Il piano della ripresa passa inevitabilmente dalla riforma della giustizia

Con decreto ministeriale del 12 marzo 2021, la ministra Cartabia (Ministro della Giustizia)  ha nominato i componenti della “Commissione per l’elaborazione di proposte di interventi in materia di processo civile e strumenti alternativi”, tracciando le linee guida del lavoro della Commissione stessa per la riforma della giustizia.

Il piano della ripresa passa inevitabilmente dalla riforma della giustizia. Da sempre anello debole del nostro sistema.  l’Unione Europea, infatti, non giudica più compatibili i ritardi della macchina giudiziaria italiana con i principi dello Stato di diritto che sono alla base della solidarietà europea del Next generation EU.

Il successo della riforma della giustizia italiana condiziona fortemente l’arrivo dei fondi del Recovery Fund, il Presidente del Consiglio Draghi, nella conferenza stampa del 26 marzo, ha tenuto a rimarcare che il nodo della giustizia civile non va guardato soltanto alla luce dei timori degli investitori stranieri, ma nell’ottica di assicurare al Paese un sistema giudiziario fondato sulla certezza e l’effettività del diritto. La rapidità delle decisioni non servirà infatti solo a richiamare gli investimenti di capitali stranieri in Italia, ma anche a rassicurare i cittadini italiani sulla certezza dell’applicazione e dell’esecuzione del diritto.

I punti cruciali sui quali dovrà soffermarsi la Commissione saranno:

– dimensione di organizzazione e innovazione tecnologica

– impulso degli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, con riguardo anche alla dimensione endoprocessuale

-ulteriori modelli processuali speciali da elaborare in considerazione delle più rilevanti criticità del processo civile.

Una fetta importante di tale riforma è sicuramente la parte relativa alla giustizia di famiglia. Un terzo delle cause civili ordinarie in Italia riguarda separazioni e divorzi (34% al nord – 25% al centro – 27% al sud e isole). Se si aggiungono i ricorsi per l’affidamento dei figli delle coppie di fatto, si arriva al 40%. Numeri importanti che meritano attenzione, soprattutto perché sono spesso coinvolti minori.

Le cause familiari incidono, non solo sul funzionamento dei Tribunali, ma soprattutto sull’intero tessuto sociale: più di 310 mila persone l’anno vengono coinvolte in cause con gli ex coniugi o con gli ex compagni e dunque si trovano impossibilitati a riorganizzare una nuova vita fino alla conclusione del contenzioso.

L’accesso alla giustizia diventa solo una lunga agonia, dove a conclusione non ci si ricorda più neanche per cosa si stava litigando. Spesso nessuna delle parti si sentirà soddisfatta e garantita e ciò non abbasserà la conflittualità iniziale, anzi la innalzerà ancora di più. Molte decisioni, inoltre, non trovano una soluzione alle problematiche insorte tra coniugi, e anche quando la trovano non sempre si riesce ad attuarla concretamente. La complessa gestione di tali cause è costata all’Italia più di una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Soprattutto in materia di affidamento e bigenitorialità.

giustizia europea

Era stata proprio la  Corte Europea dei Diritti dell’Uomo già nel 2013 ( Affaire Lombardo c/ Italia ) ad osservare come “le misure deputate a riavvicinare il genitore con suo figlio devono essere attuate rapidamente, perché il trascorrere del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui”. Non deve, dunque, trattarsi di misure stereotipate ed automatiche, ma efficaci ed effettive.

La riforma dovrà perciò puntare a snellire i procedimenti e dal punto di vista processuale e dal punto di vista dei tempi. Troppe lungaggini e tempi morti, sono ormai insostenibili, e lo sono ancora di più nell’ambito della famiglia. La maggior parte delle questioni oggetto di conflittualità oltre che economiche sono soprattutto relative ai figli. In tale ambito l‘attuabilità e la rapidità sono fondamentali perché si abbia effettività del diritto.

Ed appunto l’effettività del diritto di cui parlava anche il Presidente Draghi l’altro tasto dolente della giustizia italiana. Negli ultimi anni, nonostante ci sia stato un netto cambio di rotta da parte degli stessi giudici, coadiuvati da una normativa sempre più volta alla concreta bigenitorialità, i provvedimenti non sempre vengono attuati e realizzati. Manca, infatti, un controllo post- causa, da parte delle istituzioni, sull’effettiva attuazione e rispetto delle decisioni dei giudici di famiglia.

Il susseguirsi di ricorsi su ricorsi, sentenze su sentenze senza mai riuscire ad ottenere concretamente il diritto riconosciuto: è il fallimento della giustizia che crea inevitabilmente sfiducia nelle istituzioni e indebolimento del sistema stesso.

Non c’è cosa peggiore per un cittadino avere in mano un provvedimento a sé favorevole e non avere la possibilità, il sostegno, l’aiuto dalle istituzioni ad vedere realizzato ciò che gli è stato riconosciuto.

Ultima fondamentale tappa della riforma dovrà essere ovviamente l’agevolare e incentivare in tutti i modi l’utilizzo di metodi alternativi alle aule di giustizia. Da una parte per liberare i Tribunali da cause che possano decidersi altrove. Dall’altra perché più di ogni altra materia quella della famiglia è un argomento così particolare che più di ogni altra dovrebbe avere il suo campo decisionale naturale in ambito di negoziazione e solo in casi residuali, perché più complessi, rivolgersi alle autorità giudiziaria.

La famiglia è una società complessa. Gli interessi, le esigenze, le emotività coinvolte, sono tante e ricche di mille sfaccettature. Un giudice, per quanto sensibile e preparato, che ti vedrà e ti parlerà, forse due volte in un anno, non potrà mai e poi mai capire appieno quali sono le necessità e le esigenze di quella famiglia che esplosa. Gli unici protagonisti e giusti interlocutori dei coniugi sono loro stessi. Solo loro sanno quali sono le loro necessità, esigenze e desideri. Basta solo una tavola rotonda e due bravi e competenti professionisti che li aiutino a capire e li sostengano.

negoziazione assistita e giustizia

Alla fine di un agognata sentenza ottenuta dopo un enorme dispendio di energia e soldi solo una parte, e non sempre appieno si riterrà soddisfatto. Alla fine di un accordo, soprattutto se un accordo fatto bene entrambe le parti si riterranno soddisfatte al meno al 70%.

La ripresa passerà quindi inevitabilmente attraverso anche la riforma della Giustizia. Ma la riforma deve partire anche da noi. Dalla capacità di metterci in discussione, più necessario ad un tavolo di trattative piuttosto che davanti ad un giudice che deciderà per noi, delegandogli gran parte del destino della nostra vita!

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Il lusso di separarsi

I divorzi aumentano con il coronavirus.

Boom di divorzi.

Sono solo alcuni dei titoli che già da metà 2020 circolavano. Io stessa avevo scritto, quando eravamo ancora solo all’inizio di tutta questa strana faccenda che si chiama pandemia, che alla fine della quarantena saremmo tutti andati o dal ginecologo o dall’avvocato, passando per entrambi i casi dal dietologo!!

New York

Per quanto riguarda le nascite non è accaduto ciò che accadde nel famoso black out newyorkese del 1965, quando l’intera citta di New York rimase in totale isolamento elettrico per 12 ore e nove mesi dopo si ebbe un impennata delle nascite. No. Perchè anche nel 2020 le nascite in Italia sono al minimo storico. Evidentemente restare un intera notte a lume di candela in una delle città più belle al mondo, non è la stessa cosa che vivere un pandemia globale, mai avvenuta nella storia, con incertezza, precarietà, e povertà. Insomma non è proprio il momento migliore per mettere al mondo un figlio, in un mondo che non sai che futuro avrà.

I dietologi e divorzisti… quelli sì che sono serviti!!! Ma per i primi la soluzione era facile, bastava far sparire lievito e farina dai supermercati. Per i secondi la questione è un pò più complessa. Scherzi a parte, i titoli dei giornali richiamano, appunto, a un boom di separazioni. In parte ciò è vero e in parte no. Come sempre ogni fenomeno deve essere guardato da diverse prospettive.

In questo ultimo anno la nostra vita è stata totalmente stravolta. Vivere una pandemia, sopportare un lockdown, la convivenza forzata e lo scardinamento di tutte le nostre abitudini quotidiane, hanno fatto emergere questioni e dinamiche latenti, e personali e di coppia. Tralasciando la questione molto più complessa della violenza all’interno delle mura domestiche, coppie che si reggevano su un equilibrio precario fatto di abitudini, faccende da sbrigare e riti da ottemperare, sono crollate.

A questo deve anche aggiungersi necessariamente una maggiore riflessione e introspezione sulla nostra esistenza che inevitabilmente ci ha costretti, forse non a tutti, ad affrontare il senso della vita. Il senso di precarietà che ci ha di colpo invasi tutti indistintamente che ti fa chiedere “da che parte sto andando?” e soprattutto “sono nella direzione giusta?” e poi la fatidica domanda “Sono felice?” E allora davanti alla tanto agognata felicità, davanti a La vita è una non va sprecata i più si mettono in discussione. Mettendo in discussione se stessi mettono in discussione spesso le coppie e le famiglie a cui appartengono.

Ma il fatto di arrivare a tale punto non necessariamente e soprattutto non in maniera così automatica ti porta a decidere di separarsi. Per separarsi ci vuole coraggio. E tanta forza. Emotiva e non. Decidere di separarsi non è mai una scelta facile. Ma oltre le difficoltà emotive spesso ci sono difficoltà puramente pratiche ed economiche. Se da una parte quindi l’idea di volersi separare in questo periodo è sicuramente aumentata concretamente la realtà è ben diversa.

La maggior parte delle famiglie di medio reddito con la separazione subisce un netto impoverimento. E’ inevitabile. Un nucleo familiare che di sdoppia e con esso tutte le spese, nel caso migliore. Un eccessivo squilibrio di impoverimento, di una parte rispetto all’altra, poi, nei casi peggiori. Soprattutto nel primo periodo, affrontare le spese di mantenimento, le spese di una nuova casa e tutto ciò che è correlato, diventa un onere che non tutti si possono permettere.

Tali difficoltà oggi sono triplicate. Milioni di persone, tra i “fortunati” sono da un anno in cassa integrazione. Gli altri non percepiscono lo stipendio da mesi. L’esasperazione è ormai al limite. E il futuro? Un enorme incertezza! E’ evidente che dinnanzi a tanta precarietà è già arduo il solo pensare di affrontare una separazione, figuriamoci attuarla.

crisi economica proteste

I dati Istat per il 2020 non sono ancora disponibili, ma nono credo ci sia stato questo forte rialzo di cui si parla. Quello che si è manifestato è sicuramente una maggiore percezione del fenomeno. Una maggiore insoddisfazione. Sicuramente molte più consulenze, telefonate agli studi legali, per acquisire informazioni, ma che poi forse non hanno concretizzato.

Il senso di precarietà ed incertezza, soprattutto economica, ma anche incertezza affettiva. Paura per il futuro, paura di rimanere soli, di non avere altre opportunità, forse supera di gran lunga l’infelicità e l’insoddisfazione che una relazione ormai spenta ti crea. Per cui ritengo, che sì, in questo ultimo anno, non un solo cittadino del mondo non abbia per un attimo messo in discussione la propria la vita e creduto e voluto ribaltarla. Tale tempesta emotiva, che una global pandemic di questa portata ti scatena si è inevitabilmente scontrata però con la realtà e con le paure da dover affrontare non sempre facili e superabili. Almeno in questa attuale fase di piena pandemia e di grave e seria crisi economica.

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Il “Divorzio”: cause ed effetti

Nel nostro ordinamento, fino al 1970, unica causa di scioglimento del vincolo matrimoniale, oltre ai casi annullamento, era la morte di uno dei coniugi. Il matrimonio, finchè i coniugi erano in vita era indissolubile: non era, infatti, ammesso il divorzio, istituto introdotto con la legge 898/1970 .

divorzio

In effetti non è neanche corretto parlare di divorzio, termine che nel nostro ordinamento non esiste. La Legge 1 dicembre 1970, n. 898 intitola, infatti, “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”, pertanto si parla sempre di scioglimento del matrimonio, o nei casi in cui si tratti di matrimonio concordatario, cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario.

L’attuale disciplina prevede, quindi, come cause di scioglimento del matrimonio: la morte di uno dei coniugi (art. 149 c.c), la dichiarazione di morte presunta (art 65 c.c.) e “il divorzio” .

L’art. 1 della legge 898/70 stabilisce che il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio contratto a norma del codice civile, quando, esperito inutilmente il tentativo di conciliazione di cui al successivo art. 4, accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle cause previste dall’art. 3.

Quindi lo scioglimento del matrimonio sarà subordinato alla presenza di due condizioni: sul piano soggettivo l’accertamento della fine della comunione spirituale e materiale tra i due coniugi e sul piano oggettivo che esistano le cause tassative previste dall’art. 3.

Queste cause tassative sono: se uno dei coniugi sia stato condannato all’ergastolo o a qualsiasi pena detentiva per reati di particolare gravità; se l’altro coniuge è stato assolto per vizio totale di mente da un delitto e il giudice competente accerta l’inidoneità del convenuto a mantenere o ricostituire la convivenza familiare; se è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale, o sia stato raggiunto accordo a seguito di negoziazione assistita ; ma anche quando un coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all’estero un altro matrimonio; se il matrimonio non è stato consumato; e se è passata in giudicato la sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso.

Il “Divorzio breve“. Nei casi di separazione nel 1970 era necessario che la separazione si fosse protratta senza interruzione da almeno 5 anni, aumentata a 7 in caso di colpa dell’attore. Con la legge 74/1987 saranno necessari solo 3 anni e, infine, con la legge n. 55 del 2015, basteranno solo 12 mesi, dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al Presidente del Tribunale nella procedura di separazione personale giudiziale e sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale, ovvero dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.

divorzio

Ma quali sono gli effetti del “divorzio”?

  1. Innanzi tutto il mutamento dello stato civile e la possibilità di contrarre nuovo matrimonio
  2. la moglie perde la possibilità di utilizzare il cognome dell’ex marito, salvo che la stessa sia stata autorizzata dal giudice a continuare a utilizzarlo
  3. perdita reciproca dei diritti successori
  4. obbligo di uno dei coniugi di corrispondere un assegno periodico all’altro
  5. percepimento da parte del beneficiario dell’assegno divorzile alla pensione di reversibilità, purché il trattamento pensionistico promani da rapporto di lavoro sorto antecedentemente allo scioglimento del matrimonio, e al diritto ad una percentuale sull’indennità di fine rapporto
  6. scioglimento della comunione legale (se non fosse già avvennuto con la separazione).

