Il piano della ripresa passa inevitabilmente dalla riforma della giustizia

Con decreto ministeriale del 12 marzo 2021, la ministra Cartabia (Ministro della Giustizia)  ha nominato i componenti della “Commissione per l’elaborazione di proposte di interventi in materia di processo civile e strumenti alternativi”, tracciando le linee guida del lavoro della Commissione stessa per la riforma della giustizia.

Il piano della ripresa passa inevitabilmente dalla riforma della giustizia. Da sempre anello debole del nostro sistema.  l’Unione Europea, infatti, non giudica più compatibili i ritardi della macchina giudiziaria italiana con i principi dello Stato di diritto che sono alla base della solidarietà europea del Next generation EU.

Il successo della riforma della giustizia italiana condiziona fortemente l’arrivo dei fondi del Recovery Fund, il Presidente del Consiglio Draghi, nella conferenza stampa del 26 marzo, ha tenuto a rimarcare che il nodo della giustizia civile non va guardato soltanto alla luce dei timori degli investitori stranieri, ma nell’ottica di assicurare al Paese un sistema giudiziario fondato sulla certezza e l’effettività del diritto. La rapidità delle decisioni non servirà infatti solo a richiamare gli investimenti di capitali stranieri in Italia, ma anche a rassicurare i cittadini italiani sulla certezza dell’applicazione e dell’esecuzione del diritto.

I punti cruciali sui quali dovrà soffermarsi la Commissione saranno:

– dimensione di organizzazione e innovazione tecnologica

– impulso degli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, con riguardo anche alla dimensione endoprocessuale

-ulteriori modelli processuali speciali da elaborare in considerazione delle più rilevanti criticità del processo civile.

Una fetta importante di tale riforma è sicuramente la parte relativa alla giustizia di famiglia. Un terzo delle cause civili ordinarie in Italia riguarda separazioni e divorzi (34% al nord – 25% al centro – 27% al sud e isole). Se si aggiungono i ricorsi per l’affidamento dei figli delle coppie di fatto, si arriva al 40%. Numeri importanti che meritano attenzione, soprattutto perché sono spesso coinvolti minori.

Le cause familiari incidono, non solo sul funzionamento dei Tribunali, ma soprattutto sull’intero tessuto sociale: più di 310 mila persone l’anno vengono coinvolte in cause con gli ex coniugi o con gli ex compagni e dunque si trovano impossibilitati a riorganizzare una nuova vita fino alla conclusione del contenzioso.

L’accesso alla giustizia diventa solo una lunga agonia, dove a conclusione non ci si ricorda più neanche per cosa si stava litigando. Spesso nessuna delle parti si sentirà soddisfatta e garantita e ciò non abbasserà la conflittualità iniziale, anzi la innalzerà ancora di più. Molte decisioni, inoltre, non trovano una soluzione alle problematiche insorte tra coniugi, e anche quando la trovano non sempre si riesce ad attuarla concretamente. La complessa gestione di tali cause è costata all’Italia più di una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Soprattutto in materia di affidamento e bigenitorialità.

giustizia europea

Era stata proprio la  Corte Europea dei Diritti dell’Uomo già nel 2013 ( Affaire Lombardo c/ Italia ) ad osservare come “le misure deputate a riavvicinare il genitore con suo figlio devono essere attuate rapidamente, perché il trascorrere del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui”. Non deve, dunque, trattarsi di misure stereotipate ed automatiche, ma efficaci ed effettive.

La riforma dovrà perciò puntare a snellire i procedimenti e dal punto di vista processuale e dal punto di vista dei tempi. Troppe lungaggini e tempi morti, sono ormai insostenibili, e lo sono ancora di più nell’ambito della famiglia. La maggior parte delle questioni oggetto di conflittualità oltre che economiche sono soprattutto relative ai figli. In tale ambito l‘attuabilità e la rapidità sono fondamentali perché si abbia effettività del diritto.

Ed appunto l’effettività del diritto di cui parlava anche il Presidente Draghi l’altro tasto dolente della giustizia italiana. Negli ultimi anni, nonostante ci sia stato un netto cambio di rotta da parte degli stessi giudici, coadiuvati da una normativa sempre più volta alla concreta bigenitorialità, i provvedimenti non sempre vengono attuati e realizzati. Manca, infatti, un controllo post- causa, da parte delle istituzioni, sull’effettiva attuazione e rispetto delle decisioni dei giudici di famiglia.

Il susseguirsi di ricorsi su ricorsi, sentenze su sentenze senza mai riuscire ad ottenere concretamente il diritto riconosciuto: è il fallimento della giustizia che crea inevitabilmente sfiducia nelle istituzioni e indebolimento del sistema stesso.

Non c’è cosa peggiore per un cittadino avere in mano un provvedimento a sé favorevole e non avere la possibilità, il sostegno, l’aiuto dalle istituzioni ad vedere realizzato ciò che gli è stato riconosciuto.

Ultima fondamentale tappa della riforma dovrà essere ovviamente l’agevolare e incentivare in tutti i modi l’utilizzo di metodi alternativi alle aule di giustizia. Da una parte per liberare i Tribunali da cause che possano decidersi altrove. Dall’altra perché più di ogni altra materia quella della famiglia è un argomento così particolare che più di ogni altra dovrebbe avere il suo campo decisionale naturale in ambito di negoziazione e solo in casi residuali, perché più complessi, rivolgersi alle autorità giudiziaria.

La famiglia è una società complessa. Gli interessi, le esigenze, le emotività coinvolte, sono tante e ricche di mille sfaccettature. Un giudice, per quanto sensibile e preparato, che ti vedrà e ti parlerà, forse due volte in un anno, non potrà mai e poi mai capire appieno quali sono le necessità e le esigenze di quella famiglia che esplosa. Gli unici protagonisti e giusti interlocutori dei coniugi sono loro stessi. Solo loro sanno quali sono le loro necessità, esigenze e desideri. Basta solo una tavola rotonda e due bravi e competenti professionisti che li aiutino a capire e li sostengano.

negoziazione assistita e giustizia

Alla fine di un agognata sentenza ottenuta dopo un enorme dispendio di energia e soldi solo una parte, e non sempre appieno si riterrà soddisfatto. Alla fine di un accordo, soprattutto se un accordo fatto bene entrambe le parti si riterranno soddisfatte al meno al 70%.

La ripresa passerà quindi inevitabilmente attraverso anche la riforma della Giustizia. Ma la riforma deve partire anche da noi. Dalla capacità di metterci in discussione, più necessario ad un tavolo di trattative piuttosto che davanti ad un giudice che deciderà per noi, delegandogli gran parte del destino della nostra vita!

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Il lusso di separarsi

I divorzi aumentano con il coronavirus.

Boom di divorzi.

Sono solo alcuni dei titoli che già da metà 2020 circolavano. Io stessa avevo scritto, quando eravamo ancora solo all’inizio di tutta questa strana faccenda che si chiama pandemia, che alla fine della quarantena saremmo tutti andati o dal ginecologo o dall’avvocato, passando per entrambi i casi dal dietologo!!

New York

Per quanto riguarda le nascite non è accaduto ciò che accadde nel famoso black out newyorkese del 1965, quando l’intera citta di New York rimase in totale isolamento elettrico per 12 ore e nove mesi dopo si ebbe un impennata delle nascite. No. Perchè anche nel 2020 le nascite in Italia sono al minimo storico. Evidentemente restare un intera notte a lume di candela in una delle città più belle al mondo, non è la stessa cosa che vivere un pandemia globale, mai avvenuta nella storia, con incertezza, precarietà, e povertà. Insomma non è proprio il momento migliore per mettere al mondo un figlio, in un mondo che non sai che futuro avrà.

I dietologi e divorzisti… quelli sì che sono serviti!!! Ma per i primi la soluzione era facile, bastava far sparire lievito e farina dai supermercati. Per i secondi la questione è un pò più complessa. Scherzi a parte, i titoli dei giornali richiamano, appunto, a un boom di separazioni. In parte ciò è vero e in parte no. Come sempre ogni fenomeno deve essere guardato da diverse prospettive.

In questo ultimo anno la nostra vita è stata totalmente stravolta. Vivere una pandemia, sopportare un lockdown, la convivenza forzata e lo scardinamento di tutte le nostre abitudini quotidiane, hanno fatto emergere questioni e dinamiche latenti, e personali e di coppia. Tralasciando la questione molto più complessa della violenza all’interno delle mura domestiche, coppie che si reggevano su un equilibrio precario fatto di abitudini, faccende da sbrigare e riti da ottemperare, sono crollate.

A questo deve anche aggiungersi necessariamente una maggiore riflessione e introspezione sulla nostra esistenza che inevitabilmente ci ha costretti, forse non a tutti, ad affrontare il senso della vita. Il senso di precarietà che ci ha di colpo invasi tutti indistintamente che ti fa chiedere “da che parte sto andando?” e soprattutto “sono nella direzione giusta?” e poi la fatidica domanda “Sono felice?” E allora davanti alla tanto agognata felicità, davanti a La vita è una non va sprecata i più si mettono in discussione. Mettendo in discussione se stessi mettono in discussione spesso le coppie e le famiglie a cui appartengono.

Ma il fatto di arrivare a tale punto non necessariamente e soprattutto non in maniera così automatica ti porta a decidere di separarsi. Per separarsi ci vuole coraggio. E tanta forza. Emotiva e non. Decidere di separarsi non è mai una scelta facile. Ma oltre le difficoltà emotive spesso ci sono difficoltà puramente pratiche ed economiche. Se da una parte quindi l’idea di volersi separare in questo periodo è sicuramente aumentata concretamente la realtà è ben diversa.

La maggior parte delle famiglie di medio reddito con la separazione subisce un netto impoverimento. E’ inevitabile. Un nucleo familiare che di sdoppia e con esso tutte le spese, nel caso migliore. Un eccessivo squilibrio di impoverimento, di una parte rispetto all’altra, poi, nei casi peggiori. Soprattutto nel primo periodo, affrontare le spese di mantenimento, le spese di una nuova casa e tutto ciò che è correlato, diventa un onere che non tutti si possono permettere.

