dovere e il loro lavoro.

Si iniziaro a scardinare tutti i tasselli di un castello, costruiti in decenni di storia mafiosa. Era possibile, o comunque doveroso e giusto dire no a tutte le prepotenze e le sopraffazioni della mafia. Era possibile dire basta, iniziando dalla coraggiosa moglie, affranta dal dolore, di Vito Schifani, Rosaria, che in una cattedrale gremita “osò” dire: “Io vi perdono, ma vi dovete inginocchiare” all’impetuoso rimprovero che, a distanza di un anno, echeggiò nella Valle dei Templi, di un Giovanni Paolo II arrabbiato come non mai: “Convertitevi. Un giorno verrà il giudizio universale“. La Chiesa che per la prima volta prendeva una posizione e si esponeva.

La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Paolo Borsellino

Ed è quello che accadde.

I mafiosi, infatti, nel progettare l’assassinio dei due magistrati, non avevano messo in conto un elemento: quel che ciò avrebbe provocato nella società. L’insegnamento di Falcone e di Borsellino, il loro esempio, i valori da loro manifestati, è come se con la loro morte tutti noi, soprattutto giovani, ci siamo sentiti in obbligo nei loro confronti di esserne eredi.

Si iniziò così a parlare di mafia e di tutti quegli eroi rimasti nell’ombra per troppo tempo che avevano combattuto, inascoltati (Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano, Rocco Chinnici, Peppino Impastato, Don Pino Puglisi…) Ed è solo grazie a tutti loro che oggi nelle scuole si parla di legalità e si sensibilizza a dire NO.

giornata della legalità

Ed per questo che oggi come tutti gli anni si ricorda, per non dimenticare e per trasmettere alle generazioni future, perchè il sacrificio di questi eroi non sia stato vano. Oggi, ai tempi del coronavirus, in un modo diverso e più speciale non potendo fare cortei e appendendo lenzuola bianche al balcone!

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Le rinunce delle donne

Dicembre. Tribunale di Roma. Convegno avvocati.

Il convegno è finito, stranamente sono una delle prime a firmare l’uscita. Serena e soddisfatta mi accingo fuori. Un attimo prima di varcare la soglia del cancello, incrocio una donna, una mamma, trafelata, che corre con il suo bambino a seguito, che tiene per mano. Il bambino le dice:” E’ finito?!!” e lei: “Si, si è finito, corri, corri.”

Immagino che si stia preoccupando di dover mettere la firma per l’uscita. Io la vorrei tranquillizzare, dicendole di non preoccuparsi, che ci sono ancora tanti colleghi, che avrebbe avuto tutto il tempo. Ma lei un fulmine…non ne ho il tempo.

Dapprima sorrido. Poi mi rattristo. Immagino che durante il convegno, la mamma/avvocato abbia guardato freneticamente l’ora. Poi ad un certo punto si sia allontana, per andare a prendere il figlio a scuola. E’ anche fortunata, probabilmente, non è neanche troppo distante, la scuola. Quindi facendo due conti, riuscirà ad arrivare in tempo a scuola, prendere il pupo, per poi ritornare per la fine del convegno e mettere la firma della presenza. Vita di noi mamme. Routine. Salti mortali per riuscire a incastrare tutto. Cercando poi di non sfigurare e non perdere mai la professionalità, dietro a quei capelli spettinati. Risultato: fatichiamo il doppio per ottenere spesso la metà.

Il mio primo giorno di consulenza a Roma, ero appena scesa dal treno, quando mi chiama l’asilo, per dirmi che mio figlio, lasciato da neanche un ora, aveva vomitato. Volevo morire. Non mi ricordo neanche a quale santa (di amica) mi rivolsi quella volta. Non mi ero, quindi, stupita che fosse una donna e che non un solo collega maschio aveva probabilmente dovuto affrontare la medesima acrobazia.

Mi accingo quindi a tornare a casa, rincuorata del fatto che ho superato ormai la fase critica, e ricordandomi tutta la stanchezza che avevo addosso come fosse ieri ma iniziando a correre anche io, perchè avevo ancora un treno da prendere per iniziare le mie di acrobazie, pomeridiane.

In treno ripenso al convegno: simulazione di negoziazione assistita. Molto interessante rispetto ai soliti seminari teorici, per una volta un pò di pratica, stessa questione analizzata con due approcci di negoziazione differenti e con evidenti conclusioni differenti.

Anche lì, coppia in crisi, oggetto del contendere, tra le altre cose, il mantenimento di lei. La donna infatti, laureata, aveva rinunciato alla sua carriera, per dedicarsi alla famiglia e poter dare al marito la possibilità di affermarsi nella sua di carriera. Adesso che lui è un uomo affermato e benestante la vuole lasciare per un altra. Pertanto il legale della signora chiede un mantenimento, e un equa ricompensa, per le opportunità perse e per non avere potuto crearsi una carriera lavorativa per i motivi detti.

Ripensavo però all’approccio, sbagliato e al punto di partenza, sbagliato: la monetizzazione delle proprie rinunce. Una donna che ha una sua preparazione e una sua competenza, ma per motivi di famiglia ha rinunciato alla propria carriera, non vuole un mantenimento vuole delle opportunità.

E allora perchè in questa fase di separazione non riequilibrare i rapporti e non parlare solo di soldi, come se le rinunce fin lì fatte non fossero state abbastanza ma parlare di opportunità, di possibilità, di rinunce fatte e “l‘ormai non esiste” e ricominciare?

Sul treno sto leggendo Ho una gran voglia di vivere

Il libro che tutti gli uomini dovrebbero leggere, per capire ciò che non capiscono mai e che tutte le donne dovrebbero leggere per capire di non essere sole.

La storia di una coppia in crisi, in cui si ripercorrono tutte le loro fasi, dalla conoscenza, all’innamoramento alla stabilità. Poi arriva lui: il pupo e tutto cambia. O meglio tutto cambia per LEI. Il copione è sempre lo stesso. Entrambi architetti affermati, lui ritorna a lavoro, lei rimane a casa ad accudire il figlio.

E qui si innescano tutte le dinamiche esplosive che la maternità crea dentro di noi donne. Da un parte siamo estasiate da quel piccolo essere che prima era dentro di noi e adesso e tra le nostre braccia ed è tutto nostro. Dall’altro devi confrontarti con il tuo corpo che già nei nove mesi precedenti è cambiato e che non riconosci più, e non lo riconoscerai per molto tempo ancora. La stanchezza poi che ti sovrasta, il tuo essere ma non essere. Vivi in funzione di lui, mangi, dormi, ti lavi e vai in bagno, quando lui te ne da la possibilità . E ti guardi allo specchio……. e quella donna figa tacco 12, che vagamente ti ricordi, non credi sia mai esistita!

In questo momento la differenza la fanno gli aiuti e la sensibilità attorno a te. Da quante più persone ti sosterranno e quanto più il tuo uomo avrà la capacità nel giusto modo di starti accanto. Più sarai sola, o ti sentirai sola, e più difficile sarà. E utilizzo il termine sentirti, perchè è probabile che avrai uno stuolo di suocere e mamme e amiche che si avvicenderanno a casa, ma non vuol dire che sapranno aiutarti e ti sentirai ugualmente sola.

Poi inizia la fase in cui vuoi ricominciare a vivere. E pensi che il lavoro, sia il modo giusto. Ma non sai che i sensi di colpa ti affliggeranno, che forse diminuiranno, in maniera proporzionale a l’ aumentare dell’età del pupo….non pensando che quando lui sarà all’università, tu forse sarai in età da pensione… (va beh troppo ottimista….?????in Italia…!!!!! l’ho buttata lì così !!!! ). Perchè quando sei a casa ti sentirai una fallita, tu con la tua laurea e il tuo master, a dover parlare con un essere che ti fa solo sogghigni e le tue relazioni sociali sono pari a zero e vorresti essere chissà dove, e quando sarai a lavoro, ti sentirai in colpa e vorresti catapultarti da quell’esserino che sa di borotalco.

E così…è il mondo di noi mamme, spesso costrette a fare rinunce o scelte, ostinandoci, a volte, a voler conciliare tutto, nonostante le difficoltà, e riuscendo a dimostrare di saperlo anche fare dopotutto, a stare in riunione in tailleur tacco 12 e poco dopo, magari con un travestimento furtivo in macchina, in tuta sugli spalti a tifare per tuo figlio. Multitasking non è un termine informatico è un termine “mammescho” esistente già ai tempi delle caverne…..l’uomo doveva fare una cosa:cacciare; la donna tutto il resto!!!!!

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Fase 2: il contagio della fiducia

CONTAGIO E FIDUCIA. Parto da qui: un mio caro amico, qualche giorno fa, avendo visto per la prima volta il mio blog e avendo letto la mia homepage, mi ha scritto ” non è vero che il nome del sito poco c’entra, anzi trasmette fiducia, energia e speranza che nella tua professione sono doti fondamentali più che mai in un periodo complicato come questo dove tutto trasmette incertezza…quindi niente di meglio che …una gran voglia di vivere. Spero riuscirai ad essere contagiosissima“.

contagio

FIDUCIA E CONTAGIO. In un momento in cui la parola contagio fa paura anzi terrore possiamo immaginare di farci contagiare da tanto altro che non sia un virus. E allora tutto torna. Se quattro mesi fa, prima che tutto questo ci travolgesse, che una pandemia mondiale ci relegasse in casa, parlavo di ricominciamento…riutilizzando le parole del mio amico provo a essere contagiosissima perché mai più di adesso ho una gran voglia di vivere e ricominciamento possano avere più che mai senso.

Ricominciamo allora a rimboccarci le maniche. A confluire e concentrare tutte le energie e le forze che in queste settimane abbiamo tenuto in stand by per mettere ancora di più forza e vigore in tutto quello che facciamo, qualunque sia la nostra professione o il nostro lavoro. Perché mai più di adesso dobbiamo avere fiducia in noi stessi e negli altri. Così come abbiamo riscoperto in queste settimane di essere un popolo unito e forte contro un nemico comune, ancora più importante lo deve essere in questa seconda fase dove uscirne vittoriosi dipende solo ed esclusivamente da NOI.

Ricominciamo allora a rivedere la nostra scala delle priorità. Perchè non doveva essere un virus a farci capire quanto può essere bello e piacevole preparare il pane con i nostri figli. Che si può sopravvivere anche senza aperitivi e cene al ristorante, o shopping sfrenato per l’acquisto del paio di scarpe a l’ultimo grido. Che ci siamo resi conto quanto possa mancarci l’abbraccio di un amico. E che può essere estremamente importante fermaci e rallentare e dare al nostro corpo e alla nostra anima un po’ di tregua, un po’ di silenzio. Perché per ascoltarti devi sentire. E per sentire c’è bisogno di silenzio.

Perché mai più di adesso dovremmo avere la consapevolezza di quello che siamo, di quello che vogliamo e di dove vogliamo andare. Perché se una cosa buona questo virus l’ha fatto è stato quello di averci obbligato a fermarci. dandoci la possibilità di guardarci attorno ma soprattutto di guardarci dentro.

E allora mai più di adesso abbiamo o dovremmo avere consapevolezza che la vita è un soffio. Che tutti i nostri progetti, sogni, possono essere spazzati via in un lampo. Che possiamo avere solo l’illusione di avere tutto sotto controllo, ma in fondo non controlliamo proprio nulla.