Il “divorzio” quindi è l’ultimo atto che mette fine definitivamente al rapporto dei due coniugi. I casi più comuni ovviamente di scioglimento del matrimonio sono quelli conseguenti a una separazione, consensuale o giudiziale che sia, come ultimo passaggio appunto della fine. E’ da chiarire che nessun obbligo legale c’è a riguardo. In linea teorica due coniugi potrebbero rimanere a vita semplicemente separati e mai divorziati, con le conseguenze che ciò comporta.

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A 50 anni dalla legge sul divorzio

Era il 1 dicembre 1970 è il quinto presidente della Repubblica Giuseppe Saragat promulgava la legge n. 898. Son passati ben 50 anni.

La legge non aveva avuto un iter semplice. La prima bozza fu presentata, infatti, ben cinque anni prima, ma alla fine il testo che passerà in entrambe le aule del parlamento, dopo tanto dibattito, sarà la versione più moderata presentata dal liberale Baslini nel ’68, prendendo, infatti, il nome di legge Baslini-Fortuna.

Era il primo dicembre, un martedì, quando la legge fu approvata definitivamente dalla Camera al termine di una seduta parlamentare che durò oltre 18 ore. Erano quasi le sei del mattino, e le votazioni erano iniziate alle dieci del giorno precedente.

legge sul divorzio

Ma anche dopo la promulgazione non ebbe vita facile. Nel 1974, dopo che 1 milione e 300mila firme furono depositate in Cassazione, si tenne il referendum abrogativo della legge 898/1970. Fu il primo nella storia della Repubblica e venne promosso dalla Democrazia Cristiana di Amintore Fanfani. Si votò il 12 e il 13 maggio coinvolgendo l’87,72 per cento degli aventi diritto e prevalsero i NO con il 59,30 per cento dei voti. Così la Baslini-Fortuna fu definitivamente confermata.

referendum abrogativo

Fin dall’Unità d’Italia, però, le iniziative per inserire nell’ordinamento italiano il divorzio, furono diverse, ma vennero bocciate tutte, soprattutto a causa dell’influenza delle gerarchie della Chiesa cattolica prima e della Democrazia Cristiana dopo. L’italia nel 1970 era l’unico paese in Europa a non avere una legge sul divorzio e tra i pochi paesi al mondo.

L’approvazione di tale legge fu quindi epocale, rispecchiando quello che era il sentire comune, in un contesto storico e sociale alla ricerca di riforme e di cambiamenti per il raggiungimento di pari diritti.

Nilde Iotti, il 25 novembre del 1969, quando l’iter legislativo era ormai alle ultime battute, chiese la parola alla Camera dei Deputati, e fece un discorso diventato famoso nella storia dei diritti delle donne:

A noi pare che ciò che nel mondo moderno spinge le persone al matrimonio ed alla formazione della famiglia, ciò che rende morale nella coscienza popolare la formazione della famiglia, sia in primo luogo l’esistenza di sentimenti. (…) Questa, io credo, è oggi la base morale del matrimonio. Vedete, onorevoli colleghi: per quanto siano forti i sentimenti che uniscono un uomo e una donna… essi possono anche mutare; e quando non esistono più i sentimenti, non esiste neppure più, … il fondamento morale su cui si basa la vita familiare. Abbiamo dunque bisogno di ammettere la possibilità della separazione e dello scioglimento del matrimonio.

L’approvazione di questa legge sarà il primo passo per l’ abbattimento di un muro della famiglia patriarcale ormai obsoleta dietro la quale spesso si nascondevano situazioni di estrema sottomissione e violenza.

I divorzi nel primo anno di applicazione della legge furono 17.134, l’anno dopo 31.717.

Gli anni settanta in questo senso saranno anni di fervore anche giuridico. Si apre una grande stagione di conquista dei diritti civili. Nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia cade la patrià potestà. Passerà la parità dei coniugi nella coppia e soprattutto cade la discriminazione per i figli nati fuori dal matrimonio. Il 1978 sarà l’anno della legge sull’interruzione della gravidanza e nel 1981 decade il delitto di onore.

Un piccolo passo, conquistato con tante battaglie, che avrebbe cambiato la vita individuale di ogni italiano ma che cambierà la faccia di un intero paese.

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C’era una volta il principe azzurro

C’era una volta una maestra d’asilo, giovane e carina che incontra il principe azzurro, o almeno credeva lo fosse (perchè ancora nessuno le aveva spiegato che quelle favole raccontate da bambina, erano appunto favole, e che il principe azzurro non esiste…forse alla fine di questa bieca storia almeno questo lo avrà capito la maestrina). Dicevo, c’era una maestra d’asilo, giovane e bella e c’era quello che sembrava un principe azzurro. La giovane maestrina innamorata e felice cosa fa? Una cosa atroce. Che nessuno mai negli ultimi anni, di sfrenato uso dei social, ha mai fatto (ci ricordiamo quel caso che fece per fortuna solo ridere, di quella povera mamma che voleva mandare un video hard al marito (forse… almeno questa fu la versione ufficiale) che per sbaglio mandò il tale video hard nella chat delle mamme??!!che ridere!!!).

Comunque questa povera maestrina, fa questa cosa scostumata di mandare un video hard, diciamo sexy, al suo decelebrato fidanzato/principe azzurro. E’ la persona di cui ti fidi, con cui condividi tutto la parte più intima di te, e ti fidi.

E lui che fa, invece, da galantuomo quale è? Forse a causa del troppo rosicamento che una bella e intelligente come la maestrina lo avesse lasciato, invia tale video nella chat del calcetto…che ridere!! E gli altri decelebrati membri della chat del calcetto, che fanno??? Lo fanno vedere alle mogli. Forse il loro intento era farsi inviare un video uguale dalla propria moglie…ma non ha sortito tale effetto. Insomma tra le bigottone scandalizzate, c’era la mamma di un alunno della maestrina, la quale a sua volta va a protestare dalla direttirce della scuola perchè una tale che fa queste zozzerie non la voglio come maestra di mio figlio.

E la direttrice cosa fa? Invece di zittire la mamma che si facesse un pò di fatti suoi….In uno Stato in cui l’art. 18 blinda il lavoratore, che se non c’è una giusta causa col cavolo che tiposso licenziare, in uno stato liberale, in cui ognuno nella vita privata dovrebbe essere libero di fare ciò che vuole sopratutto con il proprio fidanzato/principe azzurro, in cui cosa faccio tra le mura delle mia casa non dovrebbe importare a nessun men che meno alla mamma di un mio alunno. Insomma la direttirce cosa fa ovviamente? Licenzia la povera maestrina. La povera maestrina, che stupida non è, non si suicida come le altre meno forti di lei hanno fatto, per fortuna, ma denuncia tutti direttrice compresa.

Eh sì perche per fortuna da luglio 2019, questa bieca condotta non è più un semplice segno di viltà, stupidità e meschinità ma ha anche assunto rilevanza penale. Il Codice Rosso del 2019 ha infatti introdotto all’art. 612 ter c.p. una nuova fattispecie di reato denominata “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” che punisce con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro chiunque dopo averli realizzati o sottratti, diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito e destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate; la stessa pena si applica anche a chi, dopo aver ricevuto o comunque acquisito i contenuti hard, li diffonde senza il consenso del soggetto rappresentato.

Questo significa che oggi, secondo l’art. 612 ter c.p., viene finalmente punito non solo chi diffonde video o immagini pornografiche dopo averle realizzate o sottratte ma anche chi diffonde questi contenuti dopo averli ricevuti magari dalla stessa vittima che, spontaneamente e forse un po’ inconsciamente li invia al proprio compagno, confidando nella buona fede di quest’ultimo. E proprio qualora ad inviare le immagini o i video sia il marito, il fidanzato ma anche l’ex marito o ex compagno, la pena sarà aumentata fino ad un terzo, così come qualora il reato sia commesso con l’utilizzo di mezzi informatici (whatsapp, facebook, instagram) – ipotesi in cui, oltre al reato di revenge porn, sarà ravvisabile anche la diffamazione online, punita con la reclusione da sei mesi a tre anni o con la multa non inferiore ad euro 516.

Ora, questa la storiella da bar, o da salone di bellezza che pure lì ormai tali storie annoiano. E non mi sconvolge neanche quella povera mamma che si è scandalizzata innanzi a cotanza sensualità, libera di farlo e di esserne, perchè no, moralmente contrariata.

Ciò che rimane assurdo è che ancora nel 2020 a nessuno di tutti quelli a cui per mano è passato quel video, è venuto in mente di dire tu caro principe azzurro fai proprio schifo e dovresti vergognarti per quello che hai fatto. Perchè non si fa.

panchina rossa

Perchè ancora nel 2020 nessuno ha detto la colpa è di te fidanzato/uomo che non hai rispetto per quella donna che avevi scelto e che avresti dovuto difendere e tutelare da tutto e da tutti prima e dopo. Perchè anche se una storia finisce il rispetto per l ‘altro deve rimanere sempre e comunque.

Perchè ancora nel 2020 il clamore che giustamente questa storia ha fatto è andato come sempre nella direzione sbagliata, non volta a condannare il carnefice ma a condannare la vittima. E …se va in giro alle tre di notte con la minigonna cosa pensava, e…. se rimane fino a tardi a lavoro con il capoufficio che credeva, e….. se ha mandato un video hard al suo uomo che pretendeva….

NO. In uno stato democratico e ed evoluto dovrei essere libera e sentirmi libera di camminare nuda per strada e nessuno dovrebbe toccarmi. E non sono parole mie che potrei essere considerata una eccessiva liberale, ma di un mio collega avvocato e consigliere dell’Ordine di Roma al convegno contro la violenza sulle donne tenutosi proprio oggi.

Si proprio oggi che è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Oggi che sono contenta che ci sia una tale sensibilizzazione a tale tema ma che sarei più contenta che una tale giornata non dovesse ricordarsi perchè vorrebbe dire che il mondo è cambiato. Perchè come raccontava un altro relatore al convegno alla richiesta polemica di un uomo che chiedeva quando si sarebbero fatti convegni contro violenza sull’uomo, il giudice della prima sez penale del Tribunale di Roma a cui era stata posta tale domanda avrebbe voluto rispondere: “quando ci saranno gli stessi numeri delle morti delle donne”.

Perchè sono i numeri a parlare purtroppo. Non delle effimere parole. Perchè mentre le relatrici al convegno parlavano il dato numerico è stato modificato, perche ieri notte sono state uccise due donne, di cui una incinta del quarto figlio, una a Catanzaro e una a Padova, pertanto il numero era salito da 91 a 93. 93 donne uccise da gennaio 2020. Muore una donna ogni tre giorni per femminidico. Perchè arrivano al telefono di assitenza per le donne 2000 telefonate al mese per aiuto o solo per chiedere informazioni, e che in questo periodo di pandemia le telefonte sono aumentate del 75%.

I numeri parlano e angosciano. E onestamente io dopo 5 ore di convegno ero angosciata e terrorizzata. Non che fosse il primo sull’argomento e non conoscessi i dati, ma tutte le volte che rifletti su questi dati non puoi che sconvolgerti.

Le istituizoni stanno facendo passi da giganti. Il codice rosso di quest’estate è stato un importante passo, anche se come sempre dalla teoria alla pratica ce ne vuole.

panchina rossa alla regione lazio

Oggi alla Regione Lazio è stata inaugurata una panchina rossa a “Donatella Colasanti e Rosaria Lopez e a tutte le donne vittime di violenza maschile”ed stato firmato un protocollo con l’Ordine degli avvocati di Roma per stanziare un fondo per aiutare le donne vittime di violenza. Perchè alla base dell’impotenza delle donne è sopratutto la condizione di impossibilità economica anche a potersi difedere legalmente dal proprio aguzzino.

Ma non solo gli interventi istituzionali e giuridici bastano. E’un cambiamento sociale che deve essere fatto su una una diversa concezione della donna e del l’uomo e del loro ruolo nella società. Che deve abbattere secoli di preconcetti e retaggi culturali. E quando proprio oggi la tv di stato in pieno pomeriggio costruice un siparietto dove una donna vestita succintamente spiega come fare la spesa al supermercato in maniera sexy (secondo loro), per me era solo abominevole, e ancor più abominevole sarebbe stato che mia figlia o peggio mio figlio potesse guardare una tale scempietà, e io da donna, con la signorina che faceva vedere tali mosse da conquistadores degli scaffali e la conduttrice, mi sono vergognata per loro. Tutto ciò ci ricorda ancora una volta che la strada da fare è ancora tanta.

violenza sulle donne scarpe rosse

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Giornata mondiale dei diritti dei bambini

google e giornata dei dirittti dei bambini

Oggi sulla home page di Google trovi questo coloratissimo doodle. Come spesso accade ormai da anni per eventi o giornate particolari. Oggi, infatti, 20 novembre, si celebra la Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, perché in questo giorno, nel 1989, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, per la tutela nel mondo, del diritto dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC: Convention of the right of the child).

L’importanza della Convenzione è stata riconosciuta fin dall’inizio, tanto da diventare il trattato sui diritti umani più rapidamente e ampiamente ratificato nella storia. Attualmente sono 196 i Paesi nel mondo che hanno ratificato la Convenzione. In Italia la ratifica è avvenuta con legge n°176 del 27 maggio 1991.

giornata internazionale dei diritti dell'infanzia

Prima del 1989, la Comunità internazionale si era preoccupata del problema in due documenti. Nel 1924 la Lega delle nazioni aveva approvato la Dichiarazione dei diritti del bambino, chiamata anche Dichiarazione di Ginevra, dove in cinque punti, si sottolineava che ogni bambino ha diritto a uno sviluppo fisico e morale, a essere accolto e aiutato se orfano, e, se aveva subìto traumi, aiutato a raggiungere una serenità personale e ambientale. Nel 1959 venne, invece, elaborata una nuova Dichiarazione sui diritti del bambino, dove si ribadiva che ogni fanciullo ha il diritto di non subire discriminazioni, ad avere un nome, una nazionalità, ad avere assistenza e protezione dallo Stato di appartenenza, e inoltre veniva riconosciuto e ribadito il diritto all’educazione e a cure particolari in caso di handicap fisico o mentale.

Ma è solo con la Convenzione di New York del 1989 che si chiede agli Stati contraenti un vero vincolo giuridico ad attuare normative e programmi per garantire tali diritti, facendo del minore il soggetto dell’intera gamma dei diritti umani, e soprattutto è solo adesso che si configura il minore non solo come oggetto di tutela ma sopratutto come soggetto portatore di diritti.

i diritti dei bambini

Composta da 54 articoli e 3 Protocolli opzionali (sui bambini in guerra; sullo sfruttamento sessuale; sulla procedura per i reclami), tale Convenzione è un documento importantissimo che, per la prima volta, enuncia, in forma coerente, i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti ai bimbi e alle bimbe di tutto il mondo.  