Tali difficoltà oggi sono triplicate. Milioni di persone, tra i “fortunati” sono da un anno in cassa integrazione. Gli altri non percepiscono lo stipendio da mesi. L’esasperazione è ormai al limite. E il futuro? Un enorme incertezza! E’ evidente che dinnanzi a tanta precarietà è già arduo il solo pensare di affrontare una separazione, figuriamoci attuarla.

crisi economica proteste

I dati Istat per il 2020 non sono ancora disponibili, ma nono credo ci sia stato questo forte rialzo di cui si parla. Quello che si è manifestato è sicuramente una maggiore percezione del fenomeno. Una maggiore insoddisfazione. Sicuramente molte più consulenze, telefonate agli studi legali, per acquisire informazioni, ma che poi forse non hanno concretizzato.

Il senso di precarietà ed incertezza, soprattutto economica, ma anche incertezza affettiva. Paura per il futuro, paura di rimanere soli, di non avere altre opportunità, forse supera di gran lunga l’infelicità e l’insoddisfazione che una relazione ormai spenta ti crea. Per cui ritengo, che sì, in questo ultimo anno, non un solo cittadino del mondo non abbia per un attimo messo in discussione la propria la vita e creduto e voluto ribaltarla. Tale tempesta emotiva, che una global pandemic di questa portata ti scatena si è inevitabilmente scontrata però con la realtà e con le paure da dover affrontare non sempre facili e superabili. Almeno in questa attuale fase di piena pandemia e di grave e seria crisi economica.

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Il “Divorzio”: cause ed effetti

Nel nostro ordinamento, fino al 1970, unica causa di scioglimento del vincolo matrimoniale, oltre ai casi annullamento, era la morte di uno dei coniugi. Il matrimonio, finchè i coniugi erano in vita era indissolubile: non era, infatti, ammesso il divorzio, istituto introdotto con la legge 898/1970 .

divorzio

In effetti non è neanche corretto parlare di divorzio, termine che nel nostro ordinamento non esiste. La Legge 1 dicembre 1970, n. 898 intitola, infatti, “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”, pertanto si parla sempre di scioglimento del matrimonio, o nei casi in cui si tratti di matrimonio concordatario, cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario.

L’attuale disciplina prevede, quindi, come cause di scioglimento del matrimonio: la morte di uno dei coniugi (art. 149 c.c), la dichiarazione di morte presunta (art 65 c.c.) e “il divorzio” .

L’art. 1 della legge 898/70 stabilisce che il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio contratto a norma del codice civile, quando, esperito inutilmente il tentativo di conciliazione di cui al successivo art. 4, accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle cause previste dall’art. 3.

Quindi lo scioglimento del matrimonio sarà subordinato alla presenza di due condizioni: sul piano soggettivo l’accertamento della fine della comunione spirituale e materiale tra i due coniugi e sul piano oggettivo che esistano le cause tassative previste dall’art. 3.

Queste cause tassative sono: se uno dei coniugi sia stato condannato all’ergastolo o a qualsiasi pena detentiva per reati di particolare gravità; se l’altro coniuge è stato assolto per vizio totale di mente da un delitto e il giudice competente accerta l’inidoneità del convenuto a mantenere o ricostituire la convivenza familiare; se è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale, o sia stato raggiunto accordo a seguito di negoziazione assistita ; ma anche quando un coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all’estero un altro matrimonio; se il matrimonio non è stato consumato; e se è passata in giudicato la sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso.

Il “Divorzio breve“. Nei casi di separazione nel 1970 era necessario che la separazione si fosse protratta senza interruzione da almeno 5 anni, aumentata a 7 in caso di colpa dell’attore. Con la legge 74/1987 saranno necessari solo 3 anni e, infine, con la legge n. 55 del 2015, basteranno solo 12 mesi, dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al Presidente del Tribunale nella procedura di separazione personale giudiziale e sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale, ovvero dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.

divorzio

Ma quali sono gli effetti del “divorzio”?

  1. Innanzi tutto il mutamento dello stato civile e la possibilità di contrarre nuovo matrimonio
  2. la moglie perde la possibilità di utilizzare il cognome dell’ex marito, salvo che la stessa sia stata autorizzata dal giudice a continuare a utilizzarlo
  3. perdita reciproca dei diritti successori
  4. obbligo di uno dei coniugi di corrispondere un assegno periodico all’altro
  5. percepimento da parte del beneficiario dell’assegno divorzile alla pensione di reversibilità, purché il trattamento pensionistico promani da rapporto di lavoro sorto antecedentemente allo scioglimento del matrimonio, e al diritto ad una percentuale sull’indennità di fine rapporto
  6. scioglimento della comunione legale (se non fosse già avvennuto con la separazione).

Il “divorzio” quindi è l’ultimo atto che mette fine definitivamente al rapporto dei due coniugi. I casi più comuni ovviamente di scioglimento del matrimonio sono quelli conseguenti a una separazione, consensuale o giudiziale che sia, come ultimo passaggio appunto della fine. E’ da chiarire che nessun obbligo legale c’è a riguardo. In linea teorica due coniugi potrebbero rimanere a vita semplicemente separati e mai divorziati, con le conseguenze che ciò comporta.

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A 50 anni dalla legge sul divorzio

Era il 1 dicembre 1970 è il quinto presidente della Repubblica Giuseppe Saragat promulgava la legge n. 898. Son passati ben 50 anni.

La legge non aveva avuto un iter semplice. La prima bozza fu presentata, infatti, ben cinque anni prima, ma alla fine il testo che passerà in entrambe le aule del parlamento, dopo tanto dibattito, sarà la versione più moderata presentata dal liberale Baslini nel ’68, prendendo, infatti, il nome di legge Baslini-Fortuna.

Era il primo dicembre, un martedì, quando la legge fu approvata definitivamente dalla Camera al termine di una seduta parlamentare che durò oltre 18 ore. Erano quasi le sei del mattino, e le votazioni erano iniziate alle dieci del giorno precedente.

legge sul divorzio

Ma anche dopo la promulgazione non ebbe vita facile. Nel 1974, dopo che 1 milione e 300mila firme furono depositate in Cassazione, si tenne il referendum abrogativo della legge 898/1970. Fu il primo nella storia della Repubblica e venne promosso dalla Democrazia Cristiana di Amintore Fanfani. Si votò il 12 e il 13 maggio coinvolgendo l’87,72 per cento degli aventi diritto e prevalsero i NO con il 59,30 per cento dei voti. Così la Baslini-Fortuna fu definitivamente confermata.

referendum abrogativo

Fin dall’Unità d’Italia, però, le iniziative per inserire nell’ordinamento italiano il divorzio, furono diverse, ma vennero bocciate tutte, soprattutto a causa dell’influenza delle gerarchie della Chiesa cattolica prima e della Democrazia Cristiana dopo. L’italia nel 1970 era l’unico paese in Europa a non avere una legge sul divorzio e tra i pochi paesi al mondo.

L’approvazione di tale legge fu quindi epocale, rispecchiando quello che era il sentire comune, in un contesto storico e sociale alla ricerca di riforme e di cambiamenti per il raggiungimento di pari diritti.

Nilde Iotti, il 25 novembre del 1969, quando l’iter legislativo era ormai alle ultime battute, chiese la parola alla Camera dei Deputati, e fece un discorso diventato famoso nella storia dei diritti delle donne:

A noi pare che ciò che nel mondo moderno spinge le persone al matrimonio ed alla formazione della famiglia, ciò che rende morale nella coscienza popolare la formazione della famiglia, sia in primo luogo l’esistenza di sentimenti. (…) Questa, io credo, è oggi la base morale del matrimonio. Vedete, onorevoli colleghi: per quanto siano forti i sentimenti che uniscono un uomo e una donna… essi possono anche mutare; e quando non esistono più i sentimenti, non esiste neppure più, … il fondamento morale su cui si basa la vita familiare. Abbiamo dunque bisogno di ammettere la possibilità della separazione e dello scioglimento del matrimonio.

L’approvazione di questa legge sarà il primo passo per l’ abbattimento di un muro della famiglia patriarcale ormai obsoleta dietro la quale spesso si nascondevano situazioni di estrema sottomissione e violenza.

I divorzi nel primo anno di applicazione della legge furono 17.134, l’anno dopo 31.717.

Gli anni settanta in questo senso saranno anni di fervore anche giuridico. Si apre una grande stagione di conquista dei diritti civili. Nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia cade la patrià potestà. Passerà la parità dei coniugi nella coppia e soprattutto cade la discriminazione per i figli nati fuori dal matrimonio. Il 1978 sarà l’anno della legge sull’interruzione della gravidanza e nel 1981 decade il delitto di onore.

Un piccolo passo, conquistato con tante battaglie, che avrebbe cambiato la vita individuale di ogni italiano ma che cambierà la faccia di un intero paese.

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C’era una volta il principe azzurro

C’era una volta una maestra d’asilo, giovane e carina che incontra il principe azzurro, o almeno credeva lo fosse (perchè ancora nessuno le aveva spiegato che quelle favole raccontate da bambina, erano appunto favole, e che il principe azzurro non esiste…forse alla fine di questa bieca storia almeno questo lo avrà capito la maestrina). Dicevo, c’era una maestra d’asilo, giovane e bella e c’era quello che sembrava un principe azzurro. La giovane maestrina innamorata e felice cosa fa? Una cosa atroce. Che nessuno mai negli ultimi anni, di sfrenato uso dei social, ha mai fatto (ci ricordiamo quel caso che fece per fortuna solo ridere, di quella povera mamma che voleva mandare un video hard al marito (forse… almeno questa fu la versione ufficiale) che per sbaglio mandò il tale video hard nella chat delle mamme??!!che ridere!!!).

Comunque questa povera maestrina, fa questa cosa scostumata di mandare un video hard, diciamo sexy, al suo decelebrato fidanzato/principe azzurro. E’ la persona di cui ti fidi, con cui condividi tutto la parte più intima di te, e ti fidi.

E lui che fa, invece, da galantuomo quale è? Forse a causa del troppo rosicamento che una bella e intelligente come la maestrina lo avesse lasciato, invia tale video nella chat del calcetto…che ridere!! E gli altri decelebrati membri della chat del calcetto, che fanno??? Lo fanno vedere alle mogli. Forse il loro intento era farsi inviare un video uguale dalla propria moglie…ma non ha sortito tale effetto. Insomma tra le bigottone scandalizzate, c’era la mamma di un alunno della maestrina, la quale a sua volta va a protestare dalla direttirce della scuola perchè una tale che fa queste zozzerie non la voglio come maestra di mio figlio.