E allora uscendo dalle nostre case, ancora non per riabbracciarci come speravamo ma per ricominciare piano piano la nostra vita, per riprenderci la nostra quotidianeità, facciamo tesoro di quello che in queste settimane abbiamo imparato. Perché dalle battaglie si esce più forti per affrontare la prossima.

E allora buona fase 2 a tutti. Il ricominciamento inizia da qui.

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Il mantenimento dei figli al tempo del coronavirus

Dopo essermi occupata dell’affidamento dei figli al tempo del coronavirus non potevo non occuparmi dell’altra annosa questione che già normalmente crea non pochi problemi e conflittualità e ancor di più in tale periodo emergenziale: il MANTENIMENTO.

Per far fronte alle difficoltà economiche e di liquidità generate dal blocco delle attività dei cittadini ed aziende, il Governo ha emanato, d’urgenza, tra gli altri, il Decreto Legge n.18 del 17 marzo 2020, “Cura Italia”https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/17/20G00034/sg.

L’articolo 91 (Disposizioni in materia ritardi o inadempimenti contrattuali derivanti dall’attuazione delle misure di contenimento e  di anticipazione del prezzo in materia di contratti pubblici) inserisce all’articolo 3 del Decreto Legge 23 febbraio 2020, n. 6, l’art. 6-bis il quale stabilisce che il rispetto delle misure di contenimento di cui al presente decreto è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 Codice Civile, della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti

Traduco: questa norma rende in pratica giustificabile e scusabile il ritardato o il mancato pagamento a condizione che questo sia diretta conseguenza delle misure autoritative per il contenimento del contagio.

Lo scopo della norma è sicuramente di evitare che la crisi di liquidità dovuta alla sospensione forzata, comporti ulteriori aggravi sui cittadini e sulle imprese. Tuttavia non sono compresi nella fattispecie, i casi in cui l’impossibilità sia derivata dalla crisi pandemica in sé (ad es. il mio inadempimento causato a sua volta dall’inadempimento di un mio debitore o fornitore connessi alla pandemia).

L’articolo 91 è però dedicato espressamente alle obbligazioni nascenti da contratto e l’obbligo di pagamento di assegni di mantenimento per i figli o alimenti non ha natura contrattuale ma si fonda su specifiche norme civilistiche, attuative di norme costituzionali, volte a garantire l’assistenza economica al soggetto economicamente più debole. Pertanto l’articolo 91 non trova applicazione alle obbligazioni di pagamento nascenti da rapporti di tipo familiare, neppure in via analogica, in quanto norma speciale.

Tuttavia la chiusura della maggior parte delle attività a causa del covid-19 e la repentina crisi economica e del lavoro che ne sta conseguendo, è un problema reale che non potrà che ripercuotersi anche sull’ obbligo di mantenimento dei figli.

È evidente che se il soggetto onerato a causa delle limitazioni poste dai DPCM non ha potuto svolgere al solito la propria attività lavorativa, commerciale o professionale che sia, o dipendente abbia visto contrarre le proprie entrate stipendiali mensili per la richiesta fatta dal datore di lavoro della cassa integrazione ordinaria, di ciò deve tenersi conto anche in ordine all’obbligo di pagamento di assegni di mantenimento e alimenti per i figli.

litigare per il mantenimento

Del resto l’obbligo di mantenimento scaturisce dall’art. 316 bis c.c., il quale impone di adempiere ai propri obblighi nei confronti dei figli in proporzione delle rispettive sostanze e secondo la capacità di lavoro, professionale o casalingo. Quindi se la capacità reddituale ed economica dell’onerato è mutata in ragione delle restrizioni alle attività imposte delle misure emergenziali, ciò produce inevitabili ripercussioni sulla determinazione del quantum dell’importo dovuto.

Ma l’obbligato non può limitarsi a sospendere il pagamento o ridurne l’entità in maniera autonoma, occorrerà ricorrere al Giudice, per chiedere la riduzione dell’obbligo impostogli, dando prova che la normativa emergenziale ha determinato la contrazione dei suoi redditi cui è conseguita l’impossibilità totale o parziale di assolvere all’obbligo di mantenimento.

L’art. 710 del c.p.c., infatti, prevede la possibilità, in ogni momento di modificare le condizioni, economiche e non, della separazione o del divorzio se ve ne sono i presupposti di legge. Potendo quindi richiedere la riduzione o la sospensione dell’obbligo ma solo a fronte della comprovata incolpevole impossibilità conseguita dalla mancanza di liquidità causata dalla crisi economica innescata dalla chiusura delle attività, ove dimostrata, o causa la messa in cassa integrazione.

Ora veniamo alla realtà: nonostante la questione potrà essere trattata dai Tribunali, in quanto tale materia è stata esclusa dalla sospensione delle udienze civili fino all’11 maggio 2020, tuttavia a breve termine sfido trovare un giudice che in fase così contingente sospenda o riduca il mantenimento dei figli. Ho una causa pendente in cui ho richiesto la riduzione del mantenimento in quanto il mio assistito ha subito la riduzione del proprio stipendio per più del 30% ,in maniera sempre più progressiva. Nonostante tre istanze la prima a settembre e l’ultima a febbraio, nulla ha deciso il Giudice, in quanto “non sussistono i presupposti“.

Ferma invece la possibilità da parte dell’avente diritto di procedere ad esecuzione, richiedendo in particolare l’eventuale pignoramento presso terzi o presso il datore di lavoro.

Questo dal punto di vista civilistico. Perché l’inadempimento degli obblighi di assistenza familiare può anche comportare una denuncia penale, ai sensi dell’art. 570 c.p., che riferita a minori è inoltre procedibile d’ufficio.

Riprendendo una recente sentenza della Cassazione (Cass. sez. penale n. 10422/2020), seppur emessa prima dell’emergenza sanitaria e riferita a fatti ben più datati, la Suprema Corte si è comunque espressa dicendo che il padre avrebbe dovuto provare rigorosamente di essere stato impossibilitato incolpevolmente a soddisfare le esigenze minime di vita dei figli.

Irrilevanti, infatti, le difficoltà economiche lamentate dall’uomo poiché non sono state ritenute sufficienti per integrare gli estremi di un vero e proprio stato di indigenza economica e di “una situazione incolpevole di assoluta indisponibilità di introiti sufficienti a soddisfare le esigenze minime di vita” dei figli minori.

Sperando che la nuova realtà in cui il covid-19 ci ha catapultato, faccia riflette di più i Tribunali italiani sulle esigenze delle persone, nella contingenza della situazione è più auspicabile, e forse più risolutivo, oltre che meno invasivo, utilizzare dei mezzi più conciliativi.

negoziazione assistita. trovare un accordo.

Mai più di adesso, nella situazione emergenziale che stiamo vivendo, utilizzare gli strumenti, che la legge ci fornisce, per addivenire ad un accordo tra le parti, può, attraverso dei professionisti, tutelare al meglio gli interessi di tutti, soprattutto dei minori; e rappresentare le esigenze e le difficoltà di tutte le parti coinvolte.

Spesso, infatti, le condizioni economiche causate da una separazione possono portare a delle vere e proprie difficoltà esistenziali, al limite della violazione della dignità di un individuo.

Tali situazioni, sono troppo spesso sottovalutate dagli organi giudicanti, e dalle istituzioni, spesso troppo assenti, le cui conseguenze sono un vero e proprio problema sociale che rischia di diventare pericoloso!

Solo degli strumenti stragiudiziali, ben utilizzati, potendo maggiormente adattarsi alle diverse realtà, che ogni individuo e famiglia rappresenta, possono addivenire a delle soluzione più giuste e vantaggiose, a volte, per tutti.

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L’affidamento dei figli al tempo del coronavirus

Sono separato/divorziato, posso andare a trovare i miei figli minorenni? Questa una delle tante Faq (Frequently Asked Questions) sulla pagina del Governo Italiano al link spostamenti.

Sono trenta giorni che non vedo mio figlio, perchè quella s…… della mia ex ha deciso di farsi la quarantena dal suo compagno a 50 km di distanza. Posso andare a prenderlo, se mi multano? Questa la domanda un pò meno formale fattami da un mio cliente.

Palazzo Chigi ha risposto: Sì. Gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti anche da un Comune all’altro. Tali spostamenti dovranno in ogni caso avvenire scegliendo il tragitto più breve e nel rispetto di tutte le prescrizioni di tipo sanitario (persone in quarantena, positive, immunodepresse etc.), nonché secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio o, in assenza di tali provvedimenti, secondo quanto concordato tra i genitori.

Si è posto fin da subito, quindi il problema dell’affidamento dei figli in piena emergenza, ma si è altrettanto posto il problema dell’incidenza della normativa emergenziale rispetto alla disciplina relativa ai rapporti fra figli e genitori separati, contenuta in provvedimenti provvisori o definitivi, emessi in giudizi di separazione divorzio, affidamento o modifiche degli stessi.

Il Tribunale di Milano si è pronunciato con ordinanza resa in via d’urgenza in data 11.3.2020 statuendo che le previsioni di cui all’articolo 1, comma 1 lettera a del DPCM 8.3.2020 n. 11 non sono preclusive dell’attuazione delle disposizioni di affido e collocamento dei minori, laddove consentono gli spostamenti finalizzati a rientri “presso la propria abitazione o domicilio”, sicché alcuna chiusura in ambiti regionali può giustificare violazioni in questo senso di provvedimenti di separazione e divorzio vigenti.

Reputando giustamente che il rispetto degli accordi presi sul tempo da passare con i figli è più vincolante delle direttive sull’isolamento.

decisioni tribunali

Poi arriva lui, un Consigliere della Corte d’Appello di Bari che con ordinanza depositata il 26 marzo 2020 ritiene di segno opposto, (perchè ognuno che si alza la pensa a modo proprio, arroccandosi il privilegio, nella convinzione che aver vinto un concorso ti dia il diritto di fare e sfare della vita delle persone) che il diritto – dovere dei genitori e dei figli minori di incontrarsi, nell’attuale momento emergenziale, è recessivo rispetto alle limitazioni alla circolazione delle persone, legalmente stabilite per ragioni sanitarie, a mente dell’art. 16 della Costituzione, ed al diritto alla salute, sancito dall’art. 32 Cost. e quindi ritenuto, fino al termine del 3 aprile 2020, indicato nei predetti DD.PP.CC.MM., appare necessario interrompere le visite paterne, e che è necessario disporre che, fino a tale data, il diritto di visita paterno sia esercitato attraverso lo strumento della videochiamata, o Skype, per periodi di tempo uguali a quelli fissati, e secondo il medesimo calendario.

Risultato?

A parte il fatto che restare in videochiamata per periodi di tempo uguali a quelli fissati mi sembra alquanto ridicolo, se non paradossale. Se pensiamo a bambini di tre anni inchiodati per il week-end alternati sul divano in perenne videochiamata o adolescenti che rinunciano a vedere i loro video o a giocare alla play per stare davanti a uno schermo a parlare con il proprio genitore! Mi sembra già questa una violazione della propria libertà, costituzionalmente garantita!

Ma mi sembra sopratutto che si sia stato violato un diritto fondamentale e altrettanto più importante e tutelato, anche dalle Convenzioni Internazionali, che è il diritto del minore alla bigenitorialità e al rapporto con la propria famiglia. Che è altrettanto importante al pari del diritto alla salute fisica, il diritto alla salute mentale e al benessere in generale del minore.