Esso si fonda su quattro princìpi fondamentali: la non discriminazione; il superiore interesse dei bambini; il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo; l’ascolto delle opinioni del minore. Ruolo centrale è dato anche all’educazione, considerato un diritto fondamentale che i singoli Stati si impegnano a garantire. In questi trent’anni i princìpi della Convenzione sono riusciti a influenzare in tutto il mondo Costituzioni e leggi nazionali, politiche sociali e pratiche. E’proprio grazie a queste misure sono stati registrati risultati significativi.

diritti dei bambini

Ciononostante purtroppo i minori ancora usati e abusati sono troppi. Nel mondo ogni anno 1 miliardo di minori tra i 2 e i 17 anni è vittima di violenza fisica, sessuale o psicologica. 12 milioni di ragazze si sposano prima dei 18 anni con uomini spesso molto più grandi di loro, 85 milioni di bambini e ragazzi sono coinvolti in pericolose forme di lavoro minorile.

586 milioni di bambini nel mondo sono poveri. Numero che potrebbe aumentare vertiginosamente. Si stima, infatti, che il numero totale di bambini che vive sotto la soglia di povertà potrebbe superare i 700 milioni entro la fine del 2020, effetto diretto della pandemia. Queste previsioni critiche non risparmiano nemmeno i Paesi più benestanti, come il nostro che entro il 2020 rischia di vedere un aumento di 1 milione di bambini in condizioni di povertà assoluta, che andrebbero ad aggiungersi agli oltre 1.100.000 dell’anno scorso. E’ l’allarme lanciato da Save the Children.

Se questa però è la situazione fotografata prima della pandemia, oggi il quadro è ancora più fosco, con i principali indicatori al rialzo, “I diritti, il futuro, la salute e la vita stessa dei bambini quest’anno sono stati travolti e messi fortemente a rischio. La pandemia, con i suoi effetti indiretti, si è abbattuta come un macigno sui minori di tutto il mondo, accelerando le disuguaglianze e rendendo sempre più vulnerabili i bambini e i ragazzi dei contesti più fragili in tutti i Paesi del pianeta” .

bambini abbandonati

L’accesso all’istruzione viene sempre più messo in secondo piano andando a negare uno dei diritti fondamentali dei bambini. La chiusura delle scuole in seguito al coronavirus, ad esempio, ha riguardato quasi il 90% di tutti gli studenti nel mondo, dove 1 giovane su 3 non ha accesso al digitale e alle nuove tecnologie, e circa 10 milioni di loro rischiano di non tornare più tra i banchi, con tutto quello che ciò comporta, in termini di maggiore esposizione a rischi di subire violenze e sfruttamento, di essere costretti ad andare a lavorare per aiutare le famiglie o di sposarsi prematuramente rinunciando così alla propria infanzia.

Anche nell’ambito medico la situazione si è fortemente aggravata, Già prima della pandemia in un solo anno morivano 5,3 milioni di bambini prima di aver compiuto i 5 anni di età, più di metà dei quali per cause facilmente curabili e prevenibili. Dati già altissimi ma che rischiano un incremento drammatico a seguito degli effetti della pandemia e del collasso dei sistemi sanitari. Molti, infatti, sono i paesi in cui i programmi di immunizzazione sono stati sospesi.

Come già da mesi stiamo vivendo sulla nostra pelle, il coronavirus sta inasprendo condizioni già esistenti di disuguaglianza, privazione e vulnerabilità.

Condizioni che non sarà facile recuperare e di cui porteremmo le gravi conseguenze per molto, molto tempo.

GLOBAL PANDEMIC

E’ ormai quasi un anno che il virus ha investito e infestato le nostre vite.

Ogni singolo momento della nostra vita ormai è scandito dal covid-19.

Più che far leggere qualche mia parola volevo fare vedere questa volta immagini, tante, molto più eloquenti di tanta parole. Sono immagini di National Geographic. Anche se avessi avuto le competenze tecniche, non avrei comunque potuto scattarle io, anche in questo caso il virus ha imposto i suoi limiti.

Riyadh Arabia Saudita
Kenya
Los Angels
Brooklyn New york
Xiongba Tibet
Tieraa del fuego Argentina
Washigton
New York

Sono bellissime. Magnetiche.

Sono immagini di tutto il mondo, in tutto il mondo. E una cosa le accomuna: il Covid-19. Quando guardi un immagine, spesso istintivamente cerchi qualche elemento che ti faccia riconoscere il luogo, la citta, il continente dove sia stata scattata. Ho visto queste foto quasi un pò in successione e man man che le vedevo e le guardavo la mia mente faceva questo giochetto: dove è stata scattata? In quale paese siamo? Tutti i paesi, tutti i continenti. Nessuno escluso.

La globalizzazione tanto auspicata mai come oggi si è realizzata in tutta la sua maestosità. Non un singolo paese della terra è rimasto immune da questa pandemia. A differenza di altri periodi storici dove le pandemie, rimanenvano circostritte in alcuni paesi, in alcuni continenti. Oggi tutti siamo stati coinvolti. Nessuno escluso. Vantaggi e svantaggi della globalizzazione.

Quando guardi un immagine, spesso istintivamente cerchi qualche elemento che ti faccia riconoscere il periodo storico. Se ci sono i pantaloni a zampa di elefante non c’è dubbio sono gli anni ’70 del XX secolo. Se hai le spalline sotto le giacche e i capelli cotonati….sono gli ’80! Se gli uomini hanno le parrucche era il ‘700, se hanno la toga siamo in pieno impero romano.

Tra anni, forse i nostri nipoti guarderanno delle foto, vedranno delle immagini, in cui tutti, politici, artisti, cittadini comuni, tutti avevano la mascherina in faccia. E non sarà difficile riconocere il periodo storico….era il 2020.

Magari mio nipote di 4 anni mi chiederà: ” nonna ma che super eroi erano questi?” e io risponderò: “Erano dei grandi super eroi, tutti insieme uniti per sconfiggere un nemico comune. Un virus cattivo che stava rovinando le nostre vite.” ” Nonna ma chi ha vinto poi?……”

Sono una femminista

Mi hanno accusata di essere femminista. Così dopo mesi di silenzio, purtroppo, riparto proprio da lì. Cose’è il femminismo? Ed io cosa esprimo e rappresento? Vado allora a documentarmi:”femminismo” e la prima frase che mi colpisce è “Per alcuni è – erroneamente – il contrario di maschilismo “. Allora vado alle origini. Prendo proprio il vocabolario e cerco la definizione, nè più nè meno. Dell’uno e dell’altra.

maschilismo: [ma-schi-lì-smo] s.m. Atteggiamento per cui l’uomo si reputa superiore alla donna in contesti sociali e privati.

femminismo s. m. [der. di femmina]. Movimento di rivendicazione dei diritti delle donne, le cui prime manifestazioni sono da ricercare nel tardo illuminismo e nella rivoluzione francese; nato per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico (ammissione a tutte le occupazioni), giuridico (piena uguaglianza di diritti civili) e politico (ammissione all’elettorato e all’eleggibilità), auspica un mutamento radicale della società e del rapporto uomo-donna attraverso la liberazione sessuale e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne.

Solo leggendo e guardando il dizionario, mi sono messa subito a ridere: Tre parole VS cento. La storia infinita di una discussione tra uomo e donna!!!!!!!!(Sembra che la la prima sia stata scritta da un uomo, la seconda da una donna). Battuttaccia da femminista???noooo….ma ci stava dai…perdonatemela!!!!!

Tornando alle cose serie, senza addentrarci nei concetti filosofici, storici e sociali del femminismo e di quello che esso comportò, da quelle semplici definizioni si individua l’essenza stessa del femminismo. Innanzi tutto il femminismo non è il contrario di maschilismo. Che può sembrare banale, ma tutte le cose banali spesso nascondono una grande verità. Il maschilismo, infatti, è un atteggiamento di superiorità e disparità. Il femminismo (se non in alcune secondarie correnti) è un movimento, molto complesso, per raggiungere la piena emancipazione ed uguaglianza delle donne e non la superiorità delle stesse. Dal primo movimento delle Suffragette, della prima metà del XIX secolo al movimento di libertà degli anni 60′ del XX secolo, che investì tutta la società, su temi come la sessualità, la famiglia e il lavoro

anni di lotte per conquistare diritti fondamentali

femministe

Sono felice allora di essere femminista. Non che non avessi la consapevolezza di esserlo e soprattutto di dimostrarlo, ma ufficialmente lo dichiaro.

Quello che, però, non mi piace è la strumentalizzazione e la manipolazione che spesso del femminismo si fa. Che si utilizzi questo termine, e quello che rappresenta, spesso, in accezione negativa, come se dicendoti sei una femminista ti volessero insultare, togliendo forza e potere al movimento stesso.

Qualunque movimento che tenda alla parità, che cerchi di abbattere le disuguaglianze di genere, di razza, di religione o di ideologia è degno di rispetto in una società che si vanti di essere democratica

Come se essere femminista fosse una brutta cosa. Una donna non può non essere femminista. Un uomo degno di tale nome non può non essere femminista. Non siamo uguali uomini e donne. Siamo diversi. Molto. Come è giusto che sia. Con le nostre peculiarità e caratteristiche diverse. Ma abbiamo uguali diritti e dobbiamo rivendicarli sempre. Ma non è tutto così scontato, e nonostante tanta strada fatta, molto ancora deve essere raggiunto.

E’ grazie alle prime femministe che siamo riuscite ad avere, solo all’inizio del secolo scorso, per la prima volta, il diritto di voto, raggiunto poi in Italia cinquanta’ anni dopo. Diversi anni fa ho avuto il privilegio e l’onore di andare a parlare in classe di mio figlio (faceva la quarta elementare) della Costituzione e dei diritti da essa riconosciuti. Mi sono commossa nel pensare e nel ricordare che solo da 70 anni noi donne avevamo il diritto di voto. Che mia nonna aveva votato per la prima volta che aveva quasi la mia età. Che spiegavo ai bambini e alle bambine che tante persone e tante donne erano morti per un diritto così importante che noi oggi diamo per scontato, dovuto, e che trattiamo con sufficienza e superficilità.

Ma tanta strada deve ancora essere fatta. Perchè se fa ancora notizia, se pur meravigliosa, che il premio Nobel per la fisica e per la chimica quest’anno siano stati assegnati a tre donne. Perchè se ancora i ruoli cardine, della politica, dell’editoria, della finanza, dati alle donne, sono una minoranza. Perchè se quando una donna c’è arrivata a una posizione importante, di prestigio e di potere, è perchè ha il doppio delle competenze di un uomo e ha faticato il triplo. (e questo non è “femminismo” …nell’accezione negativa che si vuole dare…..è realtà) vuol dire che di strada da fare ce ne ancora tanta perchè questa non è uguaglianza di diritti. Non è proprio uguaglianza.

E se in tanti articoli del blog, ho sottolineato la fatica che le donne affrontano quotidianamente nel conciliare lavoro e famiglia, è perchè è una realta, oggi più che mai, messo ancora di più in rilievo dalla pandemia in atto. Che se ancora dobbiamo parlare della violenza sulle donne, non è per femminismo, quindi, che non centra nulla, ma perchè ci sono dei dati allarmanti a parlare per noi. Ed è proprio perchè parlo di diritti e uguaglianze che in altrettanti articoli ho difeso, come faccio nella vita reale, tanti papà innanzi ai privilegi che le mamme, in quanto tali, spesso hanno innanzi i Tribunali italiani.

“C’è una parola in particolare che ci ha fatto paura per molto tempo: femminismo. A lungo l’abbiamo snobbata, evitata, sussurrata per il timore di sembrare troppo radicali o estreme, ma col tempo ci siamo rese conto che il femminismo è ciò di cui abbiamo bisogno per vincere le sfide che dobbiamo ancora combattere”

Giulia Cuter e Giulia Perona “Le ragazze stanno bene

La parola femminismo è nata in mezzo alla rivoluzione, come una rivoluzione. E ancora oggi lo è. Perche il ribellarsi ai luoghi comuni, ribellarsi al “è sempre stato così”, il solo semplice ma potente No è e sarà sempre una RIVOLUZIONE.

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La forza dell’ abbraccio

Sono diversi mesi che mi ritorna in un modo o in un altro quest’immagine dell’abbraccio, per cui stasera decisa a voler scrivere qualcosa dopo tanto tempo, con tutt’altra idea in testa, apro il mio quaderno degli appunti e leggo, in fondo alla pagina, una parola: “Abbraccio” . Lo avevo scritto così, virgolettato, buttato lì. E mi illumino.

abbraccio

Ripenso che forse è il modo giusto, per chiudere ormai questo strano periodo che sembra volgere al termine, in cui gli abbracci erano impossibili. Che scenderemo in strada come per la vittoria dei mondiali e ci abbracceremo tutti……scrivevo in piena fase 1…..

che ci ricorderemo che è facile mandare un cuoricino via whatsapp ma che può essere più impegnativo ma mille volte più bello uscire di casa, andare dalla persona che vuoi bene e anche senza una parola, ABBRACCIARLA. E quell’abbraccio varrà più di mille parole. Per adesso #iorestoacasa.

17 marzo 2020 andrà tutto bene

E in piena fase 2 di abbracci ce ne sono stati, furtivi, nascosti, ma ci sono stati. Durante il lockdown però io ho avuto la fortuna di avere tanti abbracci dai miei figli ma non tutti hanno avuto questa fortuna. E nonostante questo, ci sono stati giorni in cui quello che più mi mancava erano proprio gli abbracci. Quelli che magari non dai mai, ma che, quando non puoi,vuoi dare. Quelli che in quei momenti di profonda solitudine vorresti dare e soprattutto ricevere da qualcuno, ma che però non è li con te.