E la direttrice cosa fa? Invece di zittire la mamma che si facesse un pò di fatti suoi….In uno Stato in cui l’art. 18 blinda il lavoratore, che se non c’è una giusta causa col cavolo che tiposso licenziare, in uno stato liberale, in cui ognuno nella vita privata dovrebbe essere libero di fare ciò che vuole sopratutto con il proprio fidanzato/principe azzurro, in cui cosa faccio tra le mura delle mia casa non dovrebbe importare a nessun men che meno alla mamma di un mio alunno. Insomma la direttirce cosa fa ovviamente? Licenzia la povera maestrina. La povera maestrina, che stupida non è, non si suicida come le altre meno forti di lei hanno fatto, per fortuna, ma denuncia tutti direttrice compresa.

Eh sì perche per fortuna da luglio 2019, questa bieca condotta non è più un semplice segno di viltà, stupidità e meschinità ma ha anche assunto rilevanza penale. Il Codice Rosso del 2019 ha infatti introdotto all’art. 612 ter c.p. una nuova fattispecie di reato denominata “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” che punisce con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro chiunque dopo averli realizzati o sottratti, diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito e destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate; la stessa pena si applica anche a chi, dopo aver ricevuto o comunque acquisito i contenuti hard, li diffonde senza il consenso del soggetto rappresentato.

Questo significa che oggi, secondo l’art. 612 ter c.p., viene finalmente punito non solo chi diffonde video o immagini pornografiche dopo averle realizzate o sottratte ma anche chi diffonde questi contenuti dopo averli ricevuti magari dalla stessa vittima che, spontaneamente e forse un po’ inconsciamente li invia al proprio compagno, confidando nella buona fede di quest’ultimo. E proprio qualora ad inviare le immagini o i video sia il marito, il fidanzato ma anche l’ex marito o ex compagno, la pena sarà aumentata fino ad un terzo, così come qualora il reato sia commesso con l’utilizzo di mezzi informatici (whatsapp, facebook, instagram) – ipotesi in cui, oltre al reato di revenge porn, sarà ravvisabile anche la diffamazione online, punita con la reclusione da sei mesi a tre anni o con la multa non inferiore ad euro 516.

Ora, questa la storiella da bar, o da salone di bellezza che pure lì ormai tali storie annoiano. E non mi sconvolge neanche quella povera mamma che si è scandalizzata innanzi a cotanza sensualità, libera di farlo e di esserne, perchè no, moralmente contrariata.

Ciò che rimane assurdo è che ancora nel 2020 a nessuno di tutti quelli a cui per mano è passato quel video, è venuto in mente di dire tu caro principe azzurro fai proprio schifo e dovresti vergognarti per quello che hai fatto. Perchè non si fa.

panchina rossa

Perchè ancora nel 2020 nessuno ha detto la colpa è di te fidanzato/uomo che non hai rispetto per quella donna che avevi scelto e che avresti dovuto difendere e tutelare da tutto e da tutti prima e dopo. Perchè anche se una storia finisce il rispetto per l ‘altro deve rimanere sempre e comunque.

Perchè ancora nel 2020 il clamore che giustamente questa storia ha fatto è andato come sempre nella direzione sbagliata, non volta a condannare il carnefice ma a condannare la vittima. E …se va in giro alle tre di notte con la minigonna cosa pensava, e…. se rimane fino a tardi a lavoro con il capoufficio che credeva, e….. se ha mandato un video hard al suo uomo che pretendeva….

NO. In uno stato democratico e ed evoluto dovrei essere libera e sentirmi libera di camminare nuda per strada e nessuno dovrebbe toccarmi. E non sono parole mie che potrei essere considerata una eccessiva liberale, ma di un mio collega avvocato e consigliere dell’Ordine di Roma al convegno contro la violenza sulle donne tenutosi proprio oggi.

Si proprio oggi che è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Oggi che sono contenta che ci sia una tale sensibilizzazione a tale tema ma che sarei più contenta che una tale giornata non dovesse ricordarsi perchè vorrebbe dire che il mondo è cambiato. Perchè come raccontava un altro relatore al convegno alla richiesta polemica di un uomo che chiedeva quando si sarebbero fatti convegni contro violenza sull’uomo, il giudice della prima sez penale del Tribunale di Roma a cui era stata posta tale domanda avrebbe voluto rispondere: “quando ci saranno gli stessi numeri delle morti delle donne”.

Perchè sono i numeri a parlare purtroppo. Non delle effimere parole. Perchè mentre le relatrici al convegno parlavano il dato numerico è stato modificato, perche ieri notte sono state uccise due donne, di cui una incinta del quarto figlio, una a Catanzaro e una a Padova, pertanto il numero era salito da 91 a 93. 93 donne uccise da gennaio 2020. Muore una donna ogni tre giorni per femminidico. Perchè arrivano al telefono di assitenza per le donne 2000 telefonate al mese per aiuto o solo per chiedere informazioni, e che in questo periodo di pandemia le telefonte sono aumentate del 75%.

I numeri parlano e angosciano. E onestamente io dopo 5 ore di convegno ero angosciata e terrorizzata. Non che fosse il primo sull’argomento e non conoscessi i dati, ma tutte le volte che rifletti su questi dati non puoi che sconvolgerti.

Le istituizoni stanno facendo passi da giganti. Il codice rosso di quest’estate è stato un importante passo, anche se come sempre dalla teoria alla pratica ce ne vuole.

panchina rossa alla regione lazio

Oggi alla Regione Lazio è stata inaugurata una panchina rossa a “Donatella Colasanti e Rosaria Lopez e a tutte le donne vittime di violenza maschile”ed stato firmato un protocollo con l’Ordine degli avvocati di Roma per stanziare un fondo per aiutare le donne vittime di violenza. Perchè alla base dell’impotenza delle donne è sopratutto la condizione di impossibilità economica anche a potersi difedere legalmente dal proprio aguzzino.

Ma non solo gli interventi istituzionali e giuridici bastano. E’un cambiamento sociale che deve essere fatto su una una diversa concezione della donna e del l’uomo e del loro ruolo nella società. Che deve abbattere secoli di preconcetti e retaggi culturali. E quando proprio oggi la tv di stato in pieno pomeriggio costruice un siparietto dove una donna vestita succintamente spiega come fare la spesa al supermercato in maniera sexy (secondo loro), per me era solo abominevole, e ancor più abominevole sarebbe stato che mia figlia o peggio mio figlio potesse guardare una tale scempietà, e io da donna, con la signorina che faceva vedere tali mosse da conquistadores degli scaffali e la conduttrice, mi sono vergognata per loro. Tutto ciò ci ricorda ancora una volta che la strada da fare è ancora tanta.

violenza sulle donne scarpe rosse

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Giornata mondiale dei diritti dei bambini

google e giornata dei dirittti dei bambini

Oggi sulla home page di Google trovi questo coloratissimo doodle. Come spesso accade ormai da anni per eventi o giornate particolari. Oggi, infatti, 20 novembre, si celebra la Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, perché in questo giorno, nel 1989, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, per la tutela nel mondo, del diritto dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC: Convention of the right of the child).

L’importanza della Convenzione è stata riconosciuta fin dall’inizio, tanto da diventare il trattato sui diritti umani più rapidamente e ampiamente ratificato nella storia. Attualmente sono 196 i Paesi nel mondo che hanno ratificato la Convenzione. In Italia la ratifica è avvenuta con legge n°176 del 27 maggio 1991.

giornata internazionale dei diritti dell'infanzia

Prima del 1989, la Comunità internazionale si era preoccupata del problema in due documenti. Nel 1924 la Lega delle nazioni aveva approvato la Dichiarazione dei diritti del bambino, chiamata anche Dichiarazione di Ginevra, dove in cinque punti, si sottolineava che ogni bambino ha diritto a uno sviluppo fisico e morale, a essere accolto e aiutato se orfano, e, se aveva subìto traumi, aiutato a raggiungere una serenità personale e ambientale. Nel 1959 venne, invece, elaborata una nuova Dichiarazione sui diritti del bambino, dove si ribadiva che ogni fanciullo ha il diritto di non subire discriminazioni, ad avere un nome, una nazionalità, ad avere assistenza e protezione dallo Stato di appartenenza, e inoltre veniva riconosciuto e ribadito il diritto all’educazione e a cure particolari in caso di handicap fisico o mentale.

Ma è solo con la Convenzione di New York del 1989 che si chiede agli Stati contraenti un vero vincolo giuridico ad attuare normative e programmi per garantire tali diritti, facendo del minore il soggetto dell’intera gamma dei diritti umani, e soprattutto è solo adesso che si configura il minore non solo come oggetto di tutela ma sopratutto come soggetto portatore di diritti.

i diritti dei bambini

Composta da 54 articoli e 3 Protocolli opzionali (sui bambini in guerra; sullo sfruttamento sessuale; sulla procedura per i reclami), tale Convenzione è un documento importantissimo che, per la prima volta, enuncia, in forma coerente, i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti ai bimbi e alle bimbe di tutto il mondo.  

Esso si fonda su quattro princìpi fondamentali: la non discriminazione; il superiore interesse dei bambini; il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo; l’ascolto delle opinioni del minore. Ruolo centrale è dato anche all’educazione, considerato un diritto fondamentale che i singoli Stati si impegnano a garantire. In questi trent’anni i princìpi della Convenzione sono riusciti a influenzare in tutto il mondo Costituzioni e leggi nazionali, politiche sociali e pratiche. E’proprio grazie a queste misure sono stati registrati risultati significativi.

diritti dei bambini

Ciononostante purtroppo i minori ancora usati e abusati sono troppi. Nel mondo ogni anno 1 miliardo di minori tra i 2 e i 17 anni è vittima di violenza fisica, sessuale o psicologica. 12 milioni di ragazze si sposano prima dei 18 anni con uomini spesso molto più grandi di loro, 85 milioni di bambini e ragazzi sono coinvolti in pericolose forme di lavoro minorile.