I figli di genitori separati diventano figli di serie B così come i genitori.

Che nella fase emergenziale unica che stiamo attraversando la mera applicazione doviziosa delle leggi non aiuta nessuno e non risolve nulla. Che un Giudice è tale perchè sa applicare le leggi e adattarle alle circostanze. Per cui laddove scrive che gli incontri dei minori con genitori dimoranti in comune diverso da quello di residenza dei minori stessi, non realizzano affatto le condizioni di sicurezza e prudenza de DPCM, non sta certo pensando a tutti gli operatori coinvolti in prima linea che tutte le sere ritornano a casa dalle proprie famiglie.

Non sta certo pensando a un padre, una madre, carabiniere, infermiere, dottore, che tutto il giorno sono esposti al contagio e che tutte le sere tornando a casa non è che, per chissà quale miracolo, non rischiano di intaccare il diritto alla salute dei propri figli. Ma tornano a casa, però, stremati, e anche se magari non abbracceranno i loro figli, perchè un pò di buon senso a qualcuno è rimasto ancora, potranno vederli, sentirli, giocarci, e non dietro uno schermo.

Non sta certo pensando a un padre che, invece, magari dopo essere stato chiuso in casa per giorni, prende la macchina per recarsi dal proprio figlio e portarlo presso la propria abitazione. E lo reputa per un superiore e strano principio altamente contagioso tale da mettere a repentaglio la vita e la salute del proprio figlio e di chi abita con lui. Mette a repentaglio addirittura la salute pubblica. Che mostro!

Come se il periodo di quarantena non fosse già estremamente difficile e complicato per tutti, cosa facciamo? Priviamo un genitore di vedere il proprio figlio, e a un bambino di vedere il proprio padre…

Perchè ovviamente in un periodo in cui avremmo dovuto capire le cose importanti della vita. In cui ci saremmo dovuti soffermare su gli affetti, sugli abbracci che ci stanno mancando, (siccome la mamma dei deficienti è sempre incinta) cosa fa una madre che non potendo andare dall’estetista e dal parrucchiere non ha nulla da fare? In piena pandemia chiama il proprio avvocato, che si rivolge a un giudice depositando un’istanza urgente con la quale si chiede la sospensione degli incontri tra il padre ed il figlio minore. Unica colpa abitare in un comune diverso da quello della madre. E il Giudice caso più unico che raro nella storia della Repubblica, risponde all’istanza in tre giorni. Mi viene il voltastomaco.

E mentre a una padre amorevole, sol perchè separato, gli viene negato quell’unico diritto che forse gli è rimasto, un padre non altrettanto amorevole, sol perchè “formalmente marito” continua a picchiare una moglie e un figlio chiusi dentro quattro mura, indifesi e indifendibili adesso più che mai.

Comunque nella speranza che il vostro ex partner abbia altro da fare che rivolgersi ad un Giudice per ottenere la sospensione del vostro diritto di visita, intanto potete recarvi, con la giusta autocertificazione e il provvedimento (sentenza, accordo, ordinanza provvisoria) che stabilisce l’affidamento e le modalità di visita dei figli, presso la residenza o domicilio degli stessi secondo le modalità previste.

Ciò sempre con le dovute precauzione sanitarie, e con il buon senso che ora più che mai deve contraddistinguere la nostra vita e i rapporti con gli altri.

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La quarantena: un enorme reality

Eh sì, sono 22 giorni ormai!

Una serie di DPCM (di cui alcuni hanno ironizzato, come se fosse una famosa telenovela a puntate…) hanno, anche se in maniera graduale, via via limitato la nostra vita e le nostre abitudini. E’ la prima volta che succede nel nostro paese. E’ la prima volta che succede in assoluto.

Quando guardavamo le immagini che ci arrivavano dalla Cina: le strade deserte, tutte le persone chiuse in casa, a trovare metodi alternativi alla sopravvivenza, le guardavamo sì con sgomento, ma con il solito distacco. Come sempre. Succede lì. Io sto qui. Mi spiace per loro. Io ho la mia vita. E va tutto bene!

E invece no. Invece stavolta ha colpito anche noi. Anzi ha travolto anche noi. E siamo stati il primo paese occidentale, la prima democrazia, occidentale, a dover affrontare questa strana emergenza. Ed essere uno stato di diritto, non facilita, certamente, chi al potere deve prendere importanti decisioni, senza che tutte le parti sociali non siano coinvolte e soprattutto senza che i diritti primari e individuali non siano rispettati, sempre. Ma questa è una altra questione.

Sta di fatto che da va tutto bene abbiamo dovuto cambiare nel giro di pochissimi giorni il verbo al futuro: andrà tutto bene!

E’ un evento senza precedenti. Un isolamento totale e globale. Normalmente in altre situazioni analoghe, di epidemia, la storia insegna, (e da qui anche il termine quarantena) che chi stava in isolamento, in quarantena appunto, erano le persone malate, affette, per evitare che contagiassero gli altri. Questa volta invece l’isolamento è stato chiesto a tutti. Un isolamento chiesto nel periodo storico in cui i contatti sociali e gli spostamenti da un paese ad un altro del globo non sono mai stati così attivi.

Ci siamo ritrovati, perciò decreto dopo decreto ad avere sempre più restrizioni, fisiche e territoriali, fino a restare piano piano tutti a casa. Un sacrificio, chiesto a tutti, per salvare l’intero paese. Niente più aperitivi. Niente più uscite il sabato sera. Scuole chiuse e bimbi a casa. Uffici chiusi e mariti a casa! Spostamenti solo se necessari, giustificati e brevi.

città deserte covid-19

La nostra società abituata a correre sempre e per tutto, ad un certo punto si è dovuta fermare. Si è dovuta bloccare. E doveva essere un essere invisibile, microscopico a fermare l’intero pianeta! Succede anche con il nostro corpo, a volte, lo stressiamo così tanto, lo portiamo cosi allo stremo che ad un certo punto, visto che non siamo noi a capire di doverci fermare, lo fa lui per noi. Ed è la volta che ci viene qualche malanno che ci costringe a stare a letto! Così è avvenuto, in fondo, al nostro pianeta, con il covid-19. E l’intero pianeta ringrazia. I livelli di inquinamento sono calati e gli animali si stanno riappropriando di luoghi prima inavvicinabili perché contaminati dall’uomo. E noi?

Questo #iorestoacasa ha fatto fermare ognuno di noi. Facendoci riprendere contatto con le cose più banali. Innanzi tutto con il nostro tempo e con noi stessi: avere del tempo a nostra disposizione ma non poterlo utilizzare fuori, inevitabilmente ti fa concentrare su te stesso. E allora c’è chi si è scoperto cuoco…e siamo diventati tutti masterchef, così che trovare lievito e farina al supermercato è ormai una mission impossible. Chi ha ritrovato il tempo di leggere quei libri che stavano in fila ad aspettare che arrivasse, appunto, il tempo per poterli leggere. Chi si sta dedicando alle proprie passioni dimenticate o chi si dedica alle proprie passioni sempre perseguite ma in maniera alternativa.

Il modo giusto per affrontare una situazione di difficoltà. Gli psicologi la chiamano:

Resilienza

In fondo sembra di essere al Grande fratello al contrario. Un esperimento sociale e antropologico a tutti gli effetti. Il primo GF, infatti, ero ai primi anni di università e lo vidi (fu il primo e ultimo reality, per la cronaca) per la curiosità della natura di esperimento sociale che avevo, modestamente, intuito racchiudesse (non a caso lo condusse Daria Bignardi): 10 persone estranee chiuse/rinchiuse per 99 giorni in una casa fuori dal mondo. Sappiamo quale fu il risultato e quale è ancora l’ effetto di questi reality sui partecipanti.

“The big family” o “Happy family” in #iorestoacasa poco cambia: tre, quattro, cinque persone, non estranee, ma non del tutto, spesso, che si ritrovano a condividere 24h su 24h uno spazio, neache troppo grande, nella stragrande maggiornanza dei casi, che, a voglia a fare pizze e torte ad un certo punto l’aria ti inizia a mancare!

famiglia del mulino bianco

Nelle situazioni già Famiglia del Mulino Bianco probabilmente, questo tempo di condivisone lo si sta sfruttando per stare tutti insieme e fare quelle cose che spesso non si ha il tempo di fare. Volersi bene di più e comunicare di più. E io spero che sia la maggior parte delle situazioni. Ma ne dubito.

Poi ci sono le famiglie NORMALI. La stragrande maggioranza delle famiglie italiane. Famiglie che non sono proprio abituate a stare insieme. Non tutto questo tempo almeno. Ma non per cattiveria e poca volontà, ma per necessità della vita quotidiana. Si esce la mattina e si torna la sera dal lavoro. I figli sono comunque impegnati nelle loro attività e quindi tra scuola, sport, inglese, musica, a parte due parole mentre li porti da un posto all’altro li vedi ben poco. L’unico momento dove si sta tutti insieme, bel quadretto idilliaco, la sera a cena. Dove parli di tutto quello che hai fatto nella giornata e soprattutto parli di quello che si deve fare il giorno dopo, con la conseguente spartizione dei compiti. Ma tutto questo avviene in un ora o poco più! Poi tutti a riprendere le proprie attività prima di andare a dormire esausti.

convivenza in quarantena

Poi c’è il week-end, certamente, che serve proprio a stare tutti insieme, e le vacanze. Ma vuoi mettere passare del tempo bellissimo e costruttivo e saggiamente speso tra partite di calcio o saggi di danza. Cene tra amici o in famiglia. Tra cinema, teatro, gite al parco. Mare montagna e quant’altro? Il tempo lo condividi insieme non lo passi insieme.

Adesso ventiquattro ore su ventiquattro ore senza distrazioni esterne o ti riscopri ad aver tanta voglia di dire tutte le cose che non hai mai avuto il tempo di dire o scopri di non avere nulla da dire.

Questo relativamente alle famiglie, in quanto piccole società più complesse. Le coppie hanno solo due via d’uscita. O si stanno amando alla follia (beati loro), facendosi la luna di miele in salotto o si sono ritrovati accanto uno/una sconosciuta. Per cui per dirla come un post che gira sui social: alla fine della quarantena o andranno dal ginecologo o dall’avvocato, passando in entrambi i casi però per il dietologo!

Scherzi a parte, allora, penso che questo esperimento sociale che l’invisibile covid-19 ci sta obbligando a fare, avrà delle ripercussioni personali notevoli. Usciremo da questa tempesta inevitabilmente diversi e dovremmo affrontare una seconda tempesta: quella che ci costringerà a raccogliere i cocci che la prima ha creato. Possiamo decidere di dedicare, questo maggior tempo che abbiamo a disposizione, a noi stessi e alla nostra anima, oltre che al nostro corpo, e imparare a conoscerci di più.

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo . Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento non sarai lo stesso che vi è entrato.” Haruki Murakami

Sfruttare questo tempo di condivisione per unirci alle persone che amiamo. Per capirle. Per ritrovare le persone che amiamo, o perché troppo vicine o perché troppo lontane.

Ma anche per capire dove stiamo e dove stiamo andando. Ma soprattutto dove vogliamo andare quando tutto questo sarà finito. E con chi.