Perchè in fondo quando ci sentiamo tristi e sopratutto soli, quello che vorremmo più di ogni altra cosa è un abbraccio, perchè niente di più avvolgente e protettivo c’è nell’abbraccio.

abbraccio

Fin da piccoli l’abbraccio della nostra mamma è il rifugio perfetto e consolatorio per qualunque problema. E anche da genitore la prima cosa che facciamo quando i nostri figli cadono o piangono, è quella, istintivamente, di abbracciarli. L’abbraccio, come per dire: ci sono io adesso, non ti preoccupare, passerà presto. E anche da più grandi, quante volte nascosti nell’ abbraccio di un amico, ci siamo concessi il lusso di buttare la corazza e abbandonarci ad un pianto liberatorio, per troppo tempo soppresso, come se nascoste tra quelle braccia, nessuno potesse vedere le nostre fragilità.

abbraccio

La durata media di un abbraccio è di 3 secondi, ma alcuni ricercatori hanno scoperto che quando l’abbraccio dura più di 20 secondi si produce un effetto terapeutico sul corpo e sulla mente. La cosa sorprendente è la quantità di ossitocina, che funziona da antistress naturale, che viene rilasciata durante l’abbraccio, superiore persino a quella prodotta da baci e carezze. Produrre ossitocina attraverso gli abbracci, come mostrano diversi studi, rafforza i legami tra le persone, rende più fedeli, sinceri ed empatici. Aiuta a ridurre ansia, stress e depressione, migliora l’autostima e la fiducia, allevia i dolori, e protegge il cuore. Ce ne vorrebbero almeno 4 al giorno per sentirsi tranquilli, mentre una dose massima di 12 abbracci al giorno contribuisce a ridurre l’ansia. Ricevere abbracci e carezze frequenti, diminuirebbe anche il rischio di depressione e di disturbi mentali

Insomma secondo la scienza dovremmo abbracciarci più spesso e per più tempo. Bisognerebbe abbracciarsi tutti i giorni e più volte al giorno. Al di là della chimica però l’abbraccio è il gesto di amore e di affetto che più di ogni altro ti fa fermare, ti blocca, ti aggancia, non ti fa scappare. Ti tiene e ti trattiene. E come se quell’unione sprigionasse una magia, una polvere di fata che ti trasporta ovunque tu voglia o sicuramente lontano dai brutti pensieri. Allora meglio farlo durare il più possibile quest’abbraccio… Poi finisce prima o poi e ti ritrovi nella realtà bella o brutta che sia ma vuoi mettere con quanta più forza ed energia sei pronto per affrontare la vita?

abbracci gratis

Allora andate nel mondo anzi correte nel mondo e abbracciatevi, ma mi raccomando almeno per più di 20 secondi!!!

P.S. : ma veramente post. Perchè quando tutto torna….dopo qualche ora che ho pubblicato questo articolo, mi imbatto in questa foto, di un amico di infanzia, che ha un rapporto straordinario con questi amici a quattro zampe…o forse sono loro che sono straordinari…che non posso non condividere, e sottolineare come anche un loro abbraccio può essere fonte di amore, anzi sicuramente lo è, incondizionato. Forse richiederebbe un articolo a parte ( e chissà…) dedicato ai nostri amici a quattro zampe, sempre lì fedeli a soccorrere in nostro aiuto.

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Kintsugi: l’arte dell’imperfezione

“L’imperfezione ha da sempre consentito continue mutazioni di quel meraviglioso e quanto mai imperfetto meccanismo che è il cervello dell’uomo. Ritengo che l’imperfezione sia più consona alla natura umana che non la perfezione.”

Rita Levi Montalcini

Kintsugi. La leggenda narra che l’ottavo shogun del Giappone, Ashikaga Yoshimasa, intorno al XV sec., disperato per la rottura in mille pezzi della sua tazza preferita, la inviò in Cina per farla riparare. L’oggetto tornò a casa rattoppato in maniera orribile, cucito con filo di ferro. I ceramisti giapponesi, vista la delusione e lo sconforto del loro shogun, decisero allora di provare a ripararla, utilizzando la lacca urushi (derivata dalla pianta autoctona Rhus verniciflua) che ha forte potere adesivo, unendola con farina di riso per incollare i cocci della tazza, e di decorare con polvere d’oro, riempiendo così le crepe: il risultato fu bellissimo.

kintsugi. l'arte del riparare e impreziosire

Una tazza nuova, un’opera d’arte, bellissima nella sua imperfezione, arricchita, oltre che dall’oro, dalla sua storia. Nacque così l’arte del Kintsugi letteralmente kin, oro e tsugi, riunire, riparare, ricongiunzione. L’arte del kintsugi non è solo una tecnica ma una filosofia: anche da una crepa può nascere bellezza.

kintsugi, riempire le crepe con oro
Dall’imperfezione e dalle ferite può nascere in realtà la vera perfezione, sia estetica che interiore.

Alcuni studiosi l’ hanno chiamata “l’arte di abbracciare il danno”, nella quale non bisogna vergognarsi o nascondere le ferite, piuttosto valorizzarle. Un oggetto restaurato con l’arte kintsugi racchiude in sé la bellezza della rottura che lo rende unico e irripetibile: una volta riparato ha una storia nuova da raccontare, ne serba il ricordo ed è di quelle ferite che parla. Le sue fratture diventano preziose, arricchite e riempite dal metallo prezioso per eccellenza, l’oro, ovvero l’esperienza. La rottura non rappresenta quindi la fine dell’oggetto, ma un nuovo inizio.

kintsugi
Opera di Chiara Lorenzetti https://kintsugi.chiaraarte.it/

Così anche per noi. Le ferite che ci portiamo inevitabilmente dietro possono essere fonte di rinnovamento e di esperienza. Il nostro vissuto che per quanto doloroso, a volte, è sempre fonte di arricchimento. Quell’esperienza che ci rende più forti e combattivi, più di prima. Migliori, più belli e quindi preziosi, proprio come i vasi. La resilienza, che ci dà la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di ricostruirci rimanendo positivi e cogliendo le opportunità che la vita offre, nonostante tutto.

In un epoca in cui la bellezza e la perfezione sono il motore della società. In cui le fragilità devono essere nascoste innanzi la perfezione e la imbattibilità. In un epoca in cui le sofferenze e le cicatrici non piacciono a nessuno, essere consapevoli del proprio IO più profondo con le sue imperfezioni e fragilità, diventa fondamentale e liberatorio. Non nascondiamoci più dietro inesistenti perfezioni e bellezze, forse perfette, ma artefatte.

imperfezione bellezza

Arricchiamoci del nostro vissuto, anche se doloroso

Non c’è niente di più bello di una persona che rinasce. Quando si rialza dopo una caduta, dopo una tempesta e ritorna più forte e bella di prima. Con qualche cicatrice nel cuore sotto la pelle, ma con la voglia di stravolgere il mondo anche solo con un sorriso.” 

Anna Magnani

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La terrà tremò e la Sicilia si destò

Oggi ho tolto la bandiera dell’ Italia ed ho appeso un lenzuolo bianco. Simboli diversi ma con lo stesso significato: ci siamo, non ci arrendiamo, non dimentichiamo.

lenzuola bianche per cortei
Lenzuola bianche al posto di cortei

Era il 23 maggio 1992 ore 17.57, nei pressi di Capaci, 1000 kg di tritolo fecero esplodere un tratto dell’autostrada A29. Non mi ricordo dov’ero. Era un sabato pomeriggio, di un giorno di primavera inoltrato, in Sicilia, forse giocavo in giardino. Ma mi ricordo il 19 luglio di quello stesso anno. Era domenica. (“La mafia uccide solo d’estate” e ….nei week end… evidentemente!!!) e questa volta era estate…il caldo torrido del luglio siciliano. Mi stavo preparando per andare a trovare i nonni e la TV stranamente era accesa e subito la notizia arrivo su tutte le reti nazionali…

È da quel giorno che i loro nomi sono una cosa sola. Insieme come nella vita, uniti, a lottare contro un nemico comune. FALCONE e BORSELLINO. Se nomini uno viene fuori inevitabilmente l’ altro.

Falcone e Borsellino

Da quel giorno tutto cambiò. Se il 23 maggio ci aveva sconvolti il 19 luglio ci rendemmo conto che eravamo in guerra. E dovevamo difenderci stavolta. Non potevamo più subire silenti. Capimmo che non si poteva morire per difendere la libertà e la propria terra. Io ero piccola, diciamo, stavo finendo la terza media, gli eventi sociali e politici a quell’età ti sfiorano ma non ti toccano, ma da quel giorno anche la mia percezione cambiò. Invece di sentire solo ed esclusivamente bollettini di guerra ai telegiornali locali, con continue stragi e uccisioni, con quei nomi che ormai erano familiari, a furia di sentirli, tutti nomi di boss mafiosi, uccisi, latitanti, arrestati si iniziò a sentire il popolo, il cittadino qualunque, che finalmente diceva BASTA. Quel fenomeno che fino a un momento fa infondo ti sembrava non ti toccasse, a te che venivi da una famiglia normale e perbene, adesso doveva interessarti.

Il miracolo che questi eroi nel nostro secolo hanno fatto non è stato quello di sconfiggere la mafia. Quella probabilmente non si sconfiggerà mai del tutto, come tutte le criminalità. Ma è stato quello di destare un popolo. Un popolo che in silenzio conniveva suo malgrado da sempre. Ne “La mafia uccide solo d’estate“film di esordio di PIF (Piefrancesco Diliberto) si respira questo cambiamento, che un non siciliano forse non riesce ad afferrare. L ‘esistenza di una cosa, che non aveva neanche un nome, (perchè la mafia non esiste, molti dicevano e se non gli dai un nome alle cose e come se non esistessero), era presente in tutto il tessuto sociale, in maniera diversa e differenziata. Perché mafia è anche girarti dall’altro lato e fare finta di nulla. Mafia è non ribellarsi e sopportare perché tanto loro sono più forti di te e devi soccombere.

Il miracolo di questi eroi non è stato quello di sconfiggere la mafia ma la mentalità mafiosa. E come la storia insegna:

Le più grandi rivoluzioni sono quelle di pensiero.

La mentalità mafiosa che ci pervadeva tutti indistintamente, come una consuetudine atavica e radicata per cui si era sempre fatto così. Che non era solo chiedere la raccomandazione, in cambio di voti, ma era andare in un ufficio pubblico ed avere quanto ti spettava, e prima degli altri, se conoscevi qualcuno o pagavi in qualche modo. Che se eri ricoverato in ospedale pagavi gli infermieri per farti trattare meglio, e al dottore oltre la visita, che già pagavi, gli facevi pure un regalo, così per gentilezza. Insomma noi siciliani non sapevamo di avere dei diritti. Abituati ad essere sempre sopraffatti storicamente da tutti non sapevamo di avere dei diritti da vantare e che gli altri erano obbligati a farlo, perché stavano facendo solo il loro dovere e il loro lavoro.

Si iniziaro a scardinare tutti i tasselli di un castello, costruiti in decenni di storia mafiosa. Era possibile, o comunque doveroso e giusto dire no a tutte le prepotenze e le sopraffazioni della mafia. Era possibile dire basta, iniziando dalla coraggiosa moglie, affranta dal dolore, di Vito Schifani, Rosaria, che in una cattedrale gremita “osò” dire: “Io vi perdono, ma vi dovete inginocchiare” all’impetuoso rimprovero che, a distanza di un anno, echeggiò nella Valle dei Templi, di un Giovanni Paolo II arrabbiato come non mai: “Convertitevi. Un giorno verrà il giudizio universale“. La Chiesa che per la prima volta prendeva una posizione e si esponeva.

La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Paolo Borsellino

Ed è quello che accadde.

I mafiosi, infatti, nel progettare l’assassinio dei due magistrati, non avevano messo in conto un elemento: quel che ciò avrebbe provocato nella società. L’insegnamento di Falcone e di Borsellino, il loro esempio, i valori da loro manifestati, è come se con la loro morte tutti noi, soprattutto giovani, ci siamo sentiti in obbligo nei loro confronti di esserne eredi.

Si iniziò così a parlare di mafia e di tutti quegli eroi rimasti nell’ombra per troppo tempo che avevano combattuto, inascoltati (Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano, Rocco Chinnici, Peppino Impastato, Don Pino Puglisi…) Ed è solo grazie a tutti loro che oggi nelle scuole si parla di legalità e si sensibilizza a dire NO.

giornata della legalità

Ed per questo che oggi come tutti gli anni si ricorda, per non dimenticare e per trasmettere alle generazioni future, perchè il sacrificio di questi eroi non sia stato vano. Oggi, ai tempi del coronavirus, in un modo diverso e più speciale non potendo fare cortei e appendendo lenzuola bianche al balcone!

Le rinunce delle donne

Dicembre. Tribunale di Roma. Convegno avvocati.

Il convegno è finito, stranamente sono una delle prime a firmare l’uscita. Serena e soddisfatta mi accingo fuori. Un attimo prima di varcare la soglia del cancello, incrocio una donna, una mamma, trafelata, che corre con il suo bambino a seguito, che tiene per mano. Il bambino le dice:” E’ finito?!!” e lei: “Si, si è finito, corri, corri.”

Immagino che si stia preoccupando di dover mettere la firma per l’uscita. Io la vorrei tranquillizzare, dicendole di non preoccuparsi, che ci sono ancora tanti colleghi, che avrebbe avuto tutto il tempo. Ma lei un fulmine…non ne ho il tempo.

Dapprima sorrido. Poi mi rattristo. Immagino che durante il convegno, la mamma/avvocato abbia guardato freneticamente l’ora. Poi ad un certo punto si sia allontana, per andare a prendere il figlio a scuola. E’ anche fortunata, probabilmente, non è neanche troppo distante, la scuola. Quindi facendo due conti, riuscirà ad arrivare in tempo a scuola, prendere il pupo, per poi ritornare per la fine del convegno e mettere la firma della presenza. Vita di noi mamme. Routine. Salti mortali per riuscire a incastrare tutto. Cercando poi di non sfigurare e non perdere mai la professionalità, dietro a quei capelli spettinati. Risultato: fatichiamo il doppio per ottenere spesso la metà.

Il mio primo giorno di consulenza a Roma, ero appena scesa dal treno, quando mi chiama l’asilo, per dirmi che mio figlio, lasciato da neanche un ora, aveva vomitato. Volevo morire. Non mi ricordo neanche a quale santa (di amica) mi rivolsi quella volta. Non mi ero, quindi, stupita che fosse una donna e che non un solo collega maschio aveva probabilmente dovuto affrontare la medesima acrobazia.

Mi accingo quindi a tornare a casa, rincuorata del fatto che ho superato ormai la fase critica, e ricordandomi tutta la stanchezza che avevo addosso come fosse ieri ma iniziando a correre anche io, perchè avevo ancora un treno da prendere per iniziare le mie di acrobazie, pomeridiane.

In treno ripenso al convegno: simulazione di negoziazione assistita. Molto interessante rispetto ai soliti seminari teorici, per una volta un pò di pratica, stessa questione analizzata con due approcci di negoziazione differenti e con evidenti conclusioni differenti.