586 milioni di bambini nel mondo sono poveri. Numero che potrebbe aumentare vertiginosamente. Si stima, infatti, che il numero totale di bambini che vive sotto la soglia di povertà potrebbe superare i 700 milioni entro la fine del 2020, effetto diretto della pandemia. Queste previsioni critiche non risparmiano nemmeno i Paesi più benestanti, come il nostro che entro il 2020 rischia di vedere un aumento di 1 milione di bambini in condizioni di povertà assoluta, che andrebbero ad aggiungersi agli oltre 1.100.000 dell’anno scorso. E’ l’allarme lanciato da Save the Children.

Se questa però è la situazione fotografata prima della pandemia, oggi il quadro è ancora più fosco, con i principali indicatori al rialzo, “I diritti, il futuro, la salute e la vita stessa dei bambini quest’anno sono stati travolti e messi fortemente a rischio. La pandemia, con i suoi effetti indiretti, si è abbattuta come un macigno sui minori di tutto il mondo, accelerando le disuguaglianze e rendendo sempre più vulnerabili i bambini e i ragazzi dei contesti più fragili in tutti i Paesi del pianeta” .

bambini abbandonati

L’accesso all’istruzione viene sempre più messo in secondo piano andando a negare uno dei diritti fondamentali dei bambini. La chiusura delle scuole in seguito al coronavirus, ad esempio, ha riguardato quasi il 90% di tutti gli studenti nel mondo, dove 1 giovane su 3 non ha accesso al digitale e alle nuove tecnologie, e circa 10 milioni di loro rischiano di non tornare più tra i banchi, con tutto quello che ciò comporta, in termini di maggiore esposizione a rischi di subire violenze e sfruttamento, di essere costretti ad andare a lavorare per aiutare le famiglie o di sposarsi prematuramente rinunciando così alla propria infanzia.

Anche nell’ambito medico la situazione si è fortemente aggravata, Già prima della pandemia in un solo anno morivano 5,3 milioni di bambini prima di aver compiuto i 5 anni di età, più di metà dei quali per cause facilmente curabili e prevenibili. Dati già altissimi ma che rischiano un incremento drammatico a seguito degli effetti della pandemia e del collasso dei sistemi sanitari. Molti, infatti, sono i paesi in cui i programmi di immunizzazione sono stati sospesi.

Come già da mesi stiamo vivendo sulla nostra pelle, il coronavirus sta inasprendo condizioni già esistenti di disuguaglianza, privazione e vulnerabilità.

Condizioni che non sarà facile recuperare e di cui porteremmo le gravi conseguenze per molto, molto tempo.

Il diritto al TFR dell’ ex coniuge

La parola TFR è l’acronimo delle parole Trattamento di Fine Rapporto, anche se molti lo chiamano ancora liquidazione. La funzione del Tfr è quella di assicurare una piccola rendita al dipendente una volta cessato il rapporto di lavoro. Pertanto esso spetta sia in caso di dimissioni volontarie, sia nel caso di licenziamento, anche se determinato per una giusta causa, ossia per una condotta colpevole del dipendente (art. 2120 c.c.).

Che diritto ha l’ex coniuge sul TFR dell’altro?

Un ex coniuge potrebbe aggredire il patrimonio dell’altro coniuge, proprio perché ha acquisito il diritto al trattamento di fine rapporto, ma solo alla presenza di alcuni presupposti ben determinati dalla legge. Se il coniuge richiedente:

1. percepisce già un assegno divorzile  con cadenza periodica dall’ex coniuge ( e no una somma una tantum);

2. non è convolato a nuove nozze

L’art. 12 bis l. 898 del 1970 stabilisce, infatti, che “Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’articolo 5, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza . Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio “. 

Pertanto se il lavoratore è un divorziato, che versa già all’ex coniuge un assegno divorzile  periodico, e quest’ultimo coniuge non è convolato a nuove nozze, il legislatore stabilisce che il lavoratore, a cui spetta il TFR,  è tenuto a corrispondere all’altro coniuge anche una quota di detto TFR, su richiesta dell’interessato, ovviamente.

La quota spettante corrisponde al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Il rapporto di lavoro deve essersi svolto, infatti, prima del divorzio e non dopo. In altre parole l’indennità dovuta deve computarsi calcolando il 40% dell’indennità totale percepita alla fine del rapporto di lavoro, con riferimento agli anni in cui il rapporto di lavoro coincise con quelli di durata del matrimonio. Tale risultato si ottiene dividendo l’indennità percepita per il numero degli anni di durata del rapporto di lavoro, moltiplicando il risultato per il numero degli anni in cui il rapporto di lavoro sia coinciso con il rapporto matrimoniale (nel cui computo si calcolano anche quelli in separazione) e calcolando il 40% su tale importo.

tfr e separazione

Elemento fondamentale è pertanto l’avvenuto divorzio tra i coniugi. Se infatti il diritto al TFR è maturato prima della pronuncia della sentenza di divorzio, ma dopo avere fatto domanda di divorzio, allora, il diritto a percepirlo viene dichiarato in tale sentenza, se ne è stata fatta richiesta. Se invece il diritto al TFR viene maturato dopo la sentenza di divorzio, il coniuge interessato alla quota dovrà proporre un’istanza, apposita, al Tribunale affinché il suo diritto sia accertato e riconosciuto. In tal caso il Tribunale valuterà se, al momento della richiesta, l’ex coniuge richiedente è in possesso dei due presupposti suddetti.

E se invece ancora non si è divorziati?

In questa ipotesi il diritto a percepire la quota di TFR non spetta in quanto sorto prima che sia stata proposta la domanda di divorzio. Anche se questa rigorosa regola potrebbe subire un’ attenuazione, in quanto la quota del TFR aumenta il patrimonio dell’ex coniuge e su tale presupposto poter chiedere da parte dell’altro coniuge richiedere al giudice un’aumento dell’assegno di mantenimento.

tfr e separazione

Mentre se il coniuge è deceduto

il TFR maturato dal lavoratore defunto si devolve agli eredi come diritto proprio e non come diritto successorio. Questo significa che non rientra nell’attivo ereditario e gli eredi possono pretenderlo anche se decidono di non accettare l’eredità. Il TFR spetta, infatti, secondo quanto disposto dal codice civile, all’art. 2122, al coniuge superstite (anche se separato legalmente), ai figli (indipendentemente dalla vivenza a carico) e ai parenti entro il terzo grado e affini entro il secondo grado (se viventi a carico del lavoratore deceduto).

Esistendo, quindi i presupposti di legge potrà essere richiesto dall’avente diritto, una quota del TFR, dell’ex coniuge, come su esposto, rivolgendosi al Tribunale di competenza.

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Le rinunce delle donne

Dicembre. Tribunale di Roma. Convegno avvocati.

Il convegno è finito, stranamente sono una delle prime a firmare l’uscita. Serena e soddisfatta mi accingo fuori. Un attimo prima di varcare la soglia del cancello, incrocio una donna, una mamma, trafelata, che corre con il suo bambino a seguito, che tiene per mano. Il bambino le dice:” E’ finito?!!” e lei: “Si, si è finito, corri, corri.”

Immagino che si stia preoccupando di dover mettere la firma per l’uscita. Io la vorrei tranquillizzare, dicendole di non preoccuparsi, che ci sono ancora tanti colleghi, che avrebbe avuto tutto il tempo. Ma lei un fulmine…non ne ho il tempo.

Dapprima sorrido. Poi mi rattristo. Immagino che durante il convegno, la mamma/avvocato abbia guardato freneticamente l’ora. Poi ad un certo punto si sia allontana, per andare a prendere il figlio a scuola. E’ anche fortunata, probabilmente, non è neanche troppo distante, la scuola. Quindi facendo due conti, riuscirà ad arrivare in tempo a scuola, prendere il pupo, per poi ritornare per la fine del convegno e mettere la firma della presenza. Vita di noi mamme. Routine. Salti mortali per riuscire a incastrare tutto. Cercando poi di non sfigurare e non perdere mai la professionalità, dietro a quei capelli spettinati. Risultato: fatichiamo il doppio per ottenere spesso la metà.

Il mio primo giorno di consulenza a Roma, ero appena scesa dal treno, quando mi chiama l’asilo, per dirmi che mio figlio, lasciato da neanche un ora, aveva vomitato. Volevo morire. Non mi ricordo neanche a quale santa (di amica) mi rivolsi quella volta. Non mi ero, quindi, stupita che fosse una donna e che non un solo collega maschio aveva probabilmente dovuto affrontare la medesima acrobazia.

Mi accingo quindi a tornare a casa, rincuorata del fatto che ho superato ormai la fase critica, e ricordandomi tutta la stanchezza che avevo addosso come fosse ieri ma iniziando a correre anche io, perchè avevo ancora un treno da prendere per iniziare le mie di acrobazie, pomeridiane.

In treno ripenso al convegno: simulazione di negoziazione assistita. Molto interessante rispetto ai soliti seminari teorici, per una volta un pò di pratica, stessa questione analizzata con due approcci di negoziazione differenti e con evidenti conclusioni differenti.

Anche lì, coppia in crisi, oggetto del contendere, tra le altre cose, il mantenimento di lei. La donna infatti, laureata, aveva rinunciato alla sua carriera, per dedicarsi alla famiglia e poter dare al marito la possibilità di affermarsi nella sua di carriera. Adesso che lui è un uomo affermato e benestante la vuole lasciare per un altra. Pertanto il legale della signora chiede un mantenimento, e un equa ricompensa, per le opportunità perse e per non avere potuto crearsi una carriera lavorativa per i motivi detti.

Ripensavo però all’approccio, sbagliato e al punto di partenza, sbagliato: la monetizzazione delle proprie rinunce. Una donna che ha una sua preparazione e una sua competenza, ma per motivi di famiglia ha rinunciato alla propria carriera, non vuole un mantenimento vuole delle opportunità.

E allora perchè in questa fase di separazione non riequilibrare i rapporti e non parlare solo di soldi, come se le rinunce fin lì fatte non fossero state abbastanza ma parlare di opportunità, di possibilità, di rinunce fatte e “l‘ormai non esiste” e ricominciare?

Sul treno sto leggendo Ho una gran voglia di vivere

Il libro che tutti gli uomini dovrebbero leggere, per capire ciò che non capiscono mai e che tutte le donne dovrebbero leggere per capire di non essere sole.