Da una situazioni di enorme difficoltà una coppia se forte e solida ne esce ancor di più rafforzata ma se debole e labile ne esce distrutta.

coppia in crisi

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In evidenza

#andratuttobene

Era facile stavolta scegliere in titolo. Non c’erano dubbi nè esitazione. Così come l’immagine. L’ ho messa sul mio stato settimane fà. Tutto è partito da lì. Post-it sparsi per tutta Milano per incoraggiare una città, che è il motore dell’Italia. Per dare forza ad una grande città ad una grande regione e ai suoi cittadini, di non arrendersi. E subito è stato contaggioso…..

L’ultimo articolo l’avevo scritto l’11 febbraio…appena finito Sanremo…..poi vuoto, silenzio. Silenzio assoluto. Ferma. Come una premonizione, un sentore, di questo silenzio che sarebbe calato su tutti noi a breve.

Ieri sera tornavo da fare la spesa, a piedi. Era l’imbrunire, le strade erano vuote, silenziose, laddove normalmente i negozi e gli uffici aperti creano un brulichio di gente che si muove. Silenzio. Strade vuote. La mente però mi è andata ad un immagine, a un ricordo bello. Un po’ per demonizzare anche la situazione, forse. Un po’ perché la nostra generazione non l’ ha mai vissuta la guerra, l’emergenza. Non direttamente almeno. Non a casa nostra. Quindi non abbiamo immagini brutte, vissute, impresse nella mente.

Perciò l’immagine che mi è venuta in mente è stata quella di una calda serata estiva, che ha accompagnato la mia infanzia e non solo, in cui il silenzio e l’assenza in strada era dovuta al fatto che tutti eravamo riuniti attorno ad una tv a guardare (11 giocatori che inseguono una palla, direbbe qualche donna)… la nostra Nazionale… che si fa onore e che solo un: “Goalllllll” romperà quel silenzio. Che solo: ” il cielo è azzurro sopra Berlino ….Beppe” riattiverà la vitalità di noi popolo tutto che fino ad un secondo fa era con il fiato sospeso.

Quell’attimo di eterna suspance che solo dopo 90′,o forse più, verrà rotta da tutta la gente che scenderà in strada a urlare…siamo in finale, siamo in finale…..e poi… campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!!! Invece questa sera no. Non scenderemo in strada a festeggiare. Non possiamo. Non ancora. Ma stiamo aspettando questo momento come non mai. E’ sarà bellissimo. Come se avessimo vinto 20 campionati del mondo tutti insieme!

festeggeremo come per i mondiali, scenderemo in strada come nel 2006

E mentre camminavo, in questo silenzio surreale, pensavo che in fondo a me non è cambiato molto. Sento mamma al telefono almeno due volte al giorno da 15 anni. Ogni tanto facciamo la videochiamata. E da 15 anni siamo lontani 1000 km. Che domenica non è stato un sacrificio rimanere a casa a pranzo da soli. E non andare da mamma o da nonna che ha preparato tanti manicaretti. Per noi non è stata una novità. Ma capisco il dolore e la sofferenza di chi non c’è abituato alla lontananza. Che diventa più paradossale e surreale, perché non hai la distanza fisica e ti sembra tutto più assurdo avere mamma e papà giù al piano di sotto, o magari i nipotini che sei abituato vedere tutti i giorni e eviti di andarli a trovare e soprattutto di abbracciarli.

Ma vorrei allora che questo dolore, non solo per noi, a cui è stato chiesto un sacrificio, #iorestoacasa#, ma soprattutto per tutte le vittime di cui ancora si parla poco e che non sono solo dei numeri, ma dei nomi con delle facce e con delle famiglie che li stanno piangendo, ci insegni qualcosa.

Questo virus sembra essere stato creato ad hoc per la generazione virtuale. Paradossalmente la generazione della tecnologia, a cui è stato rimproverato di avere solo relazioni virtuali, è stata costretta a sopravvivere con tali relazioni. Obbligata solo a relazioni virtuali a tutto tondo. E come sempre quando una cosa diventa obbligo perde il suo fascino e viceversa ciò che fino a qualche giorno fa sottovalutavamo, a volte ridicolizzavamo, adesso che ci è proibito diventa agognato.

Questo virus sembra essere stato creato ad hoc per la generazione che corre. Corre dietro cosa poi. Questo virus ci ha costretto a fermarci. Ci ha costretto a fermarci un attimo a pensare. Ad avere un pò più di tempo per pensare. A fare torte per i nostri figli, e rimanere un sabato sera tutti a casa a mangiare una pizza. Che si può sopravvivere senza un aperitivo in centro. A capire che siamo tutti uguali ricchi e poveri (certo in quarantena in un monolocale o in villa con sauna e piscina non è proprio la stessa cosa, come negarlo). Tutte con le unghie rotte e la ricrescita ai capelli!!!!! Che puoi essere un professionista o un operaio, puoi avere mille conti in banca e neanche un euro in tasca ma capisci che un virus invisibile è lo strumento più democratico che esiste.

L'Italia unita ce la farà

E allora noi italiani stiamo dando il meglio di noi, come sempre. Con la nostra unica creatività. Popolo di artisti. Patria di Leonardo e Michelangelo e di altri mille artisti che tutto il mondo ci invidia. E voglio difendere noi italiani, anche quelli ignoranti e stupidi che soprattutto all’inizio non hanno capito nulla, o non hanno capito molto.

Era una situazione nuova, strana. Un nemico non conosciuto, non conoscibile, invisibile. E quando non sai chi hai davanti non è sempre facile capire come difenderti soprattutto all’inizio. La paura e l’ansia poi in questi momenti dà il colpo finale ( e per la serie non sempre l’erba del vicino e più verde, non è che gli altri popoli, rinomati per la loro disciplina e il loro ordine stiano brillando, anzi!). Ma l’importante è recuperare. E lo stiamo facendo alla grande come sempre noi italiani sappiamo fare. Nelle difficoltà ci uniamo e combattiamo. E risorgiamo!

Andrà tutto bene. E mi auguro che tutto quello che stiamo vivendo, ci faccia capire la vera importanza delle cose, di un abbraccio di una stretta di mano. Di un sorriso non coperto da una mascherina. Che scendendo giù in strada a festeggiare non per aver sconfitto una squadra di calcio avversaria ma per aver sconfitto un nemico che voleva piegarci, ci ricorderemo non per un giorno, non per un mese, ma per sempre, quanto siamo stati bravi, quanto siamo importanti gli uni per gli altri e quanto è importante restare uniti. Che non sarà necessario cantare l’Inno di Mameli al balcone per ricordarcelo.

Che ci ricorderemo che è facile mandare un cuoricino via whatsapp ma che può essere più impegnativo ma mille volte più bello uscire di casa, andare dalla persona che vuoi bene e anche senza una parola, ABBRACCIARLA. E quell’abbraccio varrà più di mille parole. per adesso #iorestoacasa.

andratuttobene

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Il festival delle donne

Lo hanno chiamato il festival delle donne. In parte come sempre con i riflettori puntati sulle Bellezze chiamate a scendere, nella loro maestosità, quelle famose scale, che tanto timore incutono. Giustamente (sfido chiunque a scendere quelle scale così lucide e apparentemente, e non solo, scivolose, con tacco 15!!!!). Quindi un primo plauso solo per questo. Ma in parte è stato, anche, inaspettatamente visto le premesse, sicuramente nuovo/innovativo con donne parlanti. Donne oltre che bellissime, con uno loro profilo professionale e di un certo spessore.

Finalmente donne non solo lì, su quel palco, per sfilare magnificenti abiti firmati da griff famose, e far parlare di sé il giorno dopo solo per la loro mis, ma per dire qualcosa. E qualcosa lo hanno detto e pure di bello, profondo ed emozionante.

Che sia stata una trovata degli autori per mettere riparo alle c….precedenti, forse, chissà. Ma anche se fosse, alla fine non importa. E’ anche umano sbagliare, o a volte essere superficiali. Ma se si ha il buon senso di capire l’errore e metterci riparo, va bene uguale, anzi, ben venga.

Per cui se si sono trattati temi come il femminicidio, la violenza sulle donne e la disparità delle donne è stato certo un atto bello, politicamente corretto. Che è meglio parlarne che non parlarne. Ma il problema sta proprio lì. Che non se ne dovrebbe neanche parlare. Che se si è costretti a parlarne lì su quella vetrina, è perché è un emergenza. E non lo dovrebbe essere.

E non mi riferisco solo al monologo di Rula Jebreal. Bellissimo. Toccante. Vissuto. Perchè lo percepisci quando quello che stai raccontando lo hai vissuto e arriva inevitabilmente dritto al cuore di chi ti sta ascoltando. O forse perchè chi ti ascolta, in parte in quelle parole, si riconosce. Le ha vissute, una volta, 100, 1000, chi tutti i giorni. Non importa. E ti senti meno sola.

Perchè non c’è una sola donna che nella vita non abbia subito una molestia. Anche lieve, anche banale, anche se non lo è mai banale. Che lì per lì non ci dai peso. Dici va bè i soliti maschi stupidi. Perché se sei in una biblioteca, e hai 16 anni, e fai uno sguardo di troppo a un ragazzo, non ti aspetti che, ti segua per strada e ti tocca il sedere. Ti aspetteresti che ti fermi e ti chieda il numero di telefono. Che se sei per strada ed hai un vestito sopra il ginocchio, puoi aspettarti un fischio, un sorriso, non un apprezzamento volgare da far rivoltare lo stomaco. Che se stai entrando in ascensore, il tuo capo, o pseudo capo non ti salga addosso……O se dopo una settimana di lavoro, vieni mandata via, pensi che non hai fatto abbastanza, non hai dimostrato abbastanza, e non che eri troppo bella e i maschi dell’azienda si sarebbero distratti con te…..Tutto questo è una molestia.

E la cosa peggiore di tutto questo, e che noi donne, la prima cosa che ci chiediamo è: cosa ho fatto? Lo sguardo era troppo eccessivo? il vestito troppo corto? Ho mandato dei segnali, che non dovevo mandare…? Gli animali mandano dei segnali. Gli uomini hanno la ragione a distinguerli. Dovrebbe prevalere questa. Non l’istinto. Ci mettiamo subito in discussione noi. Perché la colpa è nostra. Sempre nostra. Perchè così ci hanno inculcato millenni di storia. Perché se il marito è un adultero seriale la colpa è della moglie che non lo soddisfa e delle amanti che lo seducono. Non sua. Se è la donna a tradire il marito è una poco di buono.

Ma se siamo noi donne le prima ancora a colpevolizzarci a giustificare sempre, come possiamo pretendere che non lo facciano gli altri? Il primo passo, più complicato, per un a donna che denuncia è superare il senso di colpa. Quando una donna capisce e ha preso consapevolezza che la colpa di tutto quello che è successo non è sua, è pronta per iniziare il percorso più difficile della sua vita.

Che se Laura Chimenti, bravissima e bellissima giornalista (e anche se suona meno bene, ho scritto appositamente prima bravissima e poi bellissima) ha scritto una tenera lettera alle figlie, per tutte le volte che ha fatto tardi o che si è persa qualche loro evento, perché ha dovuto scegliere tra loro e il lavoro; così come altrettanto spesso, anzi spessissimo, ha dovuto scegliere o rinunciare a opportunità di lavoro per loro. E che se è lì, alla direzione del tg1, è inutile che lo neghiamo, ha faticato quattro volte in più di uomo e ha dovuto dimostrare tre vote in più il suo valore. Che se è lì a dover chiedere scusa alle sue figlie, come le altre migliaia di donne che lavorano…beh… ne abbiamo ancora tanta di strada da fare.