Anche lì, coppia in crisi, oggetto del contendere, tra le altre cose, il mantenimento di lei. La donna infatti, laureata, aveva rinunciato alla sua carriera, per dedicarsi alla famiglia e poter dare al marito la possibilità di affermarsi nella sua di carriera. Adesso che lui è un uomo affermato e benestante la vuole lasciare per un altra. Pertanto il legale della signora chiede un mantenimento, e un equa ricompensa, per le opportunità perse e per non avere potuto crearsi una carriera lavorativa per i motivi detti.

Ripensavo però all’approccio, sbagliato e al punto di partenza, sbagliato: la monetizzazione delle proprie rinunce. Una donna che ha una sua preparazione e una sua competenza, ma per motivi di famiglia ha rinunciato alla propria carriera, non vuole un mantenimento vuole delle opportunità.

E allora perchè in questa fase di separazione non riequilibrare i rapporti e non parlare solo di soldi, come se le rinunce fin lì fatte non fossero state abbastanza ma parlare di opportunità, di possibilità, di rinunce fatte e “l‘ormai non esiste” e ricominciare?

Sul treno sto leggendo Ho una gran voglia di vivere

Il libro che tutti gli uomini dovrebbero leggere, per capire ciò che non capiscono mai e che tutte le donne dovrebbero leggere per capire di non essere sole.

La storia di una coppia in crisi, in cui si ripercorrono tutte le loro fasi, dalla conoscenza, all’innamoramento alla stabilità. Poi arriva lui: il pupo e tutto cambia. O meglio tutto cambia per LEI. Il copione è sempre lo stesso. Entrambi architetti affermati, lui ritorna a lavoro, lei rimane a casa ad accudire il figlio.

E qui si innescano tutte le dinamiche esplosive che la maternità crea dentro di noi donne. Da un parte siamo estasiate da quel piccolo essere che prima era dentro di noi e adesso e tra le nostre braccia ed è tutto nostro. Dall’altro devi confrontarti con il tuo corpo che già nei nove mesi precedenti è cambiato e che non riconosci più, e non lo riconoscerai per molto tempo ancora. La stanchezza poi che ti sovrasta, il tuo essere ma non essere. Vivi in funzione di lui, mangi, dormi, ti lavi e vai in bagno, quando lui te ne da la possibilità . E ti guardi allo specchio……. e quella donna figa tacco 12, che vagamente ti ricordi, non credi sia mai esistita!

In questo momento la differenza la fanno gli aiuti e la sensibilità attorno a te. Da quante più persone ti sosterranno e quanto più il tuo uomo avrà la capacità nel giusto modo di starti accanto. Più sarai sola, o ti sentirai sola, e più difficile sarà. E utilizzo il termine sentirti, perchè è probabile che avrai uno stuolo di suocere e mamme e amiche che si avvicenderanno a casa, ma non vuol dire che sapranno aiutarti e ti sentirai ugualmente sola.

Poi inizia la fase in cui vuoi ricominciare a vivere. E pensi che il lavoro, sia il modo giusto. Ma non sai che i sensi di colpa ti affliggeranno, che forse diminuiranno, in maniera proporzionale a l’ aumentare dell’età del pupo….non pensando che quando lui sarà all’università, tu forse sarai in età da pensione… (va beh troppo ottimista….?????in Italia…!!!!! l’ho buttata lì così !!!! ). Perchè quando sei a casa ti sentirai una fallita, tu con la tua laurea e il tuo master, a dover parlare con un essere che ti fa solo sogghigni e le tue relazioni sociali sono pari a zero e vorresti essere chissà dove, e quando sarai a lavoro, ti sentirai in colpa e vorresti catapultarti da quell’esserino che sa di borotalco.

E così…è il mondo di noi mamme, spesso costrette a fare rinunce o scelte, ostinandoci, a volte, a voler conciliare tutto, nonostante le difficoltà, e riuscendo a dimostrare di saperlo anche fare dopotutto, a stare in riunione in tailleur tacco 12 e poco dopo, magari con un travestimento furtivo in macchina, in tuta sugli spalti a tifare per tuo figlio. Multitasking non è un termine informatico è un termine “mammescho” esistente già ai tempi delle caverne…..l’uomo doveva fare una cosa:cacciare; la donna tutto il resto!!!!!

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Fase 2: il contagio della fiducia

CONTAGIO E FIDUCIA. Parto da qui: un mio caro amico, qualche giorno fa, avendo visto per la prima volta il mio blog e avendo letto la mia homepage, mi ha scritto ” non è vero che il nome del sito poco c’entra, anzi trasmette fiducia, energia e speranza che nella tua professione sono doti fondamentali più che mai in un periodo complicato come questo dove tutto trasmette incertezza…quindi niente di meglio che …una gran voglia di vivere. Spero riuscirai ad essere contagiosissima“.

contagio

FIDUCIA E CONTAGIO. In un momento in cui la parola contagio fa paura anzi terrore possiamo immaginare di farci contagiare da tanto altro che non sia un virus. E allora tutto torna. Se quattro mesi fa, prima che tutto questo ci travolgesse, che una pandemia mondiale ci relegasse in casa, parlavo di ricominciamento…riutilizzando le parole del mio amico provo a essere contagiosissima perché mai più di adesso ho una gran voglia di vivere e ricominciamento possano avere più che mai senso.

Ricominciamo allora a rimboccarci le maniche. A confluire e concentrare tutte le energie e le forze che in queste settimane abbiamo tenuto in stand by per mettere ancora di più forza e vigore in tutto quello che facciamo, qualunque sia la nostra professione o il nostro lavoro. Perché mai più di adesso dobbiamo avere fiducia in noi stessi e negli altri. Così come abbiamo riscoperto in queste settimane di essere un popolo unito e forte contro un nemico comune, ancora più importante lo deve essere in questa seconda fase dove uscirne vittoriosi dipende solo ed esclusivamente da NOI.

Ricominciamo allora a rivedere la nostra scala delle priorità. Perchè non doveva essere un virus a farci capire quanto può essere bello e piacevole preparare il pane con i nostri figli. Che si può sopravvivere anche senza aperitivi e cene al ristorante, o shopping sfrenato per l’acquisto del paio di scarpe a l’ultimo grido. Che ci siamo resi conto quanto possa mancarci l’abbraccio di un amico. E che può essere estremamente importante fermaci e rallentare e dare al nostro corpo e alla nostra anima un po’ di tregua, un po’ di silenzio. Perché per ascoltarti devi sentire. E per sentire c’è bisogno di silenzio.

Perché mai più di adesso dovremmo avere la consapevolezza di quello che siamo, di quello che vogliamo e di dove vogliamo andare. Perché se una cosa buona questo virus l’ha fatto è stato quello di averci obbligato a fermarci. dandoci la possibilità di guardarci attorno ma soprattutto di guardarci dentro.

E allora mai più di adesso abbiamo o dovremmo avere consapevolezza che la vita è un soffio. Che tutti i nostri progetti, sogni, possono essere spazzati via in un lampo. Che possiamo avere solo l’illusione di avere tutto sotto controllo, ma in fondo non controlliamo proprio nulla.

E allora uscendo dalle nostre case, ancora non per riabbracciarci come speravamo ma per ricominciare piano piano la nostra vita, per riprenderci la nostra quotidianeità, facciamo tesoro di quello che in queste settimane abbiamo imparato. Perché dalle battaglie si esce più forti per affrontare la prossima.

E allora buona fase 2 a tutti. Il ricominciamento inizia da qui.

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L’affidamento dei figli al tempo del coronavirus

Sono separato/divorziato, posso andare a trovare i miei figli minorenni? Questa una delle tante Faq (Frequently Asked Questions) sulla pagina del Governo Italiano al link spostamenti.

Sono trenta giorni che non vedo mio figlio, perchè quella s…… della mia ex ha deciso di farsi la quarantena dal suo compagno a 50 km di distanza. Posso andare a prenderlo, se mi multano? Questa la domanda un pò meno formale fattami da un mio cliente.

Palazzo Chigi ha risposto: Sì. Gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti anche da un Comune all’altro. Tali spostamenti dovranno in ogni caso avvenire scegliendo il tragitto più breve e nel rispetto di tutte le prescrizioni di tipo sanitario (persone in quarantena, positive, immunodepresse etc.), nonché secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio o, in assenza di tali provvedimenti, secondo quanto concordato tra i genitori.

Si è posto fin da subito, quindi il problema dell’affidamento dei figli in piena emergenza, ma si è altrettanto posto il problema dell’incidenza della normativa emergenziale rispetto alla disciplina relativa ai rapporti fra figli e genitori separati, contenuta in provvedimenti provvisori o definitivi, emessi in giudizi di separazione divorzio, affidamento o modifiche degli stessi.

Il Tribunale di Milano si è pronunciato con ordinanza resa in via d’urgenza in data 11.3.2020 statuendo che le previsioni di cui all’articolo 1, comma 1 lettera a del DPCM 8.3.2020 n. 11 non sono preclusive dell’attuazione delle disposizioni di affido e collocamento dei minori, laddove consentono gli spostamenti finalizzati a rientri “presso la propria abitazione o domicilio”, sicché alcuna chiusura in ambiti regionali può giustificare violazioni in questo senso di provvedimenti di separazione e divorzio vigenti.

Reputando giustamente che il rispetto degli accordi presi sul tempo da passare con i figli è più vincolante delle direttive sull’isolamento.

decisioni tribunali

Poi arriva lui, un Consigliere della Corte d’Appello di Bari che con ordinanza depositata il 26 marzo 2020 ritiene di segno opposto, (perchè ognuno che si alza la pensa a modo proprio, arroccandosi il privilegio, nella convinzione che aver vinto un concorso ti dia il diritto di fare e sfare della vita delle persone) che il diritto – dovere dei genitori e dei figli minori di incontrarsi, nell’attuale momento emergenziale, è recessivo rispetto alle limitazioni alla circolazione delle persone, legalmente stabilite per ragioni sanitarie, a mente dell’art. 16 della Costituzione, ed al diritto alla salute, sancito dall’art. 32 Cost. e quindi ritenuto, fino al termine del 3 aprile 2020, indicato nei predetti DD.PP.CC.MM., appare necessario interrompere le visite paterne, e che è necessario disporre che, fino a tale data, il diritto di visita paterno sia esercitato attraverso lo strumento della videochiamata, o Skype, per periodi di tempo uguali a quelli fissati, e secondo il medesimo calendario.

Risultato?

A parte il fatto che restare in videochiamata per periodi di tempo uguali a quelli fissati mi sembra alquanto ridicolo, se non paradossale. Se pensiamo a bambini di tre anni inchiodati per il week-end alternati sul divano in perenne videochiamata o adolescenti che rinunciano a vedere i loro video o a giocare alla play per stare davanti a uno schermo a parlare con il proprio genitore! Mi sembra già questa una violazione della propria libertà, costituzionalmente garantita!

Ma mi sembra sopratutto che si sia stato violato un diritto fondamentale e altrettanto più importante e tutelato, anche dalle Convenzioni Internazionali, che è il diritto del minore alla bigenitorialità e al rapporto con la propria famiglia. Che è altrettanto importante al pari del diritto alla salute fisica, il diritto alla salute mentale e al benessere in generale del minore.

I figli di genitori separati diventano figli di serie B così come i genitori.

Che nella fase emergenziale unica che stiamo attraversando la mera applicazione doviziosa delle leggi non aiuta nessuno e non risolve nulla. Che un Giudice è tale perchè sa applicare le leggi e adattarle alle circostanze. Per cui laddove scrive che gli incontri dei minori con genitori dimoranti in comune diverso da quello di residenza dei minori stessi, non realizzano affatto le condizioni di sicurezza e prudenza de DPCM, non sta certo pensando a tutti gli operatori coinvolti in prima linea che tutte le sere ritornano a casa dalle proprie famiglie.

Non sta certo pensando a un padre, una madre, carabiniere, infermiere, dottore, che tutto il giorno sono esposti al contagio e che tutte le sere tornando a casa non è che, per chissà quale miracolo, non rischiano di intaccare il diritto alla salute dei propri figli. Ma tornano a casa, però, stremati, e anche se magari non abbracceranno i loro figli, perchè un pò di buon senso a qualcuno è rimasto ancora, potranno vederli, sentirli, giocarci, e non dietro uno schermo.

Non sta certo pensando a un padre che, invece, magari dopo essere stato chiuso in casa per giorni, prende la macchina per recarsi dal proprio figlio e portarlo presso la propria abitazione. E lo reputa per un superiore e strano principio altamente contagioso tale da mettere a repentaglio la vita e la salute del proprio figlio e di chi abita con lui. Mette a repentaglio addirittura la salute pubblica. Che mostro!

Come se il periodo di quarantena non fosse già estremamente difficile e complicato per tutti, cosa facciamo? Priviamo un genitore di vedere il proprio figlio, e a un bambino di vedere il proprio padre…

Perchè ovviamente in un periodo in cui avremmo dovuto capire le cose importanti della vita. In cui ci saremmo dovuti soffermare su gli affetti, sugli abbracci che ci stanno mancando, (siccome la mamma dei deficienti è sempre incinta) cosa fa una madre che non potendo andare dall’estetista e dal parrucchiere non ha nulla da fare? In piena pandemia chiama il proprio avvocato, che si rivolge a un giudice depositando un’istanza urgente con la quale si chiede la sospensione degli incontri tra il padre ed il figlio minore. Unica colpa abitare in un comune diverso da quello della madre. E il Giudice caso più unico che raro nella storia della Repubblica, risponde all’istanza in tre giorni. Mi viene il voltastomaco.

E mentre a una padre amorevole, sol perchè separato, gli viene negato quell’unico diritto che forse gli è rimasto, un padre non altrettanto amorevole, sol perchè “formalmente marito” continua a picchiare una moglie e un figlio chiusi dentro quattro mura, indifesi e indifendibili adesso più che mai.

Comunque nella speranza che il vostro ex partner abbia altro da fare che rivolgersi ad un Giudice per ottenere la sospensione del vostro diritto di visita, intanto potete recarvi, con la giusta autocertificazione e il provvedimento (sentenza, accordo, ordinanza provvisoria) che stabilisce l’affidamento e le modalità di visita dei figli, presso la residenza o domicilio degli stessi secondo le modalità previste.

Ciò sempre con le dovute precauzione sanitarie, e con il buon senso che ora più che mai deve contraddistinguere la nostra vita e i rapporti con gli altri.

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La quarantena: un enorme reality

Eh sì, sono 22 giorni ormai!