La storia di una coppia in crisi, in cui si ripercorrono tutte le loro fasi, dalla conoscenza, all’innamoramento alla stabilità. Poi arriva lui: il pupo e tutto cambia. O meglio tutto cambia per LEI. Il copione è sempre lo stesso. Entrambi architetti affermati, lui ritorna a lavoro, lei rimane a casa ad accudire il figlio.

E qui si innescano tutte le dinamiche esplosive che la maternità crea dentro di noi donne. Da un parte siamo estasiate da quel piccolo essere che prima era dentro di noi e adesso e tra le nostre braccia ed è tutto nostro. Dall’altro devi confrontarti con il tuo corpo che già nei nove mesi precedenti è cambiato e che non riconosci più, e non lo riconoscerai per molto tempo ancora. La stanchezza poi che ti sovrasta, il tuo essere ma non essere. Vivi in funzione di lui, mangi, dormi, ti lavi e vai in bagno, quando lui te ne da la possibilità . E ti guardi allo specchio……. e quella donna figa tacco 12, che vagamente ti ricordi, non credi sia mai esistita!

In questo momento la differenza la fanno gli aiuti e la sensibilità attorno a te. Da quante più persone ti sosterranno e quanto più il tuo uomo avrà la capacità nel giusto modo di starti accanto. Più sarai sola, o ti sentirai sola, e più difficile sarà. E utilizzo il termine sentirti, perchè è probabile che avrai uno stuolo di suocere e mamme e amiche che si avvicenderanno a casa, ma non vuol dire che sapranno aiutarti e ti sentirai ugualmente sola.

Poi inizia la fase in cui vuoi ricominciare a vivere. E pensi che il lavoro, sia il modo giusto. Ma non sai che i sensi di colpa ti affliggeranno, che forse diminuiranno, in maniera proporzionale a l’ aumentare dell’età del pupo….non pensando che quando lui sarà all’università, tu forse sarai in età da pensione… (va beh troppo ottimista….?????in Italia…!!!!! l’ho buttata lì così !!!! ). Perchè quando sei a casa ti sentirai una fallita, tu con la tua laurea e il tuo master, a dover parlare con un essere che ti fa solo sogghigni e le tue relazioni sociali sono pari a zero e vorresti essere chissà dove, e quando sarai a lavoro, ti sentirai in colpa e vorresti catapultarti da quell’esserino che sa di borotalco.

E così…è il mondo di noi mamme, spesso costrette a fare rinunce o scelte, ostinandoci, a volte, a voler conciliare tutto, nonostante le difficoltà, e riuscendo a dimostrare di saperlo anche fare dopotutto, a stare in riunione in tailleur tacco 12 e poco dopo, magari con un travestimento furtivo in macchina, in tuta sugli spalti a tifare per tuo figlio. Multitasking non è un termine informatico è un termine “mammescho” esistente già ai tempi delle caverne…..l’uomo doveva fare una cosa:cacciare; la donna tutto il resto!!!!!

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La negoziazione assistita

La negoziazione assistita è un istituto per la risoluzione alternativa delle controversie che consiste in un contratto (o convenzione) con cui le parti si impegnano a risolvere bonariamente una controversia con l’assistenza di avvocati.

Introdotta con il c.d. “decreto giustizia” (d.l. n. 132/2014) finalizzato a dettare “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile.

La nuova procedura di negoziazione assistita mirava, nelle intenzioni della riforma, a portare il più possibile i contenziosi fuori dalle aule dei tribunali, presentandosi come un’alternativa stragiudiziale all’ordinaria risoluzione dei conflitti.

Il legislatore ha previsto ipotesi di negoziazione assistita obbligatoria per le azioni riguardanti il risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti e per le domande di pagamento a qualsiasi titolo di somme, purché non eccedenti 50.000 euro e non riguardanti controversie assoggettate alla disciplina della c.d. “mediazione obbligatoria”.

Obbligatoria significa che “l’esperimento del procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda giudiziale“. Ovvero prima di intentare una causa giudiziale vera e propria si deve prima passare dalla negoziazione e solo dopo che eventualmente il tentativo è fallito si potrà adire giudizialmente.

La negoziazione facoltativa, invece è sempre utilizzabile, per volontà delle parti purchè l’oggetto della controversia non verta su diritti indisponibili e di lavoro.

Questo non più nuovo istituto, non ha, tuttavia, avuto l’ impatto desiderato. Oltre ai casi in cui questo procedimento è obbligatorio, il maggior successo è venuto, solo dalle cause matrimoniali, in quanto presentano il 75% di tutti gli accordi di negoziazione conclusi con successo.

Un particolare tipo di negoziazione assistita, infatti, è quella attuata in materia di separazione e divorzio. La disciplina prevede che tramite la convenzione di negoziazione assistita (da almeno un avvocato per parte) i coniugi possano raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio nonché di modifica delle condizioni di separazione o divorzio precedentemente stabilite.

Una fase precedente alla stipula dell’accordo è la Convenzione. In essa le parti si impegnano a cooperare in buona fede e con lealtà per addivenire ad un accordo nel termine di 60 gg dalla sottoscrizione della medesima.

La procedura è applicabile, sia in assenza che in presenza di figli minori o di figli maggiorenni, incapaci, portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti.

In assenza di figli l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è sottoposto al vaglio del procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, se non ravvisa irregolarità, comunica il nullaosta agli avvocati.

In presenza di figli, invece, il procuratore della Repubblica autorizza l’accordo solo se lo stesso è rispondente all’interesse dei figli.

Una volta autorizzato, l’accordo è equiparato ai provvedimenti giudiziali che definiscono gli analoghi procedimenti in materia. E si procederà alla comunicazione all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto per i necessari incombenti.

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Il mantenimento dei figli al tempo del coronavirus

Dopo essermi occupata dell’affidamento dei figli al tempo del coronavirus non potevo non occuparmi dell’altra annosa questione che già normalmente crea non pochi problemi e conflittualità e ancor di più in tale periodo emergenziale: il MANTENIMENTO.

Per far fronte alle difficoltà economiche e di liquidità generate dal blocco delle attività dei cittadini ed aziende, il Governo ha emanato, d’urgenza, tra gli altri, il Decreto Legge n.18 del 17 marzo 2020, “Cura Italia”https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/17/20G00034/sg.

L’articolo 91 (Disposizioni in materia ritardi o inadempimenti contrattuali derivanti dall’attuazione delle misure di contenimento e  di anticipazione del prezzo in materia di contratti pubblici) inserisce all’articolo 3 del Decreto Legge 23 febbraio 2020, n. 6, l’art. 6-bis il quale stabilisce che il rispetto delle misure di contenimento di cui al presente decreto è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 Codice Civile, della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti

Traduco: questa norma rende in pratica giustificabile e scusabile il ritardato o il mancato pagamento a condizione che questo sia diretta conseguenza delle misure autoritative per il contenimento del contagio.

Lo scopo della norma è sicuramente di evitare che la crisi di liquidità dovuta alla sospensione forzata, comporti ulteriori aggravi sui cittadini e sulle imprese. Tuttavia non sono compresi nella fattispecie, i casi in cui l’impossibilità sia derivata dalla crisi pandemica in sé (ad es. il mio inadempimento causato a sua volta dall’inadempimento di un mio debitore o fornitore connessi alla pandemia).

L’articolo 91 è però dedicato espressamente alle obbligazioni nascenti da contratto e l’obbligo di pagamento di assegni di mantenimento per i figli o alimenti non ha natura contrattuale ma si fonda su specifiche norme civilistiche, attuative di norme costituzionali, volte a garantire l’assistenza economica al soggetto economicamente più debole. Pertanto l’articolo 91 non trova applicazione alle obbligazioni di pagamento nascenti da rapporti di tipo familiare, neppure in via analogica, in quanto norma speciale.

Tuttavia la chiusura della maggior parte delle attività a causa del covid-19 e la repentina crisi economica e del lavoro che ne sta conseguendo, è un problema reale che non potrà che ripercuotersi anche sull’ obbligo di mantenimento dei figli.

È evidente che se il soggetto onerato a causa delle limitazioni poste dai DPCM non ha potuto svolgere al solito la propria attività lavorativa, commerciale o professionale che sia, o dipendente abbia visto contrarre le proprie entrate stipendiali mensili per la richiesta fatta dal datore di lavoro della cassa integrazione ordinaria, di ciò deve tenersi conto anche in ordine all’obbligo di pagamento di assegni di mantenimento e alimenti per i figli.

litigare per il mantenimento

Del resto l’obbligo di mantenimento scaturisce dall’art. 316 bis c.c., il quale impone di adempiere ai propri obblighi nei confronti dei figli in proporzione delle rispettive sostanze e secondo la capacità di lavoro, professionale o casalingo. Quindi se la capacità reddituale ed economica dell’onerato è mutata in ragione delle restrizioni alle attività imposte delle misure emergenziali, ciò produce inevitabili ripercussioni sulla determinazione del quantum dell’importo dovuto.

Ma l’obbligato non può limitarsi a sospendere il pagamento o ridurne l’entità in maniera autonoma, occorrerà ricorrere al Giudice, per chiedere la riduzione dell’obbligo impostogli, dando prova che la normativa emergenziale ha determinato la contrazione dei suoi redditi cui è conseguita l’impossibilità totale o parziale di assolvere all’obbligo di mantenimento.

L’art. 710 del c.p.c., infatti, prevede la possibilità, in ogni momento di modificare le condizioni, economiche e non, della separazione o del divorzio se ve ne sono i presupposti di legge. Potendo quindi richiedere la riduzione o la sospensione dell’obbligo ma solo a fronte della comprovata incolpevole impossibilità conseguita dalla mancanza di liquidità causata dalla crisi economica innescata dalla chiusura delle attività, ove dimostrata, o causa la messa in cassa integrazione.

Ora veniamo alla realtà: nonostante la questione potrà essere trattata dai Tribunali, in quanto tale materia è stata esclusa dalla sospensione delle udienze civili fino all’11 maggio 2020, tuttavia a breve termine sfido trovare un giudice che in fase così contingente sospenda o riduca il mantenimento dei figli. Ho una causa pendente in cui ho richiesto la riduzione del mantenimento in quanto il mio assistito ha subito la riduzione del proprio stipendio per più del 30% ,in maniera sempre più progressiva. Nonostante tre istanze la prima a settembre e l’ultima a febbraio, nulla ha deciso il Giudice, in quanto “non sussistono i presupposti“.