Che un uomo non si sarebbe mai sognato di dire quelle parole. Perché un uomo, un padre, che si è perso la recita del figlio, è solo un uomo che lavora, che fa un lavoro importante. Una donna è una madre poco brava, poco attenta. Ehhh quella lavora…..certo che suo figlio viene a scuola con un capello fuori posto. Che solo noi donne ci sentiamo tremendamente in colpa se siamo a lavoro e abbiamo lasciato i nostri figli e ci sentiamo altrettanto in colpa e frustrate se siamo con i nostri figli e abbaimo lasciato il lavoro. Perché solo a noi donne ci si obbliga a dover scegliere. Perché un uomo non sceglie.

Ma se ci sentiamo in colpa forse è perché anche gli altri ci fanno sentire sbagliate. Perché se il rientro a casa è una subdola e silenziosa accusa, anche silente… dovresti fare la madre, e la dovresti fare pure bene. Perchè se tuo figlio poi va male a scuola la colpa ovviamente è tua e del tuo lavoro. O di te, perchè se anche ci sei non sei adatta. E farti sentire tutti i giorni una madre sbagliata. Anche quella è una violenza che ferisce più di uno schiaffo.

Ma non sono solo gli uomini sbagliati. Gli uomini sono uomini. Ci sono uomini buoni e uomini cattivi. Ci sono uomini amorevoli, generosi e altruisti e altrettanti uomini egoisti, insensibili e violenti. E’ il sistema sbagliato. E’ il sistema attorno che li autogiustifica, li autoproclama. Perché se innanzi ad un ragazza violentata ancora si fa la domanda “ma tu cosa stavi facendoMa tu perché eri lì a quell’ora ” “ma tu perché avevi bevuto un bicchiere di troppo” ….l’uomo carnefice è colpevole, ma il sistema attorno lo è altrettanto, se non di più.

Perchè io donna dovrei essere libera di uscire, anche sola e di notte. E di bere se ne ho voglia. Essere libera anche di corteggiare un uomo, di flirtare con uomo e poi dire anche no.

E innanzi l’ennesima donna uccisa dal marito, dal compagno, il sottotitolo è: ma lo voleva lasciare, ma lei aveva un altro. E leggi su una testata nazionale non di poco conto: lui suicida accasciato sul corpo di lei appena freddato “quasi a volerla proteggere…..” . Proteggerlaaaaaaaa??????????? Proteggerla da chi, da cosa!? Da se stesso. Dalla sua follia omicida. Dal suo senso di possesso. O mia o di nessun altro!? Se la voleva proteggere non la uccideva!!

Beh, mettetemi la lettera scarlatta, incolpatemi di adulterio, anche se non è più un reato (dichiarato costituzionalmente illegittimo solo nel 1969) ma non uccidetemi. Perché se volevo lasciare quell’uomo forse è perchè da quell’uomo volevo liberarmi, forse volevo vivere. Forse volevo vivere e libera. Non volevo morire.

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La bellezza della gentilezza

Lunedì mattina. Ore 10.00. Corridoio del Tribunale di Roma, 4° piano XII sezione. Attendo i colleghi (Avvocatura dello Stato e Assicurazione, quindi tutto un programma…!!!) per fare udienza. Siamo i quarti. Poco male. Al centro degli immensi corridoi ci sono dei tavoli, alti, per poter scrivere o poggiare i fascicoli, in piedi ovviamente. Io che come al mio solito invado, tutto il tavolo…pratica, cappotto, telefono. Di fronte a me dall’ altra parte del tavolo un collega. Lo avevo visto solo arrivare, ma non lo avevo guardato più di tanto.

Venendo in metro, ascoltavo musica. Mi sono ridata al rock serio…perciò avendo in testa questa musica, mi ritrovo ad un tratto a canticchiare, sotto voce. Lui si gira. Mi guarda, un pò, un po’ tanto, stranito. Io lo guardo, sorrido: “stavo cantando!!!!” Lui si rigira sempre stranito, quasi arrabbiato, mi era parso, come se i miei sussurri lo avessero disturbato dalla sua impegnata lettura. Io mi infastidisco e penso: siamo arrivati a questo. Che invece di sorridere davanti a una persona che sta canticchiando. Poi lascia stare che oggi ero particolarmente fascinosa. O almeno mi sentivo tale io. Quindi vale doppio. Per cui solo che ti sorrido ti si dovrebbe sistemare la giornata…..tu che fai? Quasi ti inc…??? Ma mentre io facevo queste considerazioni…lui mi guarda e mi sorride: “e che non siamo neanche più abituati a cotanta bellezza!” “E’ vero.” rispondo io . “Siamo talmente abituati solo a brutture, che quando accade qualcosa di gradevole, quasi ci destabilizza. Poi metti che è pure lunedì, mattina, che riesco a cantare  mi ci vorrebbe solo un premio!” dico io e lui sorride ancora.

E lo vedo che mi guarda stupito come se fossi un aliena…ma divertito….Mi segue: io che entro in aula, dopo tre secondi riesco, incurante del Giudice che mi guarda, perché avevo dimenticato il cellulare in corridoio! Insomma un po’ fuori di testa sembro…e in tutti questi movimenti continua a guardarmi divertito….io lì, in mezzo a tutti bacchettoni compiti, compreso lui, e miss perfettine non dormo la notte per non rovinare i boccoli, (o forse si staccano la testa e la poggiano sul comodino?…me lo sono sempre chiesto!), con la mia aria sognatrice e scanzonata (o così forse appaio), con i miei fluenti e spettinati capelli e pure il rossetto rosso (oggi), forse un pò aliena sembro…Poi ovviamente a fine udienza mi ha dato il suo biglietto da visita…ma non è questo il punto. E poi non era proprio il mio tipo!

Però è vero. Verissimo. Siamo così abituati. E con abituati intendo in senso letterale che spesso tolleriamo tutto, come se fosse normale: maleducazione, poca gentilezza, anche cattiveria a volte. Che la regola homo homini lupus est di Hobbes la fa da padrone. E di contro non siamo più abituati a un sorriso, a una parola gentile, una delicatezza, che quando accade ci sembra una stranezza.

Siamo sempre presi dalle nostre cose. Non guardiamo più in faccia nessuno. Tutti a testa in giù. Come se tutto il mondo fosse dentro quella scatola di pochi cm. Spesso anche io, non lo nego, soprattutto, in metro o in treno, sto con il telefono o con un libro in mano. Ma a volte mi piace anche guardare. Certo attualmente lo spettacolo che ti si presenta innanzi, di solito, non è dei migliori: tutti questi esseri che guardano una scatoletta, tutti a testa in giù. Da far rigirare nella tomba Charles Darwin. Altro che evoluzione della specie…involuzione della specie!

Mi piace guardare. Guardare le persone, cogliere gli sguardi. Pensare o immaginare, le storie che ci sono dietro ognuno di loro. Spesso ci perdiamo dietro i nostri egoistici interessi, perdendoci l’occasione di scambiare un sorriso, una parola. Con chi potrebbe essere solo un estraneo e rimanere tale, e chi invece potrebbe entrare nella tua vita e rimanerci per sempre. Ma non lo sapremo mai se rimaniamo a testa in giù.

Perchè fuori c’è un mondo da scoprire, da conoscere. Proprio davanti ai nostri occhi. Che possiamo toccare. Che sì, a volte può essere pure crudele e ci fa più comodo nasconderci dietro a uno schermo per proteggerti ma a volte è altrettanto, se non di più, meraviglioso!

E allora sì, sarò sembrata oggi un’ aliena al Tribunale di Roma, ma  l’ aver strappato un sorriso, a una persona, e magari averlo fatto riflettere, e fatto iniziare la giornata, con un po’ di gentilezza, …è stata, e dovrebbe sempre essere,  una cosa bellissima.

Sono questi piccoli gesti che riempiono la vita e cambiano il mondo.

Quello che facciamo noi è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo, l’oceano avrebbe una goccia in meno.

Madre Teresa di Calcutta 

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Diritto di visita

Diritto di visita: l’ennesima sentenza in cui sono costretta a leggere questi termini che odio.

La Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, nell’ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937 stabilisce che non spetta alla Corte di legittimità (Cassazione stessa), bensì al giudice di merito (Tribunale o Corte d’appello) fissare le modalità di esercizio del diritto di visita del genitore, nel rispetto dell’interesse esclusivo del minore.

Vi tedio con un po’ di legalese….la pronuncia trae origine dall’impugnazione avverso la decisione con cui, il giudice di merito, aveva rigettato l’istanza proposta dal ricorrente (padre) per ottenere l’ampliamento del diritto di visita al figlio. La Corte territoriale (Corte di Appello) aveva respinto tale domanda in quanto, il regime proposto dal genitore, sarebbe stato troppo articolato e frammentario, perciò disfunzionale rispetto alle esigenze del figlio.

Nel ricorso proposto in Cassazione, il ricorrente lamentava che, nonostante era stato adottato il regime dell’affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre nascondeva di fatto, il regime di affido esclusivo, atteso che il genitore, poteva trascorrere con il figlio solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Suprema Corte risponde  rilevando che, la regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore. Inoltre, ha precisato che spetta al giudice di merito il potere di stabilire le concrete modalità di esercizio del diritto di visita, non sindacabili nel giudizio di legittimità.

La questione è puramente tecnica, di chi sia la competenza (corte territoriale o di legittimità) sulla determinazione del diritto di visita. Ma ciò che qui mi interessa sottolineare, e la cui sentenza mi ha dato spunto, per farlo, è la terminologia che purtroppo viene usata: diritto di visita.

Termine di un vecchio retaggio,  che nonostante una nuova legge (nuova, si fà per dire, sono passati più di dieci anni) la giurisprudenza fatica ad abbandonare. Il diritto di visita, infatti, poteva avere un senso prima dell’entrata in vigore della legge 54/06 (famosa legge sull’affidamento condiviso, fortunatamente entrata a far parte della nostra legislazione) laddove, innanzi ad un genitore che aveva un affidamento esclusivo l’altro aveva il diritto di vederlo, di fargli visita, nelle modalità stabilite, a seconda delle situazioni, dal giudice.

Ma nel momento in cui, una legge mi dice che, tranne in casi particolari e per presupposti ben precisi, la regola generale è quella dell’affidamento condiviso, vuol dire che, indipendentemente dal tempo che ciascuno genitore trascorre con i figli, determinato da diverse variabili, quali anche la logistica e la distanza, non ci sono genitori di serie A e genitori di serie B.

Entrambi i genitori hanno pari diritti e pari doveri.

Non c’è scritto da nessuna parte del codice che io genitore non “collocatario”, altra invenzione della giurisprudenza, devo far visita a mio figlio, o frequentarlo…..Ma sono genitore a pieno, come l’altro. Purtroppo sono i provvedimenti dei giudici che utilizzano tali termini, e che non fanno altro che aumentare la conflittualità, tra ex coniugi.

Se ci fossero provvedimenti più giusti, dove ogni parte si senta tutelata e garantita nei propri diritti, il conflitto diminuirebbe assolutamente.