Una serie di DPCM (di cui alcuni hanno ironizzato, come se fosse una famosa telenovela a puntate…) hanno, anche se in maniera graduale, via via limitato la nostra vita e le nostre abitudini. E’ la prima volta che succede nel nostro paese. E’ la prima volta che succede in assoluto.

Quando guardavamo le immagini che ci arrivavano dalla Cina: le strade deserte, tutte le persone chiuse in casa, a trovare metodi alternativi alla sopravvivenza, le guardavamo sì con sgomento, ma con il solito distacco. Come sempre. Succede lì. Io sto qui. Mi spiace per loro. Io ho la mia vita. E va tutto bene!

E invece no. Invece stavolta ha colpito anche noi. Anzi ha travolto anche noi. E siamo stati il primo paese occidentale, la prima democrazia, occidentale, a dover affrontare questa strana emergenza. Ed essere uno stato di diritto, non facilita, certamente, chi al potere deve prendere importanti decisioni, senza che tutte le parti sociali non siano coinvolte e soprattutto senza che i diritti primari e individuali non siano rispettati, sempre. Ma questa è una altra questione.

Sta di fatto che da va tutto bene abbiamo dovuto cambiare nel giro di pochissimi giorni il verbo al futuro: andrà tutto bene!

E’ un evento senza precedenti. Un isolamento totale e globale. Normalmente in altre situazioni analoghe, di epidemia, la storia insegna, (e da qui anche il termine quarantena) che chi stava in isolamento, in quarantena appunto, erano le persone malate, affette, per evitare che contagiassero gli altri. Questa volta invece l’isolamento è stato chiesto a tutti. Un isolamento chiesto nel periodo storico in cui i contatti sociali e gli spostamenti da un paese ad un altro del globo non sono mai stati così attivi.

Ci siamo ritrovati, perciò decreto dopo decreto ad avere sempre più restrizioni, fisiche e territoriali, fino a restare piano piano tutti a casa. Un sacrificio, chiesto a tutti, per salvare l’intero paese. Niente più aperitivi. Niente più uscite il sabato sera. Scuole chiuse e bimbi a casa. Uffici chiusi e mariti a casa! Spostamenti solo se necessari, giustificati e brevi.

città deserte covid-19

La nostra società abituata a correre sempre e per tutto, ad un certo punto si è dovuta fermare. Si è dovuta bloccare. E doveva essere un essere invisibile, microscopico a fermare l’intero pianeta! Succede anche con il nostro corpo, a volte, lo stressiamo così tanto, lo portiamo cosi allo stremo che ad un certo punto, visto che non siamo noi a capire di doverci fermare, lo fa lui per noi. Ed è la volta che ci viene qualche malanno che ci costringe a stare a letto! Così è avvenuto, in fondo, al nostro pianeta, con il covid-19. E l’intero pianeta ringrazia. I livelli di inquinamento sono calati e gli animali si stanno riappropriando di luoghi prima inavvicinabili perché contaminati dall’uomo. E noi?

Questo #iorestoacasa ha fatto fermare ognuno di noi. Facendoci riprendere contatto con le cose più banali. Innanzi tutto con il nostro tempo e con noi stessi: avere del tempo a nostra disposizione ma non poterlo utilizzare fuori, inevitabilmente ti fa concentrare su te stesso. E allora c’è chi si è scoperto cuoco…e siamo diventati tutti masterchef, così che trovare lievito e farina al supermercato è ormai una mission impossible. Chi ha ritrovato il tempo di leggere quei libri che stavano in fila ad aspettare che arrivasse, appunto, il tempo per poterli leggere. Chi si sta dedicando alle proprie passioni dimenticate o chi si dedica alle proprie passioni sempre perseguite ma in maniera alternativa.

Il modo giusto per affrontare una situazione di difficoltà. Gli psicologi la chiamano:

Resilienza

In fondo sembra di essere al Grande fratello al contrario. Un esperimento sociale e antropologico a tutti gli effetti. Il primo GF, infatti, ero ai primi anni di università e lo vidi (fu il primo e ultimo reality, per la cronaca) per la curiosità della natura di esperimento sociale che avevo, modestamente, intuito racchiudesse (non a caso lo condusse Daria Bignardi): 10 persone estranee chiuse/rinchiuse per 99 giorni in una casa fuori dal mondo. Sappiamo quale fu il risultato e quale è ancora l’ effetto di questi reality sui partecipanti.

“The big family” o “Happy family” in #iorestoacasa poco cambia: tre, quattro, cinque persone, non estranee, ma non del tutto, spesso, che si ritrovano a condividere 24h su 24h uno spazio, neanche troppo grande, nella stragrande maggiornanza dei casi, che, a voglia a fare pizze e torte ad un certo punto l’aria ti inizia a mancare!

famiglia del mulino bianco

Nelle situazioni già Famiglia del Mulino Bianco probabilmente, questo tempo di condivisone lo si sta sfruttando per stare tutti insieme e fare quelle cose che spesso non si ha il tempo di fare. Volersi bene di più e comunicare di più. E io spero che sia la maggior parte delle situazioni. Ma ne dubito.

Poi ci sono le famiglie NORMALI. La stragrande maggioranza delle famiglie italiane. Famiglie che non sono proprio abituate a stare insieme. Non tutto questo tempo almeno. Ma non per cattiveria e poca volontà, ma per necessità della vita quotidiana. Si esce la mattina e si torna la sera dal lavoro. I figli sono comunque impegnati nelle loro attività e quindi tra scuola, sport, inglese, musica, a parte due parole mentre li porti da un posto all’altro li vedi ben poco. L’unico momento dove si sta tutti insieme, bel quadretto idilliaco, la sera a cena. Dove parli di tutto quello che hai fatto nella giornata e soprattutto parli di quello che si deve fare il giorno dopo, con la conseguente spartizione dei compiti. Ma tutto questo avviene in un ora o poco più! Poi tutti a riprendere le proprie attività prima di andare a dormire esausti.

convivenza in quarantena

Poi c’è il week-end, certamente, che serve proprio a stare tutti insieme, e le vacanze. Ma vuoi mettere passare del tempo bellissimo e costruttivo e saggiamente speso tra partite di calcio o saggi di danza. Cene tra amici o in famiglia. Tra cinema, teatro, gite al parco. Mare montagna e quant’altro? Il tempo lo condividi insieme non lo passi insieme.

Adesso ventiquattro ore su ventiquattro ore senza distrazioni esterne o ti riscopri ad aver tanta voglia di dire tutte le cose che non hai mai avuto il tempo di dire o scopri di non avere nulla da dire.

Questo relativamente alle famiglie, in quanto piccole società più complesse. Le coppie hanno solo due via d’uscita. O si stanno amando alla follia (beati loro), facendosi la luna di miele in salotto o si sono ritrovati accanto uno/una sconosciuta. Per cui per dirla come un post che gira sui social: alla fine della quarantena o andranno dal ginecologo o dall’avvocato, passando in entrambi i casi però per il dietologo!

Scherzi a parte, allora, penso che questo esperimento sociale che l’invisibile covid-19 ci sta obbligando a fare, avrà delle ripercussioni personali notevoli. Usciremo da questa tempesta inevitabilmente diversi e dovremmo affrontare una seconda tempesta: quella che ci costringerà a raccogliere i cocci che la prima ha creato. Possiamo decidere di dedicare, questo maggior tempo che abbiamo a disposizione, a noi stessi e alla nostra anima, oltre che al nostro corpo, e imparare a conoscerci di più.

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo . Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento non sarai lo stesso che vi è entrato.” Haruki Murakami

Sfruttare questo tempo di condivisione per unirci alle persone che amiamo. Per capirle. Per ritrovare le persone che amiamo, o perché troppo vicine o perché troppo lontane.

Ma anche per capire dove stiamo e dove stiamo andando. Ma soprattutto dove vogliamo andare quando tutto questo sarà finito. E con chi.

Da una situazioni di enorme difficoltà una coppia se forte e solida ne esce ancor di più rafforzata ma se debole e labile ne esce distrutta.

coppia in crisi

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#andratuttobene

Era facile stavolta scegliere in titolo. Non c’erano dubbi nè esitazione. Così come l’immagine. L’ ho messa sul mio stato settimane fà. Tutto è partito da lì. Post-it sparsi per tutta Milano per incoraggiare una città, che è il motore dell’Italia. Per dare forza ad una grande città ad una grande regione e ai suoi cittadini, di non arrendersi. E subito è stato contaggioso…..

L’ultimo articolo l’avevo scritto l’11 febbraio…appena finito Sanremo…..poi vuoto, silenzio. Silenzio assoluto. Ferma. Come una premonizione, un sentore, di questo silenzio che sarebbe calato su tutti noi a breve.

Ieri sera tornavo da fare la spesa, a piedi. Era l’imbrunire, le strade erano vuote, silenziose, laddove normalmente i negozi e gli uffici aperti creano un brulichio di gente che si muove. Silenzio. Strade vuote. La mente però mi è andata ad un immagine, a un ricordo bello. Un po’ per demonizzare anche la situazione, forse. Un po’ perché la nostra generazione non l’ ha mai vissuta la guerra, l’emergenza. Non direttamente almeno. Non a casa nostra. Quindi non abbiamo immagini brutte, vissute, impresse nella mente.

Perciò l’immagine che mi è venuta in mente è stata quella di una calda serata estiva, che ha accompagnato la mia infanzia e non solo, in cui il silenzio e l’assenza in strada era dovuta al fatto che tutti eravamo riuniti attorno ad una tv a guardare (11 giocatori che inseguono una palla, direbbe qualche donna)… la nostra Nazionale… che si fa onore e che solo un: “Goalllllll” romperà quel silenzio. Che solo: ” il cielo è azzurro sopra Berlino ….Beppe” riattiverà la vitalità di noi popolo tutto che fino ad un secondo fa era con il fiato sospeso.

Quell’attimo di eterna suspance che solo dopo 90′,o forse più, verrà rotta da tutta la gente che scenderà in strada a urlare…siamo in finale, siamo in finale…..e poi… campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!!! Invece questa sera no. Non scenderemo in strada a festeggiare. Non possiamo. Non ancora. Ma stiamo aspettando questo momento come non mai. E’ sarà bellissimo. Come se avessimo vinto 20 campionati del mondo tutti insieme!

festeggeremo come per i mondiali, scenderemo in strada come nel 2006

E mentre camminavo, in questo silenzio surreale, pensavo che in fondo a me non è cambiato molto. Sento mamma al telefono almeno due volte al giorno da 15 anni. Ogni tanto facciamo la videochiamata. E da 15 anni siamo lontani 1000 km. Che domenica non è stato un sacrificio rimanere a casa a pranzo da soli. E non andare da mamma o da nonna che ha preparato tanti manicaretti. Per noi non è stata una novità. Ma capisco il dolore e la sofferenza di chi non c’è abituato alla lontananza. Che diventa più paradossale e surreale, perché non hai la distanza fisica e ti sembra tutto più assurdo avere mamma e papà giù al piano di sotto, o magari i nipotini che sei abituato vedere tutti i giorni e eviti di andarli a trovare e soprattutto di abbracciarli.

Ma vorrei allora che questo dolore, non solo per noi, a cui è stato chiesto un sacrificio, #iorestoacasa#, ma soprattutto per tutte le vittime di cui ancora si parla poco e che non sono solo dei numeri, ma dei nomi con delle facce e con delle famiglie che li stanno piangendo, ci insegni qualcosa.

Questo virus sembra essere stato creato ad hoc per la generazione virtuale. Paradossalmente la generazione della tecnologia, a cui è stato rimproverato di avere solo relazioni virtuali, è stata costretta a sopravvivere con tali relazioni. Obbligata solo a relazioni virtuali a tutto tondo. E come sempre quando una cosa diventa obbligo perde il suo fascino e viceversa ciò che fino a qualche giorno fa sottovalutavamo, a volte ridicolizzavamo, adesso che ci è proibito diventa agognato.

Questo virus sembra essere stato creato ad hoc per la generazione che corre. Corre dietro cosa poi. Questo virus ci ha costretto a fermarci. Ci ha costretto a fermarci un attimo a pensare. Ad avere un pò più di tempo per pensare. A fare torte per i nostri figli, e rimanere un sabato sera tutti a casa a mangiare una pizza. Che si può sopravvivere senza un aperitivo in centro. A capire che siamo tutti uguali ricchi e poveri (certo in quarantena in un monolocale o in villa con sauna e piscina non è proprio la stessa cosa, come negarlo). Tutte con le unghie rotte e la ricrescita ai capelli!!!!! Che puoi essere un professionista o un operaio, puoi avere mille conti in banca e neanche un euro in tasca ma capisci che un virus invisibile è lo strumento più democratico che esiste.

L'Italia unita ce la farà

E allora noi italiani stiamo dando il meglio di noi, come sempre. Con la nostra unica creatività. Popolo di artisti. Patria di Leonardo e Michelangelo e di altri mille artisti che tutto il mondo ci invidia. E voglio difendere noi italiani, anche quelli ignoranti e stupidi che soprattutto all’inizio non hanno capito nulla, o non hanno capito molto.

Era una situazione nuova, strana. Un nemico non conosciuto, non conoscibile, invisibile. E quando non sai chi hai davanti non è sempre facile capire come difenderti soprattutto all’inizio. La paura e l’ansia poi in questi momenti dà il colpo finale ( e per la serie non sempre l’erba del vicino e più verde, non è che gli altri popoli, rinomati per la loro disciplina e il loro ordine stiano brillando, anzi!). Ma l’importante è recuperare. E lo stiamo facendo alla grande come sempre noi italiani sappiamo fare. Nelle difficoltà ci uniamo e combattiamo. E risorgiamo!

Andrà tutto bene. E mi auguro che tutto quello che stiamo vivendo, ci faccia capire la vera importanza delle cose, di un abbraccio di una stretta di mano. Di un sorriso non coperto da una mascherina. Che scendendo giù in strada a festeggiare non per aver sconfitto una squadra di calcio avversaria ma per aver sconfitto un nemico che voleva piegarci, ci ricorderemo non per un giorno, non per un mese, ma per sempre, quanto siamo stati bravi, quanto siamo importanti gli uni per gli altri e quanto è importante restare uniti. Che non sarà necessario cantare l’Inno di Mameli al balcone per ricordarcelo.