Ferma invece la possibilità da parte dell’avente diritto di procedere ad esecuzione, richiedendo in particolare l’eventuale pignoramento presso terzi o presso il datore di lavoro.

Questo dal punto di vista civilistico. Perché l’inadempimento degli obblighi di assistenza familiare può anche comportare una denuncia penale, ai sensi dell’art. 570 c.p., che riferita a minori è inoltre procedibile d’ufficio.

Riprendendo una recente sentenza della Cassazione (Cass. sez. penale n. 10422/2020), seppur emessa prima dell’emergenza sanitaria e riferita a fatti ben più datati, la Suprema Corte si è comunque espressa dicendo che il padre avrebbe dovuto provare rigorosamente di essere stato impossibilitato incolpevolmente a soddisfare le esigenze minime di vita dei figli.

Irrilevanti, infatti, le difficoltà economiche lamentate dall’uomo poiché non sono state ritenute sufficienti per integrare gli estremi di un vero e proprio stato di indigenza economica e di “una situazione incolpevole di assoluta indisponibilità di introiti sufficienti a soddisfare le esigenze minime di vita” dei figli minori.

Sperando che la nuova realtà in cui il covid-19 ci ha catapultato, faccia riflette di più i Tribunali italiani sulle esigenze delle persone, nella contingenza della situazione è più auspicabile, e forse più risolutivo, oltre che meno invasivo, utilizzare dei mezzi più conciliativi.

negoziazione assistita. trovare un accordo.

Mai più di adesso, nella situazione emergenziale che stiamo vivendo, utilizzare gli strumenti, che la legge ci fornisce, per addivenire ad un accordo tra le parti, può, attraverso dei professionisti, tutelare al meglio gli interessi di tutti, soprattutto dei minori; e rappresentare le esigenze e le difficoltà di tutte le parti coinvolte.

Spesso, infatti, le condizioni economiche causate da una separazione possono portare a delle vere e proprie difficoltà esistenziali, al limite della violazione della dignità di un individuo.

Tali situazioni, sono troppo spesso sottovalutate dagli organi giudicanti, e dalle istituzioni, spesso troppo assenti, le cui conseguenze sono un vero e proprio problema sociale che rischia di diventare pericoloso!

Solo degli strumenti stragiudiziali, ben utilizzati, potendo maggiormente adattarsi alle diverse realtà, che ogni individuo e famiglia rappresenta, possono addivenire a delle soluzione più giuste e vantaggiose, a volte, per tutti.

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L’affidamento dei figli al tempo del coronavirus

Sono separato/divorziato, posso andare a trovare i miei figli minorenni? Questa una delle tante Faq (Frequently Asked Questions) sulla pagina del Governo Italiano al link spostamenti.

Sono trenta giorni che non vedo mio figlio, perchè quella s…… della mia ex ha deciso di farsi la quarantena dal suo compagno a 50 km di distanza. Posso andare a prenderlo, se mi multano? Questa la domanda un pò meno formale fattami da un mio cliente.

Palazzo Chigi ha risposto: Sì. Gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti anche da un Comune all’altro. Tali spostamenti dovranno in ogni caso avvenire scegliendo il tragitto più breve e nel rispetto di tutte le prescrizioni di tipo sanitario (persone in quarantena, positive, immunodepresse etc.), nonché secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio o, in assenza di tali provvedimenti, secondo quanto concordato tra i genitori.

Si è posto fin da subito, quindi il problema dell’affidamento dei figli in piena emergenza, ma si è altrettanto posto il problema dell’incidenza della normativa emergenziale rispetto alla disciplina relativa ai rapporti fra figli e genitori separati, contenuta in provvedimenti provvisori o definitivi, emessi in giudizi di separazione divorzio, affidamento o modifiche degli stessi.

Il Tribunale di Milano si è pronunciato con ordinanza resa in via d’urgenza in data 11.3.2020 statuendo che le previsioni di cui all’articolo 1, comma 1 lettera a del DPCM 8.3.2020 n. 11 non sono preclusive dell’attuazione delle disposizioni di affido e collocamento dei minori, laddove consentono gli spostamenti finalizzati a rientri “presso la propria abitazione o domicilio”, sicché alcuna chiusura in ambiti regionali può giustificare violazioni in questo senso di provvedimenti di separazione e divorzio vigenti.

Reputando giustamente che il rispetto degli accordi presi sul tempo da passare con i figli è più vincolante delle direttive sull’isolamento.

decisioni tribunali

Poi arriva lui, un Consigliere della Corte d’Appello di Bari che con ordinanza depositata il 26 marzo 2020 ritiene di segno opposto, (perchè ognuno che si alza la pensa a modo proprio, arroccandosi il privilegio, nella convinzione che aver vinto un concorso ti dia il diritto di fare e sfare della vita delle persone) che il diritto – dovere dei genitori e dei figli minori di incontrarsi, nell’attuale momento emergenziale, è recessivo rispetto alle limitazioni alla circolazione delle persone, legalmente stabilite per ragioni sanitarie, a mente dell’art. 16 della Costituzione, ed al diritto alla salute, sancito dall’art. 32 Cost. e quindi ritenuto, fino al termine del 3 aprile 2020, indicato nei predetti DD.PP.CC.MM., appare necessario interrompere le visite paterne, e che è necessario disporre che, fino a tale data, il diritto di visita paterno sia esercitato attraverso lo strumento della videochiamata, o Skype, per periodi di tempo uguali a quelli fissati, e secondo il medesimo calendario.

Risultato?

A parte il fatto che restare in videochiamata per periodi di tempo uguali a quelli fissati mi sembra alquanto ridicolo, se non paradossale. Se pensiamo a bambini di tre anni inchiodati per il week-end alternati sul divano in perenne videochiamata o adolescenti che rinunciano a vedere i loro video o a giocare alla play per stare davanti a uno schermo a parlare con il proprio genitore! Mi sembra già questa una violazione della propria libertà, costituzionalmente garantita!

Ma mi sembra sopratutto che si sia stato violato un diritto fondamentale e altrettanto più importante e tutelato, anche dalle Convenzioni Internazionali, che è il diritto del minore alla bigenitorialità e al rapporto con la propria famiglia. Che è altrettanto importante al pari del diritto alla salute fisica, il diritto alla salute mentale e al benessere in generale del minore.

I figli di genitori separati diventano figli di serie B così come i genitori.

Che nella fase emergenziale unica che stiamo attraversando la mera applicazione doviziosa delle leggi non aiuta nessuno e non risolve nulla. Che un Giudice è tale perchè sa applicare le leggi e adattarle alle circostanze. Per cui laddove scrive che gli incontri dei minori con genitori dimoranti in comune diverso da quello di residenza dei minori stessi, non realizzano affatto le condizioni di sicurezza e prudenza de DPCM, non sta certo pensando a tutti gli operatori coinvolti in prima linea che tutte le sere ritornano a casa dalle proprie famiglie.

Non sta certo pensando a un padre, una madre, carabiniere, infermiere, dottore, che tutto il giorno sono esposti al contagio e che tutte le sere tornando a casa non è che, per chissà quale miracolo, non rischiano di intaccare il diritto alla salute dei propri figli. Ma tornano a casa, però, stremati, e anche se magari non abbracceranno i loro figli, perchè un pò di buon senso a qualcuno è rimasto ancora, potranno vederli, sentirli, giocarci, e non dietro uno schermo.

Non sta certo pensando a un padre che, invece, magari dopo essere stato chiuso in casa per giorni, prende la macchina per recarsi dal proprio figlio e portarlo presso la propria abitazione. E lo reputa per un superiore e strano principio altamente contagioso tale da mettere a repentaglio la vita e la salute del proprio figlio e di chi abita con lui. Mette a repentaglio addirittura la salute pubblica. Che mostro!

Come se il periodo di quarantena non fosse già estremamente difficile e complicato per tutti, cosa facciamo? Priviamo un genitore di vedere il proprio figlio, e a un bambino di vedere il proprio padre…

Perchè ovviamente in un periodo in cui avremmo dovuto capire le cose importanti della vita. In cui ci saremmo dovuti soffermare su gli affetti, sugli abbracci che ci stanno mancando, (siccome la mamma dei deficienti è sempre incinta) cosa fa una madre che non potendo andare dall’estetista e dal parrucchiere non ha nulla da fare? In piena pandemia chiama il proprio avvocato, che si rivolge a un giudice depositando un’istanza urgente con la quale si chiede la sospensione degli incontri tra il padre ed il figlio minore. Unica colpa abitare in un comune diverso da quello della madre. E il Giudice caso più unico che raro nella storia della Repubblica, risponde all’istanza in tre giorni. Mi viene il voltastomaco.

E mentre a una padre amorevole, sol perchè separato, gli viene negato quell’unico diritto che forse gli è rimasto, un padre non altrettanto amorevole, sol perchè “formalmente marito” continua a picchiare una moglie e un figlio chiusi dentro quattro mura, indifesi e indifendibili adesso più che mai.

Comunque nella speranza che il vostro ex partner abbia altro da fare che rivolgersi ad un Giudice per ottenere la sospensione del vostro diritto di visita, intanto potete recarvi, con la giusta autocertificazione e il provvedimento (sentenza, accordo, ordinanza provvisoria) che stabilisce l’affidamento e le modalità di visita dei figli, presso la residenza o domicilio degli stessi secondo le modalità previste.

Ciò sempre con le dovute precauzione sanitarie, e con il buon senso che ora più che mai deve contraddistinguere la nostra vita e i rapporti con gli altri.

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La quarantena: un enorme reality

Eh sì, sono 22 giorni ormai!

Una serie di DPCM (di cui alcuni hanno ironizzato, come se fosse una famosa telenovela a puntate…) hanno, anche se in maniera graduale, via via limitato la nostra vita e le nostre abitudini. E’ la prima volta che succede nel nostro paese. E’ la prima volta che succede in assoluto.

Quando guardavamo le immagini che ci arrivavano dalla Cina: le strade deserte, tutte le persone chiuse in casa, a trovare metodi alternativi alla sopravvivenza, le guardavamo sì con sgomento, ma con il solito distacco. Come sempre. Succede lì. Io sto qui. Mi spiace per loro. Io ho la mia vita. E va tutto bene!