L’art. 337 ter c.c. stabilisce, infatti, che il giudice adotta i provvedimenti relativialla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Anzi più in fondo nel medesimo articolo parla di tempi di permanenza  presso ciascun genitore.

La legge è fatta bene. Come spesso, accade, nel nostro paese abbiamo le migliori leggi che un Parlamento possa fare. Poi applicate male, anzi malissimo, o disapplicate purtroppo.

La legge 54/06 mette, infatti, sulla scorta anche della legislazione internazionale, in primo piano l’interesse preminente del bambino. E fin qui nulla quaestio. Stabilisce come, relativamente alle proprie risorse ogni genitore debba contribuire alla cura degli stessi. Stabilisce altresì, a seconda della situazione di quella specifica famiglia, i tempi di permanenza presso ciascun genitore. Cioè quanto tempo sta con uno e quanto con l’altro. Che dipenderà da tante cose. Dall’accordo degli stessi genitori, dal lavoro di ciascuno di essi. Dalla lontananza e via dicendo.

Ma non dal fatto che c’è un genitore privilegiato e un altro che semplicemente (sol perché è il padre ahimè) può semplicemente vederlo e fargli visita.

La legge non dice tu genitore privilegiato, il collocatario, tieni il figlio tot tempo e tu genitore non collocatario, lo visiti come io giudice decido. Stiamo parlando di figli e di genitori, di diritti inviolabili e costituzionalmente garantiti e all’uno e all’altro. Stiamo parlando di un  rapporto genitoriale ormai cambiato socialmente e antropologicamente.

La legge sull’affidamento condiviso, nasce, infatti, anche da un esigenza sociale che già da anni si sentiva esplodere. La società cambia, si evolve anche repentinamente a volte, e le leggi devono farlo con lei.

Il ruolo del padre e della madre sono totalmente cambiati: da una  parte, giustamente, la figura della madre, non più casalinga, che non è più necessariamente colei che sta a casa e che alla fine di un matrimonio può da sola continuare a prendersi cura dei figli. Ma anche lei adesso lavora e anche lei ha difficoltà prendersi cura dei propri figli. Dall’altra però abbiamo anche la figura dei padri, a essere cambiata, diversa dalla generazioni precedenti. Non più padri che portavano solo lo stipendio a casa e che non avevano mai cambiato un pannolino, e che non ci pensavano minimamente a farlo. Sono padri, questi, che hanno allattato, che hanno cambiato pannolini, che hanno fatto notti insonni insieme alla proprie compagne. Che portano i loro figli a scuola o al parco. E la fine di un  matrimonio non deve certamente interrompere tutto ciò.

Per questo la legge 54/06 parla per la prima volta di bigenitorialità. Due genitori con pari diritti e doveri nei confronti dei propri figli. Bigenitorialità  a parole, in una legge, secondo me ben fatta, ma disattesa totalmente dopo 14 anni dalla sua entrata in vigore. Il discorso ovviamente è complesso e non mancherà occasione di approfondirlo. Ma quanta rabbia  mi viene quando leggo sulle ordinanze o ancor peggio su sentenze questi termini frequentazione, diritto di visita.

Dietro l’utilizzo di questi termini, costruiti dalla giurisprudenza, si nasconde la palese volontà di non volere applicare, nella sua massima interpretazione la legge sull’affidamento condiviso, rimanendo ancorati a retaggi culturali inutili e anacronistici. E lo dico da donna e da madre, consapevole di essere la parte privilegiata. E altrettanto svilita e frustrata da professionista, non potendo far riconoscere a pieno quei diritti sacrosanti che una legge riconosce ai padri. 

E mi metto, in tal senso,  nei panni di quei padri, che per colpa assolutamente di tanti altri, che in passato, ma non solo, assenti e latitanti, non chiedono altro che di continuare a fare il padre così come lo facevano durante il matrimonio. Che il fatto che non amino più la propria compagna o moglie non vuol dire che non amino più i loro figli. E al dolore si aggiunge il dolore di non poter vivere più quella quotidianità, quei piccoli momenti dei loro figli e con i loro figli, ma frequentarli nonostante una legge, apparentemente, gli riconosca il diritto di essere genitore a tutti gli effetti.

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Manuale di diritto di famiglia

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Separarsi: paura di rimanere soli

“Ma io lo amo ancora. Non voglio separarmi”.

E mentre mi racconta la sua storia, la sua vita. Lui che la ignora da anni. Lui che lavora per la maggior parte del tempo fuori, all’estero. Lui che dorme ormai sul divano….penso a come faccia ancora ad amarlo. Mi chiedo per quanto tempo si riesce ad amare per due. Fino a quando l’amore soltanto di uno può bastare ad un matrimonio. Per quanto tempo ancora devi fingere che tutto vada bene e avere paura.

Lo ami ancora? o ami l’idea che avevi di lui, del vostro rapporto, del vostro matrimonio. Idea che ormai non c’è più, che non esiste più. Pensi veramente di amare ancora lui…ma hai mai amato te stessa?

Hai mai pensato di amare te stessa? Ami ancora lui o hai una grandissima paura di rimanere sola? Una grandissima paura di pensare di non potercela fare. Senza capire che sono anni che sei sola. Perché dovresti meritarti questa vita? Un marito o una moglie che non ti ama. Che non ti ama più. Che torna a casa si mette le cuffie e non ti parla. Perché dovresti rimanere incastrata in questa vita. Perché pensi di meritarti questa vita?

E tu sei distrutta. Perché ti ha detto che vuole separarsi! Ti senti come se ti fosse crollato il mondo addosso, nonostante sai che sono anni che va avanti questa storia. Preferisci stare lì in quel limbo di purgatorio piuttosto che rimetterti in gioco e dimostrare alla vita che anche da sola puoi farcela. Che vali indipendentemente dalla persona che ti è stata fianco anche per anni.

Amati!

Così il mio appuntamento si trasforma, come sempre per la prima parte, in una specie di seduta di psicoterapia. Ma serve per allentare la tensione. E’ una signora cinquantenne. Dopo 25 anni di matrimonio il marito ha deciso di separarsi. O almeno così le ha comunicato lui. Il mio primo incontro tendo a farlo sembrare più una chiacchierata. Cerco di mettere il cliente a proprio agio. Mi invento psicoterapeuta appunto.

Arriva persa spaesata, terrorizzata quasi. Le dico di prendersi tutto il tempo che vuole. Di iniziare da dove vuole, di iniziare a raccontarmi quello che vuole. La cosa peggiore è che capisco, percepisco, che si sente in colpa ad essere lì. Forse lui ancora non è andato dall’avvocato e lei, lei che non vuole separarsi, lei che lo ama ancora invece, è in quello studio, a parlare con me, con un’avvocato. Quasi ad un certo punto sento vorrebbe scappare.

Le spiego che il fatto che sia lì non vuol dire che vuole separarsi. Che ha fatto bene a venire, perché sapere a cosa va incontro,  quali possono essere le alternative, le può dare la sicurezza per affrontare la situazione. Che non deve sentirsi in colpa. Le spiego anche (la psicoterapeuta) che non si può rimanere attaccati in un rapporto se l’altro non vuole più starci. Le spiego (l’avvocato) che se una parte vuole separarsi l’altra parte non lo può impedire: non  funziona alla Beautiful “il divorzio non te lo darò mai!!!!”   e spunta finalmente un sorriso su quel bel viso triste e addolorato. Tanto vale quindi sapere di che morte morire e non avere nessun senso di colpa.

Una volta è venuto un cliente, che avevo già seguito per altre cose e mi dice: “mia moglie mi ha detto che vuole separarsi” “e quindi?” rispondo io. “Che devo fare?” mi dice lui. Gli spiego che ha fatto bene a venire e a cercare di capire cosa potrebbe succedere da lì in poi. Gli chiedo però  se lui vuole separarsi. E lui mi dice no. “Io stavo così bene. Non avevo capito nulla” ( come sempre succede per gli uomini…cascono tutti  dal pero!!!!! ). Sono giovani, sposati da pochi anni, hanno un bambino, lui ha cresciuto anche il figlio di lei e lo adora come fosse il suo. Era luglio e allora gli dico: “fai una cosa torna a casa, cerca di riconquistare tua moglie e a settembre ne riparliamo”

Poi a settembre è tornato e si sono separati comunque. Abbiamo fatto una negoziazione abbastanza tranquilla e dopo qualche mese già stavano entrambi con altre persone.

E’ quindi giusto, giustissimo riprovarci. E io sono la prima a spingere a farlo se ci sono i presupposti. Ma poi il senso di colpa è la prima cosa che si deve elaborare. sia per la parte che decide di separarsi si per la parte che “subisce” .

Il primo passo è sicuramente quello di chiedere una consulenza ad un avvocato di fiducia, per sapere come affrontare questa nuova situazione. Il che non vuol dire definire di volersi separare, né essere l’artefice della stessa. Come sempre la consapevolezza e la conoscenza delle cose ci dà una maggiore maturità e sicurezza nell’affrontare tutto anche le nostre paure.

separarsi

Il tempo poi è fondamentale. Io non metto mai fretta. Una coppia ha bisogno di tempo. La separazione è un lutto e come tale deve essere elaborato. Sono fermamente convinta nella negoziazione assistita. La materia di famiglia è una materia così delicata, complessa e personale che, con tutto il rispetto che ho per la magistratura, non dovrebbe essere demandata ad un giudice, che con tutta la buona volontà e sensibilità che può avere (quando c’è), in udienza si ritrova a dover decidere il destino di due persone, spesso di un’ intera famiglia, con un mondo dietro. Un mondo di vissuto, di emozioni, non facilmente spiegabili. Ma questo è un altro punto.

A causa della mancanza di tempo, inteso come dedizione, spesso si arriva a una giudiziale.

Un accordo è sempre possibile

O quasi. Ha bisogno di tempo e di maturazione. Una famiglia viene sconvolta da una separazione, viene messa totalmente a soqquadro. Un buon accordo deve essere equilibrato, capito, metabolizzato, digerito a volte. Ma per fare ciò ci vuole tempo, pazienza e collaborazione. Da parte di tutti. In primis dai professionisti che seguono le parti.

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Il rientro dalle vacanze

Capitolo secondo.
E dopo la traversata rientri a casa…addobbata ancora a festa…E almeno fino al weekend, (quando si spera, forse, avrai il tempo per smontare gli addobbi) tutta casa saprà ancora di natale….perché l’ albero poi è attaccato alla ciabatta della TV e della  play… perciò se accendi  quello accendi tutto….e allora qualche altro giorno di lucine dai. Che male non fa!
Anche i regali quest’anno all’insegna dell’ecologia!!!!

Ma ripiombi anche nella tua piena, anzi pienissima, vita stressata, con effetto coccole di mamma già svanito allo scarico dell’automobile/hummer, rimpinzato per le feste, ma con tanti buoni propositi per il nuovo e anno. E allora SI INIZIA…
Il ricominciamento inizia anche dal punto di vista fisico non solo mentale. Gli antichi non sbagliavano:

mens sana in corpore sano

Nulla di più vero.