Che ci ricorderemo che è facile mandare un cuoricino via whatsapp ma che può essere più impegnativo ma mille volte più bello uscire di casa, andare dalla persona che vuoi bene e anche senza una parola, ABBRACCIARLA. E quell’abbraccio varrà più di mille parole. per adesso #iorestoacasa.

andratuttobene

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Il festival delle donne

Lo hanno chiamato il festival delle donne. In parte come sempre con i riflettori puntati sulle Bellezze chiamate a scendere, nella loro maestosità, quelle famose scale, che tanto timore incutono. Giustamente (sfido chiunque a scendere quelle scale così lucide e apparentemente, e non solo, scivolose, con tacco 15!!!!). Quindi un primo plauso solo per questo. Ma in parte è stato, anche, inaspettatamente visto le premesse, sicuramente nuovo/innovativo con donne parlanti. Donne oltre che bellissime, con uno loro profilo professionale e di un certo spessore.

Finalmente donne non solo lì, su quel palco, per sfilare magnificenti abiti firmati da griff famose, e far parlare di sé il giorno dopo solo per la loro mis, ma per dire qualcosa. E qualcosa lo hanno detto e pure di bello, profondo ed emozionante.

Che sia stata una trovata degli autori per mettere riparo alle c….precedenti, forse, chissà. Ma anche se fosse, alla fine non importa. E’ anche umano sbagliare, o a volte essere superficiali. Ma se si ha il buon senso di capire l’errore e metterci riparo, va bene uguale, anzi, ben venga.

Per cui se si sono trattati temi come il femminicidio, la violenza sulle donne e la disparità delle donne è stato certo un atto bello, politicamente corretto. Che è meglio parlarne che non parlarne. Ma il problema sta proprio lì. Che non se ne dovrebbe neanche parlare. Che se si è costretti a parlarne lì su quella vetrina, è perché è un emergenza. E non lo dovrebbe essere.

E non mi riferisco solo al monologo di Rula Jebreal. Bellissimo. Toccante. Vissuto. Perchè lo percepisci quando quello che stai raccontando lo hai vissuto e arriva inevitabilmente dritto al cuore di chi ti sta ascoltando. O forse perchè chi ti ascolta, in parte in quelle parole, si riconosce. Le ha vissute, una volta, 100, 1000, chi tutti i giorni. Non importa. E ti senti meno sola.

Perchè non c’è una sola donna che nella vita non abbia subito una molestia. Anche lieve, anche banale, anche se non lo è mai banale. Che lì per lì non ci dai peso. Dici va bè i soliti maschi stupidi. Perché se sei in una biblioteca, e hai 16 anni, e fai uno sguardo di troppo a un ragazzo, non ti aspetti che, ti segua per strada e ti tocca il sedere. Ti aspetteresti che ti fermi e ti chieda il numero di telefono. Che se sei per strada ed hai un vestito sopra il ginocchio, puoi aspettarti un fischio, un sorriso, non un apprezzamento volgare da far rivoltare lo stomaco. Che se stai entrando in ascensore, il tuo capo, o pseudo capo non ti salga addosso……O se dopo una settimana di lavoro, vieni mandata via, pensi che non hai fatto abbastanza, non hai dimostrato abbastanza, e non che eri troppo bella e i maschi dell’azienda si sarebbero distratti con te…..Tutto questo è una molestia.

E la cosa peggiore di tutto questo, e che noi donne, la prima cosa che ci chiediamo è: cosa ho fatto? Lo sguardo era troppo eccessivo? il vestito troppo corto? Ho mandato dei segnali, che non dovevo mandare…? Gli animali mandano dei segnali. Gli uomini hanno la ragione a distinguerli. Dovrebbe prevalere questa. Non l’istinto. Ci mettiamo subito in discussione noi. Perché la colpa è nostra. Sempre nostra. Perchè così ci hanno inculcato millenni di storia. Perché se il marito è un adultero seriale la colpa è della moglie che non lo soddisfa e delle amanti che lo seducono. Non sua. Se è la donna a tradire il marito è una poco di buono.

Ma se siamo noi donne le prima ancora a colpevolizzarci a giustificare sempre, come possiamo pretendere che non lo facciano gli altri? Il primo passo, più complicato, per un a donna che denuncia è superare il senso di colpa. Quando una donna capisce e ha preso consapevolezza che la colpa di tutto quello che è successo non è sua, è pronta per iniziare il percorso più difficile della sua vita.

Che se Laura Chimenti, bravissima e bellissima giornalista (e anche se suona meno bene, ho scritto appositamente prima bravissima e poi bellissima) ha scritto una tenera lettera alle figlie, per tutte le volte che ha fatto tardi o che si è persa qualche loro evento, perché ha dovuto scegliere tra loro e il lavoro; così come altrettanto spesso, anzi spessissimo, ha dovuto scegliere o rinunciare a opportunità di lavoro per loro. E che se è lì, alla direzione del tg1, è inutile che lo neghiamo, ha faticato quattro volte in più di uomo e ha dovuto dimostrare tre vote in più il suo valore. Che se è lì a dover chiedere scusa alle sue figlie, come le altre migliaia di donne che lavorano…beh… ne abbiamo ancora tanta di strada da fare.

Che un uomo non si sarebbe mai sognato di dire quelle parole. Perché un uomo, un padre, che si è perso la recita del figlio, è solo un uomo che lavora, che fa un lavoro importante. Una donna è una madre poco brava, poco attenta. Ehhh quella lavora…..certo che suo figlio viene a scuola con un capello fuori posto. Che solo noi donne ci sentiamo tremendamente in colpa se siamo a lavoro e abbiamo lasciato i nostri figli e ci sentiamo altrettanto in colpa e frustrate se siamo con i nostri figli e abbaimo lasciato il lavoro. Perché solo a noi donne ci si obbliga a dover scegliere. Perché un uomo non sceglie.

Ma se ci sentiamo in colpa forse è perché anche gli altri ci fanno sentire sbagliate. Perché se il rientro a casa è una subdola e silenziosa accusa, anche silente… dovresti fare la madre, e la dovresti fare pure bene. Perchè se tuo figlio poi va male a scuola la colpa ovviamente è tua e del tuo lavoro. O di te, perchè se anche ci sei non sei adatta. E farti sentire tutti i giorni una madre sbagliata. Anche quella è una violenza che ferisce più di uno schiaffo.

Ma non sono solo gli uomini sbagliati. Gli uomini sono uomini. Ci sono uomini buoni e uomini cattivi. Ci sono uomini amorevoli, generosi e altruisti e altrettanti uomini egoisti, insensibili e violenti. E’ il sistema sbagliato. E’ il sistema attorno che li autogiustifica, li autoproclama. Perché se innanzi ad un ragazza violentata ancora si fa la domanda “ma tu cosa stavi facendoMa tu perché eri lì a quell’ora ” “ma tu perché avevi bevuto un bicchiere di troppo” ….l’uomo carnefice è colpevole, ma il sistema attorno lo è altrettanto, se non di più.

Perchè io donna dovrei essere libera di uscire, anche sola e di notte. E di bere se ne ho voglia. Essere libera anche di corteggiare un uomo, di flirtare con uomo e poi dire anche no.

E innanzi l’ennesima donna uccisa dal marito, dal compagno, il sottotitolo è: ma lo voleva lasciare, ma lei aveva un altro. E leggi su una testata nazionale non di poco conto: lui suicida accasciato sul corpo di lei appena freddato “quasi a volerla proteggere…..” . Proteggerlaaaaaaaa??????????? Proteggerla da chi, da cosa!? Da se stesso. Dalla sua follia omicida. Dal suo senso di possesso. O mia o di nessun altro!? Se la voleva proteggere non la uccideva!!

Beh, mettetemi la lettera scarlatta, incolpatemi di adulterio, anche se non è più un reato (dichiarato costituzionalmente illegittimo solo nel 1969) ma non uccidetemi. Perché se volevo lasciare quell’uomo forse è perchè da quell’uomo volevo liberarmi, forse volevo vivere. Forse volevo vivere e libera. Non volevo morire.

La bellezza della gentilezza

Lunedì mattina. Ore 10.00. Corridoio del Tribunale di Roma, 4° piano XII sezione. Attendo i colleghi (Avvocatura dello Stato e Assicurazione, quindi tutto un programma…!!!) per fare udienza. Siamo i quarti. Poco male. Al centro degli immensi corridoi ci sono dei tavoli, alti, per poter scrivere o poggiare i fascicoli, in piedi ovviamente. Io che come al mio solito invado, tutto il tavolo…pratica, cappotto, telefono. Di fronte a me dall’ altra parte del tavolo un collega. Lo avevo visto solo arrivare, ma non lo avevo guardato più di tanto.

Venendo in metro, ascoltavo musica. Mi sono ridata al rock serio…perciò avendo in testa questa musica, mi ritrovo ad un tratto a canticchiare, sotto voce. Lui si gira. Mi guarda, un pò, un po’ tanto, stranito. Io lo guardo, sorrido: “stavo cantando!!!!” Lui si rigira sempre stranito, quasi arrabbiato, mi era parso, come se i miei sussurri lo avessero disturbato dalla sua impegnata lettura. Io mi infastidisco e penso: siamo arrivati a questo. Che invece di sorridere davanti a una persona che sta canticchiando. Poi lascia stare che oggi ero particolarmente fascinosa. O almeno mi sentivo tale io. Quindi vale doppio. Per cui solo che ti sorrido ti si dovrebbe sistemare la giornata…..tu che fai? Quasi ti inc…??? Ma mentre io facevo queste considerazioni…lui mi guarda e mi sorride: “e che non siamo neanche più abituati a cotanta bellezza!” “E’ vero.” rispondo io . “Siamo talmente abituati solo a brutture, che quando accade qualcosa di gradevole, quasi ci destabilizza. Poi metti che è pure lunedì, mattina, che riesco a cantare  mi ci vorrebbe solo un premio!” dico io e lui sorride ancora.

E lo vedo che mi guarda stupito come se fossi un aliena…ma divertito….Mi segue: io che entro in aula, dopo tre secondi riesco, incurante del Giudice che mi guarda, perché avevo dimenticato il cellulare in corridoio! Insomma un po’ fuori di testa sembro…e in tutti questi movimenti continua a guardarmi divertito….io lì, in mezzo a tutti bacchettoni compiti, compreso lui, e miss perfettine non dormo la notte per non rovinare i boccoli, (o forse si staccano la testa e la poggiano sul comodino?…me lo sono sempre chiesto!), con la mia aria sognatrice e scanzonata (o così forse appaio), con i miei fluenti e spettinati capelli e pure il rossetto rosso (oggi), forse un pò aliena sembro…Poi ovviamente a fine udienza mi ha dato il suo biglietto da visita…ma non è questo il punto. E poi non era proprio il mio tipo!

Però è vero. Verissimo. Siamo così abituati. E con abituati intendo in senso letterale che spesso tolleriamo tutto, come se fosse normale: maleducazione, poca gentilezza, anche cattiveria a volte. Che la regola homo homini lupus est di Hobbes la fa da padrone. E di contro non siamo più abituati a un sorriso, a una parola gentile, una delicatezza, che quando accade ci sembra una stranezza.

Siamo sempre presi dalle nostre cose. Non guardiamo più in faccia nessuno. Tutti a testa in giù. Come se tutto il mondo fosse dentro quella scatola di pochi cm. Spesso anche io, non lo nego, soprattutto, in metro o in treno, sto con il telefono o con un libro in mano. Ma a volte mi piace anche guardare. Certo attualmente lo spettacolo che ti si presenta innanzi, di solito, non è dei migliori: tutti questi esseri che guardano una scatoletta, tutti a testa in giù. Da far rigirare nella tomba Charles Darwin. Altro che evoluzione della specie…involuzione della specie!

Mi piace guardare. Guardare le persone, cogliere gli sguardi. Pensare o immaginare, le storie che ci sono dietro ognuno di loro. Spesso ci perdiamo dietro i nostri egoistici interessi, perdendoci l’occasione di scambiare un sorriso, una parola. Con chi potrebbe essere solo un estraneo e rimanere tale, e chi invece potrebbe entrare nella tua vita e rimanerci per sempre. Ma non lo sapremo mai se rimaniamo a testa in giù.

Perchè fuori c’è un mondo da scoprire, da conoscere. Proprio davanti ai nostri occhi. Che possiamo toccare. Che sì, a volte può essere pure crudele e ci fa più comodo nasconderci dietro a uno schermo per proteggerti ma a volte è altrettanto, se non di più, meraviglioso!

E allora sì, sarò sembrata oggi un’ aliena al Tribunale di Roma, ma  l’ aver strappato un sorriso, a una persona, e magari averlo fatto riflettere, e fatto iniziare la giornata, con un po’ di gentilezza, …è stata, e dovrebbe sempre essere,  una cosa bellissima.

Sono questi piccoli gesti che riempiono la vita e cambiano il mondo.

Quello che facciamo noi è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo, l’oceano avrebbe una goccia in meno.

Madre Teresa di Calcutta 

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Diritto di visita

Diritto di visita: l’ennesima sentenza in cui sono costretta a leggere questi termini che odio.

La Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, nell’ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937 stabilisce che non spetta alla Corte di legittimità (Cassazione stessa), bensì al giudice di merito (Tribunale o Corte d’appello) fissare le modalità di esercizio del diritto di visita del genitore, nel rispetto dell’interesse esclusivo del minore.

Vi tedio con un po’ di legalese….la pronuncia trae origine dall’impugnazione avverso la decisione con cui, il giudice di merito, aveva rigettato l’istanza proposta dal ricorrente (padre) per ottenere l’ampliamento del diritto di visita al figlio. La Corte territoriale (Corte di Appello) aveva respinto tale domanda in quanto, il regime proposto dal genitore, sarebbe stato troppo articolato e frammentario, perciò disfunzionale rispetto alle esigenze del figlio.

Nel ricorso proposto in Cassazione, il ricorrente lamentava che, nonostante era stato adottato il regime dell’affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre nascondeva di fatto, il regime di affido esclusivo, atteso che il genitore, poteva trascorrere con il figlio solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Suprema Corte risponde  rilevando che, la regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore. Inoltre, ha precisato che spetta al giudice di merito il potere di stabilire le concrete modalità di esercizio del diritto di visita, non sindacabili nel giudizio di legittimità.

La questione è puramente tecnica, di chi sia la competenza (corte territoriale o di legittimità) sulla determinazione del diritto di visita. Ma ciò che qui mi interessa sottolineare, e la cui sentenza mi ha dato spunto, per farlo, è la terminologia che purtroppo viene usata: diritto di visita.

Termine di un vecchio retaggio,  che nonostante una nuova legge (nuova, si fà per dire, sono passati più di dieci anni) la giurisprudenza fatica ad abbandonare. Il diritto di visita, infatti, poteva avere un senso prima dell’entrata in vigore della legge 54/06 (famosa legge sull’affidamento condiviso, fortunatamente entrata a far parte della nostra legislazione) laddove, innanzi ad un genitore che aveva un affidamento esclusivo l’altro aveva il diritto di vederlo, di fargli visita, nelle modalità stabilite, a seconda delle situazioni, dal giudice.