E invece no. Invece stavolta ha colpito anche noi. Anzi ha travolto anche noi. E siamo stati il primo paese occidentale, la prima democrazia, occidentale, a dover affrontare questa strana emergenza. Ed essere uno stato di diritto, non facilita, certamente, chi al potere deve prendere importanti decisioni, senza che tutte le parti sociali non siano coinvolte e soprattutto senza che i diritti primari e individuali non siano rispettati, sempre. Ma questa è una altra questione.

Sta di fatto che da va tutto bene abbiamo dovuto cambiare nel giro di pochissimi giorni il verbo al futuro: andrà tutto bene!

E’ un evento senza precedenti. Un isolamento totale e globale. Normalmente in altre situazioni analoghe, di epidemia, la storia insegna, (e da qui anche il termine quarantena) che chi stava in isolamento, in quarantena appunto, erano le persone malate, affette, per evitare che contagiassero gli altri. Questa volta invece l’isolamento è stato chiesto a tutti. Un isolamento chiesto nel periodo storico in cui i contatti sociali e gli spostamenti da un paese ad un altro del globo non sono mai stati così attivi.

Ci siamo ritrovati, perciò decreto dopo decreto ad avere sempre più restrizioni, fisiche e territoriali, fino a restare piano piano tutti a casa. Un sacrificio, chiesto a tutti, per salvare l’intero paese. Niente più aperitivi. Niente più uscite il sabato sera. Scuole chiuse e bimbi a casa. Uffici chiusi e mariti a casa! Spostamenti solo se necessari, giustificati e brevi.

città deserte covid-19

La nostra società abituata a correre sempre e per tutto, ad un certo punto si è dovuta fermare. Si è dovuta bloccare. E doveva essere un essere invisibile, microscopico a fermare l’intero pianeta! Succede anche con il nostro corpo, a volte, lo stressiamo così tanto, lo portiamo cosi allo stremo che ad un certo punto, visto che non siamo noi a capire di doverci fermare, lo fa lui per noi. Ed è la volta che ci viene qualche malanno che ci costringe a stare a letto! Così è avvenuto, in fondo, al nostro pianeta, con il covid-19. E l’intero pianeta ringrazia. I livelli di inquinamento sono calati e gli animali si stanno riappropriando di luoghi prima inavvicinabili perché contaminati dall’uomo. E noi?

Questo #iorestoacasa ha fatto fermare ognuno di noi. Facendoci riprendere contatto con le cose più banali. Innanzi tutto con il nostro tempo e con noi stessi: avere del tempo a nostra disposizione ma non poterlo utilizzare fuori, inevitabilmente ti fa concentrare su te stesso. E allora c’è chi si è scoperto cuoco…e siamo diventati tutti masterchef, così che trovare lievito e farina al supermercato è ormai una mission impossible. Chi ha ritrovato il tempo di leggere quei libri che stavano in fila ad aspettare che arrivasse, appunto, il tempo per poterli leggere. Chi si sta dedicando alle proprie passioni dimenticate o chi si dedica alle proprie passioni sempre perseguite ma in maniera alternativa.

Il modo giusto per affrontare una situazione di difficoltà. Gli psicologi la chiamano:

Resilienza

In fondo sembra di essere al Grande fratello al contrario. Un esperimento sociale e antropologico a tutti gli effetti. Il primo GF, infatti, ero ai primi anni di università e lo vidi (fu il primo e ultimo reality, per la cronaca) per la curiosità della natura di esperimento sociale che avevo, modestamente, intuito racchiudesse (non a caso lo condusse Daria Bignardi): 10 persone estranee chiuse/rinchiuse per 99 giorni in una casa fuori dal mondo. Sappiamo quale fu il risultato e quale è ancora l’ effetto di questi reality sui partecipanti.

“The big family” o “Happy family” in #iorestoacasa poco cambia: tre, quattro, cinque persone, non estranee, ma non del tutto, spesso, che si ritrovano a condividere 24h su 24h uno spazio, neanche troppo grande, nella stragrande maggiornanza dei casi, che, a voglia a fare pizze e torte ad un certo punto l’aria ti inizia a mancare!

famiglia del mulino bianco

Nelle situazioni già Famiglia del Mulino Bianco probabilmente, questo tempo di condivisone lo si sta sfruttando per stare tutti insieme e fare quelle cose che spesso non si ha il tempo di fare. Volersi bene di più e comunicare di più. E io spero che sia la maggior parte delle situazioni. Ma ne dubito.

Poi ci sono le famiglie NORMALI. La stragrande maggioranza delle famiglie italiane. Famiglie che non sono proprio abituate a stare insieme. Non tutto questo tempo almeno. Ma non per cattiveria e poca volontà, ma per necessità della vita quotidiana. Si esce la mattina e si torna la sera dal lavoro. I figli sono comunque impegnati nelle loro attività e quindi tra scuola, sport, inglese, musica, a parte due parole mentre li porti da un posto all’altro li vedi ben poco. L’unico momento dove si sta tutti insieme, bel quadretto idilliaco, la sera a cena. Dove parli di tutto quello che hai fatto nella giornata e soprattutto parli di quello che si deve fare il giorno dopo, con la conseguente spartizione dei compiti. Ma tutto questo avviene in un ora o poco più! Poi tutti a riprendere le proprie attività prima di andare a dormire esausti.

convivenza in quarantena

Poi c’è il week-end, certamente, che serve proprio a stare tutti insieme, e le vacanze. Ma vuoi mettere passare del tempo bellissimo e costruttivo e saggiamente speso tra partite di calcio o saggi di danza. Cene tra amici o in famiglia. Tra cinema, teatro, gite al parco. Mare montagna e quant’altro? Il tempo lo condividi insieme non lo passi insieme.

Adesso ventiquattro ore su ventiquattro ore senza distrazioni esterne o ti riscopri ad aver tanta voglia di dire tutte le cose che non hai mai avuto il tempo di dire o scopri di non avere nulla da dire.

Questo relativamente alle famiglie, in quanto piccole società più complesse. Le coppie hanno solo due via d’uscita. O si stanno amando alla follia (beati loro), facendosi la luna di miele in salotto o si sono ritrovati accanto uno/una sconosciuta. Per cui per dirla come un post che gira sui social: alla fine della quarantena o andranno dal ginecologo o dall’avvocato, passando in entrambi i casi però per il dietologo!

Scherzi a parte, allora, penso che questo esperimento sociale che l’invisibile covid-19 ci sta obbligando a fare, avrà delle ripercussioni personali notevoli. Usciremo da questa tempesta inevitabilmente diversi e dovremmo affrontare una seconda tempesta: quella che ci costringerà a raccogliere i cocci che la prima ha creato. Possiamo decidere di dedicare, questo maggior tempo che abbiamo a disposizione, a noi stessi e alla nostra anima, oltre che al nostro corpo, e imparare a conoscerci di più.

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo . Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento non sarai lo stesso che vi è entrato.” Haruki Murakami

Sfruttare questo tempo di condivisione per unirci alle persone che amiamo. Per capirle. Per ritrovare le persone che amiamo, o perché troppo vicine o perché troppo lontane.

Ma anche per capire dove stiamo e dove stiamo andando. Ma soprattutto dove vogliamo andare quando tutto questo sarà finito. E con chi.

Da una situazioni di enorme difficoltà una coppia se forte e solida ne esce ancor di più rafforzata ma se debole e labile ne esce distrutta.

coppia in crisi

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Diritto di visita

Diritto di visita: l’ennesima sentenza in cui sono costretta a leggere questi termini che odio.

La Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, nell’ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937 stabilisce che non spetta alla Corte di legittimità (Cassazione stessa), bensì al giudice di merito (Tribunale o Corte d’appello) fissare le modalità di esercizio del diritto di visita del genitore, nel rispetto dell’interesse esclusivo del minore.

Vi tedio con un po’ di legalese….la pronuncia trae origine dall’impugnazione avverso la decisione con cui, il giudice di merito, aveva rigettato l’istanza proposta dal ricorrente (padre) per ottenere l’ampliamento del diritto di visita al figlio. La Corte territoriale (Corte di Appello) aveva respinto tale domanda in quanto, il regime proposto dal genitore, sarebbe stato troppo articolato e frammentario, perciò disfunzionale rispetto alle esigenze del figlio.

Nel ricorso proposto in Cassazione, il ricorrente lamentava che, nonostante era stato adottato il regime dell’affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre nascondeva di fatto, il regime di affido esclusivo, atteso che il genitore, poteva trascorrere con il figlio solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Suprema Corte risponde  rilevando che, la regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore. Inoltre, ha precisato che spetta al giudice di merito il potere di stabilire le concrete modalità di esercizio del diritto di visita, non sindacabili nel giudizio di legittimità.

La questione è puramente tecnica, di chi sia la competenza (corte territoriale o di legittimità) sulla determinazione del diritto di visita. Ma ciò che qui mi interessa sottolineare, e la cui sentenza mi ha dato spunto, per farlo, è la terminologia che purtroppo viene usata: diritto di visita.

Termine di un vecchio retaggio,  che nonostante una nuova legge (nuova, si fà per dire, sono passati più di dieci anni) la giurisprudenza fatica ad abbandonare. Il diritto di visita, infatti, poteva avere un senso prima dell’entrata in vigore della legge 54/06 (famosa legge sull’affidamento condiviso, fortunatamente entrata a far parte della nostra legislazione) laddove, innanzi ad un genitore che aveva un affidamento esclusivo l’altro aveva il diritto di vederlo, di fargli visita, nelle modalità stabilite, a seconda delle situazioni, dal giudice.

Ma nel momento in cui, una legge mi dice che, tranne in casi particolari e per presupposti ben precisi, la regola generale è quella dell’affidamento condiviso, vuol dire che, indipendentemente dal tempo che ciascuno genitore trascorre con i figli, determinato da diverse variabili, quali anche la logistica e la distanza, non ci sono genitori di serie A e genitori di serie B.

Entrambi i genitori hanno pari diritti e pari doveri.

Non c’è scritto da nessuna parte del codice che io genitore non “collocatario”, altra invenzione della giurisprudenza, devo far visita a mio figlio, o frequentarlo…..Ma sono genitore a pieno, come l’altro. Purtroppo sono i provvedimenti dei giudici che utilizzano tali termini, e che non fanno altro che aumentare la conflittualità, tra ex coniugi.