Sentirsi bene con il proprio corpo ti fa sentire bene tutta. Piu forte. Alzarsi la mattina, guardarsi allo specchio e dirsi quanto sono figa/figo. E’ tutta un’ altra storia. Ma non perché sei la pupona rifatta e tutta tirata, che sembrano tutte uguali ormai…ma perché sei tu. Bella dentro e fuori. Con una gran voglia di vivere e di conquistare il mondo. E questa tua bellezza che diventa sicurezza che diventa fascino, gli altri la percepiscono….e sei vincente. E allora sì, non ce n’è per nessuno. Puoi fare ogni cosa. Ma la prima a crederci devi essere tu. Perché se non sei tu per prima a crederci. A credere in te, come puoi pensare che lo facciano gli altri?


E allora si inizia o, almeno per me, si continua, ma con più costanza e determinazione.
1 giorno di lavoro…che già il giorno dopo il viaggione è da panico…. tisana detox.

2 Giorno. Sole. Non hai scuse. Si riparte. CORSA.

Mentre parto, nonostante la musica inizio a pensare…mi piace pensare: Non so in effetti se succede a tutti, quando penso, è come se leggessi un libro, scritto benissimo, un capolavoro. Che pensi, lo hai appena pensato scrivilo. E invece no. Non è così immediato. Mentre penso le parole scorrono come un fiume, se prendo la penna in mano un po’ meno. La mia mente scrive e scrive e scrive. E allora mentre inizio a correre, penso già a questo articolo. Penso alla foto fatta in ufficio mentre prendo la tisana…

Obiettivo 7 km

Ad un certo punto inciampo ma non cado (cosa normale nella mia città visto lo stato dei marciapiedi!) e un vecchietto mi ferma, mi dà da parlare. Camminiamo un po’ insieme. Mi parla. Mi chiede cosa faccio….anche sua figlia è avvocato, forse la conosco…e poi mi dice “ti do un consiglio che ti farà stare bene” ed io ascolto…lui che parla di come è dimagrito, di come si mantiene in forma. Il segreto? Acqua calda e limone. Perchè l’acqua calda scalda e il limone disinfetta. Perchè noi abbiamo bisogno di calore, umano e non. E io mi sto congelando perché il sole sta calando, sono sudata e ferma con quel freddo…ma lo ascolto e “mi raccomando” mi dice alla fine. “tanta acqua calda!!!!”

Riprendo la corsa ormai in chiusura, troppo tempo ferma. Ma non importa è stato bello parlare con Italo. Rido, anzi sorrido. Perché qualche minuto prima pensavo alle tisane da proporvi e qualche minuto dopo incontro questo signore che avrebbe potuto non fermarmi o avrebbe potuto raccontarmi e parlarmi di tutto altro. E penso che fino a qualche mese fa queste cose, anche se banali, non mi sarebbero successe, perché quando hai questa energia positiva e pura attorno a te tutto l’universo sembra si muova solo ed esclusivamente in un unica direzione: dove tu vuoi andare!
E allora grazie a Italo. Questo nuovo anno lo iniziamo riscaldando il nostro corpo e il nostro cuore, con tanto calore: tanta acqua calda e tanto amore!


Poi doccia e super relax, mi metto il tutone pensando di poter lavorare tranquilla a casa…e invece all’ultimo mi ricordo di avere un appuntamento…..e quindi corri in studio…e con la tuta…tanto per una volta si può fare ….ma questa sono io…..stonata…. e questa è un altra storia… !!!!

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Lasciare la propria Terra

Sono ormai 15 anni che succede, anche più volte l’anno a volte, ed ogni volta è sempre uguale. Lasciare la tua terra e tornare però a casa. Si Perché dopo tanti anni in fondo la tua casa è da un’altra parte. Ma la tua Terra è sempre la tua Terra. E quando mi chiedono di dove sono, soprattutto, se a chiedermelo è un ‘altra persona del sud dico sempre: “sono terrona come te”. Si, perché questa parola, che hanno voluto imbruttire, alla quale hanno voluto dare un’ accezione negativa, di suo non ha proprio nulla di negativo.

Essere terrone, significa sicuramente avere un legame con la terra, perché ci si riferiva all’essere contadini. E’ cosa c’è di più bello che coltivare la terra? se poi è splendida e dà dei meravigliosi frutti come la nostra. Dove sta scritto che il lavoro in campagna è più umile del lavoro in fabbrica? Il lavoro è lavoro.

L’essere TERRONE però è, soprattutto, essere attaccato alla propria terra, alle proprie origini. E nessuno più di noi lo è. Lo dimostra il fatto che per questo natale, per tornare al sud, ragazzi e lavoratori hanno organizzato un pullman Milano – Catania affrontando ore di viaggio pur di ritornare a casa a dispetto del caro biglietti!

Natale al sud

Quando senti parlare la Mannino o Casa Surace, se non sei terrone, non puoi capire fino in fondo l’essenza di quello che è “Il natele al sud”,“Il pacco” (questo merita un post a parte. Perchè il pacco è un’arte). Perche se scendi giù a casa, ci sono le tappe obbligate che oltre a quelle dei parenti, sono: in pole position Granita con briosce (per noi di Catania ovviamente) soprattutto se è estate, ma anche se inverno la granita te la mangi, che poi devi aspettare mesi. Seconda tappa Arancino e tavola calda…e carne di cavallo (sempre per noi catanesi: mi dispiace ma in questo battiamo tutto il resto della Sicilia) e poi giù di lì a pranzi e pranzetti perché devi assaggiare tutto e perchè soprattutto… sei SCIUPATA!

granita catanese
tappa 1

In questo Teresa Mannino insegna. Ma si, io lo so, che quando lo diceva al teatro… se poi era a Milano figurati, ridevano si per questa parola buffa “sciupata” , ma solo chi è sicula come me e lei sa che dietro questa parola c’è un mondo che ti catapulta indietro alla tua infanzia….e non solo. Che quando andavi dai parenti, per bambine come  noi (magre) ero scontato sentirselo: “Biiii che sei sciupata” .

E qui mi tocca aprire una digressione. Si perchè sono magra come Teresa Mannino (o forse lo ero prima) ma soprattutto ovunque vado, ad un certo punto mi si dice…….:”ma assomigli a quell’ attrice……a quella comica….si parli uguale, stesso accento… Come si chiama, aspe…” ed io: “Si Teresa Mannino” e poi: ” Ma io sono bionda, sono normanna, lei è scura, lo dice pure lei che al parco la scambiavano per la zingara che aveva rubato la figlia, ma soprattutto io sono Catanese e lei è ……palermitanaaaa”.

E al di là della sana rivalità da sempre esistente, per tutto …sempre in competizione, per la serie: voi avete la sede della Regione ma noi abbiamo Ikea ….Ma mi puoi scambiare l’accento catanese con quello palermitano?? Pure sull’arancino, tanto ci vogliamo differenziare, che dopo anni di lotte,  si è dovuta esprimere la Crusca, se si dicesse Arancino o Arancina. E ovviamente abbiamo vinto noi. Ma non importa perché quando passi lo stretto non sei più, catanese, palermitano, messinese o agrigentino: sei SICILIANO. E orgoglioso di esserlo. Perché quando, sentendo il mio accento, dopo 15 anni più morbido, ma ancora ben saldo,  mi chiedono : “ di dove sei?“ io non dico mai Catanese, ma Siciliana. Poi se passi la Lucania non sei più siciliano, sei terrone. E orgoglioso di esserlo!

Ma dov’ero rimasta….mi sono persa un pò….Ah si….. a SCIUPATA…..e quella parola ti ricorda che tutte le volte appunto che andavi a trovare i parenti, non c’era un a volta, che soprattutto la zia Giovanna (perché tutti hanno una zia Giovanna), non diceva.”Miiiii che sei sciupata!” e a mia madre : “Ma ci runi a mangiari a sta piciridda??” (ma ci dai a mangiare a questa bambina…). E mia madre tutte le volte a rispondere di sì. Ora voi vi immaginate che la zia Giovanna era bella pasciuta e in carne. E invece no. Era la più sciupata delle sciupate. E si arrogava il diritto di dire a me! Quindi immaginate le altre zie, quelle più pasciute che non si limitavano a dirtelo, ma a pranzo ti rimpinzavano per benino.

E adesso che hai trent’anni, quarant’anni, e sciupata magari non lo sei, ma la mamma te lo dice sfregandosi le mani: “ora che stai qui, ci penso io a te, in questi giorni a farti mangiare. Che poi sù lo so , che tra lavoro, casa bambini figurati se pensi a mangiare……” E tu infondo un po’ sciupata ti senti, perché stanca lo sei e le coccole della mamma per qualche settimana te le prendi tutte!!

E quindi…. evvaiiii! E arrivi agli ultimi giorni in cui succede che alla fatidica frase:” che prepariamo a pranzo”? Perchè ci sono gli asparagi che ha raccolto papà, gli ho congelati a posta eh … ma ci sono pure i funghi che ha portato Alfio dalla montagna…li ho conservati a posta. Qual è il problema? Oggi facciamo due primi così assaggiate tutto. E poi stasera facciamo le fave. Si perché io (e mia sorella) con annessa famiglia siamo le uniche che le fave fresche le mangiamo solo ad agosto. Tutti gli altri, gente normale mangia le fave a maggio. Noi invece no. Noi ad Agosto. Perché papà le coltiva da sempre nel giardino di casa. E come le nostre non ce ne sono. E, raccolte, primizie, cucinate, e congelate, in estate ci aspettano, per la serata “fave” e a volte pure “piselli”. E poi c’è sempre l’ultima spiaggia. Va bè te li cucino e te li porti. Così per una settimana stai apposto. E tu, per quella stessa filosofia “sei sciupata quindi ti coccolo” te le prendi e te le porti tutte…. pure che avessi un Hummer mamma e papà tranquilla che la macchina te la riempiono fino a esplodere…per la serie la chiudi ora e la riapri a casa.

lasciare la propria terra

Lasci un pezzo di cuore. Tutte le volte. Non solo perché, lasci mamma e papà, sempre soli, e sempre più anziani, ma lasci tutti questi odori, sapori, che non sono un fatto di panza, sono sentimenti, emozioni che ti porti dentro. Che cerchi di addentare, ancora sul traghetto, con l’ultimo morso alla pizzetta, comprata sotto casa, (e tutte le  cose che mamma ti ha infilato, in macchina, anche di nascosto), sperando che quel sapore ti rimanga dentro a lungo, perché è sapore di casa.

La negoziazione assistita

La negoziazione assistita è un istituto per la risoluzione alternativa delle controversie che consiste in un contratto (o convenzione) con cui le parti si impegnano a risolvere bonariamente una controversia con l’assistenza di avvocati.

Introdotta con il c.d. “decreto giustizia” (d.l. n. 132/2014) finalizzato a dettare “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile.

La nuova procedura di negoziazione assistita mirava, nelle intenzioni della riforma, a portare il più possibile i contenziosi fuori dalle aule dei tribunali, presentandosi come un’alternativa stragiudiziale all’ordinaria risoluzione dei conflitti.

Il legislatore ha previsto ipotesi di negoziazione assistita obbligatoria per le azioni riguardanti il risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti e per le domande di pagamento a qualsiasi titolo di somme, purché non eccedenti 50.000 euro e non riguardanti controversie assoggettate alla disciplina della c.d. “mediazione obbligatoria”.

Obbligatoria significa che “l’esperimento del procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda giudiziale“. Ovvero prima di intentare una causa giudiziale vera e propria si deve prima passare dalla negoziazione e solo dopo che eventualmente il tentativo è fallito si potrà adire giudizialmente.