Se ci fossero provvedimenti più giusti, dove ogni parte si senta tutelata e garantita nei propri diritti, il conflitto diminuirebbe assolutamente.

L’art. 337 ter c.c. stabilisce, infatti, che il giudice adotta i provvedimenti relativialla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Anzi più in fondo nel medesimo articolo parla di tempi di permanenza  presso ciascun genitore.

La legge è fatta bene. Come spesso, accade, nel nostro paese abbiamo le migliori leggi che un Parlamento possa fare. Poi applicate male, anzi malissimo, o disapplicate purtroppo.

La legge 54/06 mette, infatti, sulla scorta anche della legislazione internazionale, in primo piano l’interesse preminente del bambino. E fin qui nulla quaestio. Stabilisce come, relativamente alle proprie risorse ogni genitore debba contribuire alla cura degli stessi. Stabilisce altresì, a seconda della situazione di quella specifica famiglia, i tempi di permanenza presso ciascun genitore. Cioè quanto tempo sta con uno e quanto con l’altro. Che dipenderà da tante cose. Dall’accordo degli stessi genitori, dal lavoro di ciascuno di essi. Dalla lontananza e via dicendo.

Ma non dal fatto che c’è un genitore privilegiato e un altro che semplicemente (sol perché è il padre ahimè) può semplicemente vederlo e fargli visita.

La legge non dice tu genitore privilegiato, il collocatario, tieni il figlio tot tempo e tu genitore non collocatario, lo visiti come io giudice decido. Stiamo parlando di figli e di genitori, di diritti inviolabili e costituzionalmente garantiti e all’uno e all’altro. Stiamo parlando di un  rapporto genitoriale ormai cambiato socialmente e antropologicamente.

La legge sull’affidamento condiviso, nasce, infatti, anche da un esigenza sociale che già da anni si sentiva esplodere. La società cambia, si evolve anche repentinamente a volte, e le leggi devono farlo con lei.

Il ruolo del padre e della madre sono totalmente cambiati: da una  parte, giustamente, la figura della madre, non più casalinga, che non è più necessariamente colei che sta a casa e che alla fine di un matrimonio può da sola continuare a prendersi cura dei figli. Ma anche lei adesso lavora e anche lei ha difficoltà prendersi cura dei propri figli. Dall’altra però abbiamo anche la figura dei padri, a essere cambiata, diversa dalla generazioni precedenti. Non più padri che portavano solo lo stipendio a casa e che non avevano mai cambiato un pannolino, e che non ci pensavano minimamente a farlo. Sono padri, questi, che hanno allattato, che hanno cambiato pannolini, che hanno fatto notti insonni insieme alla proprie compagne. Che portano i loro figli a scuola o al parco. E la fine di un  matrimonio non deve certamente interrompere tutto ciò.

Per questo la legge 54/06 parla per la prima volta di bigenitorialità. Due genitori con pari diritti e doveri nei confronti dei propri figli. Bigenitorialità  a parole, in una legge, secondo me ben fatta, ma disattesa totalmente dopo 14 anni dalla sua entrata in vigore. Il discorso ovviamente è complesso e non mancherà occasione di approfondirlo. Ma quanta rabbia  mi viene quando leggo sulle ordinanze o ancor peggio su sentenze questi termini frequentazione, diritto di visita.

Dietro l’utilizzo di questi termini, costruiti dalla giurisprudenza, si nasconde la palese volontà di non volere applicare, nella sua massima interpretazione la legge sull’affidamento condiviso, rimanendo ancorati a retaggi culturali inutili e anacronistici. E lo dico da donna e da madre, consapevole di essere la parte privilegiata. E altrettanto svilita e frustrata da professionista, non potendo far riconoscere a pieno quei diritti sacrosanti che una legge riconosce ai padri. 

E mi metto, in tal senso,  nei panni di quei padri, che per colpa assolutamente di tanti altri, che in passato, ma non solo, assenti e latitanti, non chiedono altro che di continuare a fare il padre così come lo facevano durante il matrimonio. Che il fatto che non amino più la propria compagna o moglie non vuol dire che non amino più i loro figli. E al dolore si aggiunge il dolore di non poter vivere più quella quotidianità, quei piccoli momenti dei loro figli e con i loro figli, ma frequentarli nonostante una legge, apparentemente, gli riconosca il diritto di essere genitore a tutti gli effetti.

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Manuale di diritto di famiglia

Separarsi: paura di rimanere soli

“Ma io lo amo ancora. Non voglio separarmi”.

E mentre mi racconta la sua storia, la sua vita. Lui che la ignora da anni. Lui che lavora per la maggior parte del tempo fuori, all’estero. Lui che dorme ormai sul divano….penso a come faccia ancora ad amarlo. Mi chiedo per quanto tempo si riesce ad amare per due. Fino a quando l’amore soltanto di uno può bastare ad un matrimonio. Per quanto tempo ancora devi fingere che tutto vada bene e avere paura.

Lo ami ancora? o ami l’idea che avevi di lui, del vostro rapporto, del vostro matrimonio. Idea che ormai non c’è più, che non esiste più. Pensi veramente di amare ancora lui…ma hai mai amato te stessa?

Hai mai pensato di amare te stessa? Ami ancora lui o hai una grandissima paura di rimanere sola? Una grandissima paura di pensare di non potercela fare. Senza capire che sono anni che sei sola. Perché dovresti meritarti questa vita? Un marito o una moglie che non ti ama. Che non ti ama più. Che torna a casa si mette le cuffie e non ti parla. Perché dovresti rimanere incastrata in questa vita. Perché pensi di meritarti questa vita?

E tu sei distrutta. Perché ti ha detto che vuole separarsi! Ti senti come se ti fosse crollato il mondo addosso, nonostante sai che sono anni che va avanti questa storia. Preferisci stare lì in quel limbo di purgatorio piuttosto che rimetterti in gioco e dimostrare alla vita che anche da sola puoi farcela. Che vali indipendentemente dalla persona che ti è stata fianco anche per anni.

Amati!

Così il mio appuntamento si trasforma, come sempre per la prima parte, in una specie di seduta di psicoterapia. Ma serve per allentare la tensione. E’ una signora cinquantenne. Dopo 25 anni di matrimonio il marito ha deciso di separarsi. O almeno così le ha comunicato lui. Il mio primo incontro tendo a farlo sembrare più una chiacchierata. Cerco di mettere il cliente a proprio agio. Mi invento psicoterapeuta appunto.

Arriva persa spaesata, terrorizzata quasi. Le dico di prendersi tutto il tempo che vuole. Di iniziare da dove vuole, di iniziare a raccontarmi quello che vuole. La cosa peggiore è che capisco, percepisco, che si sente in colpa ad essere lì. Forse lui ancora non è andato dall’avvocato e lei, lei che non vuole separarsi, lei che lo ama ancora invece, è in quello studio, a parlare con me, con un’avvocato. Quasi ad un certo punto sento vorrebbe scappare.

Le spiego che il fatto che sia lì non vuol dire che vuole separarsi. Che ha fatto bene a venire, perché sapere a cosa va incontro,  quali possono essere le alternative, le può dare la sicurezza per affrontare la situazione. Che non deve sentirsi in colpa. Le spiego anche (la psicoterapeuta) che non si può rimanere attaccati in un rapporto se l’altro non vuole più starci. Le spiego (l’avvocato) che se una parte vuole separarsi l’altra parte non lo può impedire: non  funziona alla Beautiful “il divorzio non te lo darò mai!!!!”   e spunta finalmente un sorriso su quel bel viso triste e addolorato. Tanto vale quindi sapere di che morte morire e non avere nessun senso di colpa.

Una volta è venuto un cliente, che avevo già seguito per altre cose e mi dice: “mia moglie mi ha detto che vuole separarsi” “e quindi?” rispondo io. “Che devo fare?” mi dice lui. Gli spiego che ha fatto bene a venire e a cercare di capire cosa potrebbe succedere da lì in poi. Gli chiedo però  se lui vuole separarsi. E lui mi dice no. “Io stavo così bene. Non avevo capito nulla” ( come sempre succede per gli uomini…cascono tutti  dal pero!!!!! ). Sono giovani, sposati da pochi anni, hanno un bambino, lui ha cresciuto anche il figlio di lei e lo adora come fosse il suo. Era luglio e allora gli dico: “fai una cosa torna a casa, cerca di riconquistare tua moglie e a settembre ne riparliamo”

Poi a settembre è tornato e si sono separati comunque. Abbiamo fatto una negoziazione abbastanza tranquilla e dopo qualche mese già stavano entrambi con altre persone.

E’ quindi giusto, giustissimo riprovarci. E io sono la prima a spingere a farlo se ci sono i presupposti. Ma poi il senso di colpa è la prima cosa che si deve elaborare. sia per la parte che decide di separarsi si per la parte che “subisce” .

Il primo passo è sicuramente quello di chiedere una consulenza ad un avvocato di fiducia, per sapere come affrontare questa nuova situazione. Il che non vuol dire definire di volersi separare, né essere l’artefice della stessa. Come sempre la consapevolezza e la conoscenza delle cose ci dà una maggiore maturità e sicurezza nell’affrontare tutto anche le nostre paure.

separarsi

Il tempo poi è fondamentale. Io non metto mai fretta. Una coppia ha bisogno di tempo. La separazione è un lutto e come tale deve essere elaborato. Sono fermamente convinta nella negoziazione assistita. La materia di famiglia è una materia così delicata, complessa e personale che, con tutto il rispetto che ho per la magistratura, non dovrebbe essere demandata ad un giudice, che con tutta la buona volontà e sensibilità che può avere (quando c’è), in udienza si ritrova a dover decidere il destino di due persone, spesso di un’ intera famiglia, con un mondo dietro. Un mondo di vissuto, di emozioni, non facilmente spiegabili. Ma questo è un altro punto.

A causa della mancanza di tempo, inteso come dedizione, spesso si arriva a una giudiziale.

Un accordo è sempre possibile

O quasi. Ha bisogno di tempo e di maturazione. Una famiglia viene sconvolta da una separazione, viene messa totalmente a soqquadro. Un buon accordo deve essere equilibrato, capito, metabolizzato, digerito a volte. Ma per fare ciò ci vuole tempo, pazienza e collaborazione. Da parte di tutti. In primis dai professionisti che seguono le parti.

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