La negoziazione facoltativa, invece è sempre utilizzabile, per volontà delle parti purchè l’oggetto della controversia non verta su diritti indisponibili e di lavoro.

Questo non più nuovo istituto, non ha, tuttavia, avuto l’ impatto desiderato. Oltre ai casi in cui questo procedimento è obbligatorio, il maggior successo è venuto, solo dalle cause matrimoniali, in quanto presentano il 75% di tutti gli accordi di negoziazione conclusi con successo.

Un particolare tipo di negoziazione assistita, infatti, è quella attuata in materia di separazione e divorzio. La disciplina prevede che tramite la convenzione di negoziazione assistita (da almeno un avvocato per parte) i coniugi possano raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio nonché di modifica delle condizioni di separazione o divorzio precedentemente stabilite.

Una fase precedente alla stipula dell’accordo è la Convenzione. In essa le parti si impegnano a cooperare in buona fede e con lealtà per addivenire ad un accordo nel termine di 60 gg dalla sottoscrizione della medesima.

La procedura è applicabile, sia in assenza che in presenza di figli minori o di figli maggiorenni, incapaci, portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti.

In assenza di figli l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è sottoposto al vaglio del procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, se non ravvisa irregolarità, comunica il nullaosta agli avvocati.

In presenza di figli, invece, il procuratore della Repubblica autorizza l’accordo solo se lo stesso è rispondente all’interesse dei figli.

Una volta autorizzato, l’accordo è equiparato ai provvedimenti giudiziali che definiscono gli analoghi procedimenti in materia. E si procederà alla comunicazione all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto per i necessari incombenti.

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Si iniziaaaaaaa

Iniziamo dall’inizio. Neofita dell’informatica mi accingo a capirci qualcosa di blog, vlog, wordpress e Seo etc etc …che parono solo parolacce, ma non lo sono.  Sono termini informatici ormai di uso comune!!!

Uso la tecnologia perché ormai è fondamentale. Non ne puoi fare a meno….E’ utile, è veloce, è smart! Adesso ho anche un buon rapporto con essa…diciamo. Prima quando mi avvicinavo a un pc per poco non esplodeva. Avevamo proprio reciproca antipatia. Energia non negativa. Negativissima!

il mio rapporto con la tecnologia prima

Finalmente diciamo che tra le mie amiche riesco a fare anche la figa…quella che sa sempre tutto, e anche con le  colleghe…ma gioco facile. Non sono io competente, sono loro che ne capiscono meno di meno. Però vi dicevo ormai uso la tecnologia anche e soprattutto per il lavoro…..sono, diciamo, un legale moderno……ah si perché non ve lo avevo ancora detto sono un avvocato…!!!

Comunico con i clienti via mail, via whatsapp. Mi mandano documenti, foto, via smartphone, e pure gli audio! Almeno ti eviti le infinite e lunghe telefonate e ti senti sti audio mentre sei in macchina con l‘auricolare, mentre torni dal Tribunale. Perché vaglielo a spiegare che mentre sei in udienza magari l’audio di 10 minuti non lo puoi sentire!!

Quando ancora vedo i miei colleghi poco più grandi di me, ancorati al loro studio e alle loro scrivanie, che prendono un appuntamento con il cliente, lo fanno venire in studio, lo fanno attendere nella super sala d’attesa, per la consegna  di un documento, mi sembra solo un modo per giustificare le loro esose parcelle!

Sia chiaro, non è che il contatto con il cliente non mi piace, anzi. Per me è fondamentale. Una empatica come me. Ma dopo il primo contatto, il legame di fiducia che a vista si crea, cerco di snellire tutte le procedure il più possibile e rendere la vita più facile a tutti. Non si può certo pensare che la nostra professione possa essere svolta ancora come 50 anni fa. Tutto si evolve. Tutto scorre. Panta rei…..eh si……il  mio filosofo preferito. Eraclito. Perché nulla è per sempre. Tutto cambia, si evolve e noi dobbiamo cambiare con lui.

E’ nei cambiamenti che troviamo uno scopo

Eraclito
io
Io

Mi sono persa come sempre…stavamo parlando che io neofita, mi accingo a creare un blog. E non ho la più pallida idea di come si faccia, da che parte cominciare. Ma ovviamente altri blogger, miei colleghi, (ho già il diritto di chiamarli così? No assolutamente no.) Altri blogger esperti mi vengono quindi in aiuto, e provo a studiare il settore. Primo step: acquistare un dominio e un hosting. Per acquistarlo bisogna dargli un nome. Il dominio non è altro che l’indirizzo. Come chiamarlo? Tutti consigliano di dare un nome che indichi il tema del blog, cosa scriverai, cosa venderai. Ma io voglio fare tante cose….legate da un tema comune, certo. Ho già un progetto, una struttura. Non c’è una parola chiave che possa rappresentare il tutto.

Non c’è una parola chiave che possa rappresentarmi!!!

Allora penso a quello che voglio da questo blog. A cosa mi aspetto da questo blog. Magari non sarà subito intuitivo, ma piano piano imparerete a conoscermi. Lo spero. E allora www.hounagranvogliadivivere.com.

Ho voglia di fare tante cose, di dire tante cose. Ricomincio da qui io. Ma ricominciate da qui anche voi. E poi come se la strada fosse quella giusta, continuo a leggere il libro di una donna che ha ricominciato, che si è reinventata, ottenendo un enorme successo, e che anche lei in settori diversi ha aiutato tante donne, e anche lei inizia a parlare di “ricominciamento” allora penso: è la strada giusta…..

Voglio creare un blog in materia legale, ma diverso, divertente, ma allo stesso tempo competente e professionale. Dove l’argomento trattato, se pur partendo dal diritto si guardi intorno a 360 gradi a tutte le problematiche che coinvolgono, che vi parli di me, che parli di voi.

Scrivere mi è sempre piaciuto. Appassionata alla lettura, avrei voluto scrivere come le mie scrittrici preferite. Ma mi dicevano che non ero tanto brava. Il prof al liceo, non correggendomi nulla di sintassi e di grammatica, e non avendo altro da dire, mi diceva che avevo una scrittura nervosa!!! Ma si può? E io ci impazzivo su sta cosa, perché i  migliori scrittori sono quelli che portano se stessi nella loro scrittura e io se evidentemente ero nervosa, come voleva che avessi la scrittura!?Guarda un pò che quasi quasi ero io da premio Nobel? e  nessuno mi capiva….!!!!!!Povera incompresa, ah ah ah.

Comunque avete capito quindi che non ho intrapreso la carriera da scrittrice. Ma ho scritto spesso, su riviste articoli giuridici e anche quando scrivo gli atti spesso mi rendo conto di avere un po’ una prosa romanzata, ma ancora nessun giudice mi ha richiamata per questo, magari in mezzo a tanti atti noiosi con i miei si diverte un po’!

E adesso approdo qui in questa nuova avventura, dove la scrittura, il diritto, il sapere, la conoscenza dell’animo umano si fonderanno!

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Benvenuto 2020

benvenuto 2020

Eccoci qua, tutti a nanna, e finalmente un po’ di silenzio tutto per me…..Ancora le luci dell’albero di natale che illuminano lo schermo. Copertina, calzettoni. Un bel calice di vino rosso avrebbe fatto più figa ma è ormai mezzanotte e con copertina e calzettoni ci sta meglio una bella camomilla!!! Mi sono alzata nei giorni scorsi e mi sono detta: Ho una gran voglia di vivere. Nulla è perduto. Devi fare qualcosa. Qualcosa di nuovo. Dai concentrati puoi farcela! Poi ho pensato che per il cambiamento non serve andare lontano.

Il cambiamento inizia dentro di noi. Parte da noi. E’ noi.

Le cose poi non arrivano mai da sole, e proprio mentre mi facevo queste domande, dopo mesi e mesi di letture solite e noiose mi sono arrivati per caso, come in questi casi spesso accade due libri che mi hanno aperto la mente e il cuore. “La vita inizia dove finisce il divano” di Veronica Benini Spora, di cui poi vi racconterò.

dove e come inizia il cambiamento

E “Ho una gran voglia di vivere”, appunto, di Fabio Volo. Allora pensavo a questa mia gran voglia di vivere, nonostante tutto, a questa voglia di ricominciare. E proprio mentre lo pensavo iniziavo a leggere del ricominciamento della Spora. E pensavo che non serve andare lontano….basta guardare quello che hai. Quello che sai, e cercare di sfruttarlo, in maniera diversa. Ma io cosa so fare? Boooooooooh! (Il grande Boh, altro grande libro, di Jova, che mi ha segnato, ai tempi dell’Università).

cambiamento: una gran voglia di vivere
8 dicembre 2019 Libreria Borri presso Stazione Termini Roma. Frecciarossa Tour

So fare tante cose in effetti, ma cose normali, che fanno tutte. Le mie competenze? Beh qualcosa la sai….dai sforzati…pensa. Poi le parole iniziano ad affollare la mie mente, come sempre, iniziano a fare a pugni nella mia mente. Mille pensieri. A volte mi sembra che il cervello mi scoppi, mi va a tremila. Spesso me lo dicono….. sto in silenzio, mentre ascolto, e mi sento dire: “ Quante cose ti stanno frullanno in quella testolina”, soprattutto gli uomini….ehh sapessi. Mille pensieri! Poi mi viene in mente il cartone di Trilly. Ogni fata aveva un talento, ma non un talento di quello da super eroe, una cosa che sapeva fare bene solo lei e che le altre non sapevano fare. Ognuno di noi in effetti ha un dono, un talento appunto, basta scoprire qual è. Ma per talenti non devono intendersi solo quei talenti speciali che solo in pochi hanno. Quelli ci sono è chiaro, e sono rari: i premi Nobel, le medaglie olimpiche, i record del mondo. Ma ognuno di noi ha qualcosa da poter dare  e donare agli altri, e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Ci sono persone che basta solo un loro sorriso per far girare bene la giornata. Ci sono persone che ti sanno ascoltare davanti a un caffè e ti fanno sentire meno solo e meno triste. E questi altro che talenti. Sono doni, e rari, altrettanto quanto un premio Nobel. E che spesso sottovalutiamo.

E allora quando capisci di averlo un dono, non lo sprecare e sfruttalo al massimo. Soprattutto mettilo al servizio degli altri, e soprattutto di te stessa

Ora vi chiederete. Qual è il mio talento? Beh, quello che sono. Quello che ho sempre fatto. Quello sono diventata grazie alla mia vita. E così ho pensato perchè non unire tutte le mie competenze e le mie passioni e fare quello che  mi piace anche per gli altri? Fare sempre il mio lavoro, ma in modo più libero, più divertente più a 360 gradi e arrivare a tutti, donne e non. E poi ho pensato a un blog. Non so neanche come. Anche qui le mie idee, il mio istinto si è intrecciato, con il libro della Spora….e allora ho detto se lo ha fatto lei….che è una gran figa ovviamente e una donna ingambissima, però perchè non provarci anche io…..certo aprire un blog, che ideona!!!! Direte, lo fanno tutti al giorno d’oggi. E sembra pure a me. Non è certo una novità ormai nel 2019/2020. E quindi!? ………………..Amo le sfide. Penso che se si ha qualcosa da dire non è mai inutile. Proviamo? Seguitemi e lo scopriremo insieme.

E allora iniziamo questo 2020 con una nuova avventura, quale modo migliore per iniziare il nuovo anno???