Ma nel momento in cui, una legge mi dice che, tranne in casi particolari e per presupposti ben precisi, la regola generale è quella dell’affidamento condiviso, vuol dire che, indipendentemente dal tempo che ciascuno genitore trascorre con i figli, determinato da diverse variabili, quali anche la logistica e la distanza, non ci sono genitori di serie A e genitori di serie B.

Entrambi i genitori hanno pari diritti e pari doveri.

Non c’è scritto da nessuna parte del codice che io genitore non “collocatario”, altra invenzione della giurisprudenza, devo far visita a mio figlio, o frequentarlo…..Ma sono genitore a pieno, come l’altro. Purtroppo sono i provvedimenti dei giudici che utilizzano tali termini, e che non fanno altro che aumentare la conflittualità, tra ex coniugi.

Se ci fossero provvedimenti più giusti, dove ogni parte si senta tutelata e garantita nei propri diritti, il conflitto diminuirebbe assolutamente.

L’art. 337 ter c.c. stabilisce, infatti, che il giudice adotta i provvedimenti relativialla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Anzi più in fondo nel medesimo articolo parla di tempi di permanenza  presso ciascun genitore.

La legge è fatta bene. Come spesso, accade, nel nostro paese abbiamo le migliori leggi che un Parlamento possa fare. Poi applicate male, anzi malissimo, o disapplicate purtroppo.

La legge 54/06 mette, infatti, sulla scorta anche della legislazione internazionale, in primo piano l’interesse preminente del bambino. E fin qui nulla quaestio. Stabilisce come, relativamente alle proprie risorse ogni genitore debba contribuire alla cura degli stessi. Stabilisce altresì, a seconda della situazione di quella specifica famiglia, i tempi di permanenza presso ciascun genitore. Cioè quanto tempo sta con uno e quanto con l’altro. Che dipenderà da tante cose. Dall’accordo degli stessi genitori, dal lavoro di ciascuno di essi. Dalla lontananza e via dicendo.

Ma non dal fatto che c’è un genitore privilegiato e un altro che semplicemente (sol perché è il padre ahimè) può semplicemente vederlo e fargli visita.

La legge non dice tu genitore privilegiato, il collocatario, tieni il figlio tot tempo e tu genitore non collocatario, lo visiti come io giudice decido. Stiamo parlando di figli e di genitori, di diritti inviolabili e costituzionalmente garantiti e all’uno e all’altro. Stiamo parlando di un  rapporto genitoriale ormai cambiato socialmente e antropologicamente.

La legge sull’affidamento condiviso, nasce, infatti, anche da un esigenza sociale che già da anni si sentiva esplodere. La società cambia, si evolve anche repentinamente a volte, e le leggi devono farlo con lei.

Il ruolo del padre e della madre sono totalmente cambiati: da una  parte, giustamente, la figura della madre, non più casalinga, che non è più necessariamente colei che sta a casa e che alla fine di un matrimonio può da sola continuare a prendersi cura dei figli. Ma anche lei adesso lavora e anche lei ha difficoltà prendersi cura dei propri figli. Dall’altra però abbiamo anche la figura dei padri, a essere cambiata, diversa dalla generazioni precedenti. Non più padri che portavano solo lo stipendio a casa e che non avevano mai cambiato un pannolino, e che non ci pensavano minimamente a farlo. Sono padri, questi, che hanno allattato, che hanno cambiato pannolini, che hanno fatto notti insonni insieme alla proprie compagne. Che portano i loro figli a scuola o al parco. E la fine di un  matrimonio non deve certamente interrompere tutto ciò.

Per questo la legge 54/06 parla per la prima volta di bigenitorialità. Due genitori con pari diritti e doveri nei confronti dei propri figli. Bigenitorialità  a parole, in una legge, secondo me ben fatta, ma disattesa totalmente dopo 14 anni dalla sua entrata in vigore. Il discorso ovviamente è complesso e non mancherà occasione di approfondirlo. Ma quanta rabbia  mi viene quando leggo sulle ordinanze o ancor peggio su sentenze questi termini frequentazione, diritto di visita.

Dietro l’utilizzo di questi termini, costruiti dalla giurisprudenza, si nasconde la palese volontà di non volere applicare, nella sua massima interpretazione la legge sull’affidamento condiviso, rimanendo ancorati a retaggi culturali inutili e anacronistici. E lo dico da donna e da madre, consapevole di essere la parte privilegiata. E altrettanto svilita e frustrata da professionista, non potendo far riconoscere a pieno quei diritti sacrosanti che una legge riconosce ai padri. 

E mi metto, in tal senso,  nei panni di quei padri, che per colpa assolutamente di tanti altri, che in passato, ma non solo, assenti e latitanti, non chiedono altro che di continuare a fare il padre così come lo facevano durante il matrimonio. Che il fatto che non amino più la propria compagna o moglie non vuol dire che non amino più i loro figli. E al dolore si aggiunge il dolore di non poter vivere più quella quotidianità, quei piccoli momenti dei loro figli e con i loro figli, ma frequentarli nonostante una legge, apparentemente, gli riconosca il diritto di essere genitore a tutti gli effetti.

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Manuale di diritto di famiglia

Separarsi: paura di rimanere soli

“Ma io lo amo ancora. Non voglio separarmi”.

E mentre mi racconta la sua storia, la sua vita. Lui che la ignora da anni. Lui che lavora per la maggior parte del tempo fuori, all’estero. Lui che dorme ormai sul divano….penso a come faccia ancora ad amarlo. Mi chiedo per quanto tempo si riesce ad amare per due. Fino a quando l’amore soltanto di uno può bastare ad un matrimonio. Per quanto tempo ancora devi fingere che tutto vada bene e avere paura.

Lo ami ancora? o ami l’idea che avevi di lui, del vostro rapporto, del vostro matrimonio. Idea che ormai non c’è più, che non esiste più. Pensi veramente di amare ancora lui…ma hai mai amato te stessa?

Hai mai pensato di amare te stessa? Ami ancora lui o hai una grandissima paura di rimanere sola? Una grandissima paura di pensare di non potercela fare. Senza capire che sono anni che sei sola. Perché dovresti meritarti questa vita? Un marito o una moglie che non ti ama. Che non ti ama più. Che torna a casa si mette le cuffie e non ti parla. Perché dovresti rimanere incastrata in questa vita. Perché pensi di meritarti questa vita?

E tu sei distrutta. Perché ti ha detto che vuole separarsi! Ti senti come se ti fosse crollato il mondo addosso, nonostante sai che sono anni che va avanti questa storia. Preferisci stare lì in quel limbo di purgatorio piuttosto che rimetterti in gioco e dimostrare alla vita che anche da sola puoi farcela. Che vali indipendentemente dalla persona che ti è stata fianco anche per anni.

Amati!

Così il mio appuntamento si trasforma, come sempre per la prima parte, in una specie di seduta di psicoterapia. Ma serve per allentare la tensione. E’ una signora cinquantenne. Dopo 25 anni di matrimonio il marito ha deciso di separarsi. O almeno così le ha comunicato lui. Il mio primo incontro tendo a farlo sembrare più una chiacchierata. Cerco di mettere il cliente a proprio agio. Mi invento psicoterapeuta appunto.

Arriva persa spaesata, terrorizzata quasi. Le dico di prendersi tutto il tempo che vuole. Di iniziare da dove vuole, di iniziare a raccontarmi quello che vuole. La cosa peggiore è che capisco, percepisco, che si sente in colpa ad essere lì. Forse lui ancora non è andato dall’avvocato e lei, lei che non vuole separarsi, lei che lo ama ancora invece, è in quello studio, a parlare con me, con un’avvocato. Quasi ad un certo punto sento vorrebbe scappare.

Le spiego che il fatto che sia lì non vuol dire che vuole separarsi. Che ha fatto bene a venire, perché sapere a cosa va incontro,  quali possono essere le alternative, le può dare la sicurezza per affrontare la situazione. Che non deve sentirsi in colpa. Le spiego anche (la psicoterapeuta) che non si può rimanere attaccati in un rapporto se l’altro non vuole più starci. Le spiego (l’avvocato) che se una parte vuole separarsi l’altra parte non lo può impedire: non  funziona alla Beautiful “il divorzio non te lo darò mai!!!!”   e spunta finalmente un sorriso su quel bel viso triste e addolorato. Tanto vale quindi sapere di che morte morire e non avere nessun senso di colpa.

Una volta è venuto un cliente, che avevo già seguito per altre cose e mi dice: “mia moglie mi ha detto che vuole separarsi” “e quindi?” rispondo io. “Che devo fare?” mi dice lui. Gli spiego che ha fatto bene a venire e a cercare di capire cosa potrebbe succedere da lì in poi. Gli chiedo però  se lui vuole separarsi. E lui mi dice no. “Io stavo così bene. Non avevo capito nulla” ( come sempre succede per gli uomini…cascono tutti  dal pero!!!!! ). Sono giovani, sposati da pochi anni, hanno un bambino, lui ha cresciuto anche il figlio di lei e lo adora come fosse il suo. Era luglio e allora gli dico: “fai una cosa torna a casa, cerca di riconquistare tua moglie e a settembre ne riparliamo”

Poi a settembre è tornato e si sono separati comunque. Abbiamo fatto una negoziazione abbastanza tranquilla e dopo qualche mese già stavano entrambi con altre persone.

E’ quindi giusto, giustissimo riprovarci. E io sono la prima a spingere a farlo se ci sono i presupposti. Ma poi il senso di colpa è la prima cosa che si deve elaborare. sia per la parte che decide di separarsi si per la parte che “subisce” .

Il primo passo è sicuramente quello di chiedere una consulenza ad un avvocato di fiducia, per sapere come affrontare questa nuova situazione. Il che non vuol dire definire di volersi separare, né essere l’artefice della stessa. Come sempre la consapevolezza e la conoscenza delle cose ci dà una maggiore maturità e sicurezza nell’affrontare tutto anche le nostre paure.

separarsi

Il tempo poi è fondamentale. Io non metto mai fretta. Una coppia ha bisogno di tempo. La separazione è un lutto e come tale deve essere elaborato. Sono fermamente convinta nella negoziazione assistita. La materia di famiglia è una materia così delicata, complessa e personale che, con tutto il rispetto che ho per la magistratura, non dovrebbe essere demandata ad un giudice, che con tutta la buona volontà e sensibilità che può avere (quando c’è), in udienza si ritrova a dover decidere il destino di due persone, spesso di un’ intera famiglia, con un mondo dietro. Un mondo di vissuto, di emozioni, non facilmente spiegabili. Ma questo è un altro punto.

A causa della mancanza di tempo, inteso come dedizione, spesso si arriva a una giudiziale.

Un accordo è sempre possibile

O quasi. Ha bisogno di tempo e di maturazione. Una famiglia viene sconvolta da una separazione, viene messa totalmente a soqquadro. Un buon accordo deve essere equilibrato, capito, metabolizzato, digerito a volte. Ma per fare ciò ci vuole tempo, pazienza e collaborazione. Da parte di tutti. In primis dai professionisti che seguono le parti.

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Il rientro dalle vacanze

Capitolo secondo.
E dopo la traversata rientri a casa…addobbata ancora a festa…E almeno fino al weekend, (quando si spera, forse, avrai il tempo per smontare gli addobbi) tutta casa saprà ancora di natale….perché l’ albero poi è attaccato alla ciabatta della TV e della  play… perciò se accendi  quello accendi tutto….e allora qualche altro giorno di lucine dai. Che male non fa!
Anche i regali quest’anno all’insegna dell’ecologia!!!!

Ma ripiombi anche nella tua piena, anzi pienissima, vita stressata, con effetto coccole di mamma già svanito allo scarico dell’automobile/hummer, rimpinzato per le feste, ma con tanti buoni propositi per il nuovo e anno. E allora SI INIZIA…
Il ricominciamento inizia anche dal punto di vista fisico non solo mentale. Gli antichi non sbagliavano:

mens sana in corpore sano

Nulla di più vero.

Sentirsi bene con il proprio corpo ti fa sentire bene tutta. Piu forte. Alzarsi la mattina, guardarsi allo specchio e dirsi quanto sono figa/figo. E’ tutta un’ altra storia. Ma non perché sei la pupona rifatta e tutta tirata, che sembrano tutte uguali ormai…ma perché sei tu. Bella dentro e fuori. Con una gran voglia di vivere e di conquistare il mondo. E questa tua bellezza che diventa sicurezza che diventa fascino, gli altri la percepiscono….e sei vincente. E allora sì, non ce n’è per nessuno. Puoi fare ogni cosa. Ma la prima a crederci devi essere tu. Perché se non sei tu per prima a crederci. A credere in te, come puoi pensare che lo facciano gli altri?


E allora si inizia o, almeno per me, si continua, ma con più costanza e determinazione.
1 giorno di lavoro…che già il giorno dopo il viaggione è da panico…. tisana detox.

2 Giorno. Sole. Non hai scuse. Si riparte. CORSA.

Mentre parto, nonostante la musica inizio a pensare…mi piace pensare: Non so in effetti se succede a tutti, quando penso, è come se leggessi un libro, scritto benissimo, un capolavoro. Che pensi, lo hai appena pensato scrivilo. E invece no. Non è così immediato. Mentre penso le parole scorrono come un fiume, se prendo la penna in mano un po’ meno. La mia mente scrive e scrive e scrive. E allora mentre inizio a correre, penso già a questo articolo. Penso alla foto fatta in ufficio mentre prendo la tisana…

Obiettivo 7 km

Ad un certo punto inciampo ma non cado (cosa normale nella mia città visto lo stato dei marciapiedi!) e un vecchietto mi ferma, mi dà da parlare. Camminiamo un po’ insieme. Mi parla. Mi chiede cosa faccio….anche sua figlia è avvocato, forse la conosco…e poi mi dice “ti do un consiglio che ti farà stare bene” ed io ascolto…lui che parla di come è dimagrito, di come si mantiene in forma. Il segreto? Acqua calda e limone. Perchè l’acqua calda scalda e il limone disinfetta. Perchè noi abbiamo bisogno di calore, umano e non. E io mi sto congelando perché il sole sta calando, sono sudata e ferma con quel freddo…ma lo ascolto e “mi raccomando” mi dice alla fine. “tanta acqua calda!!!!”

Riprendo la corsa ormai in chiusura, troppo tempo ferma. Ma non importa è stato bello parlare con Italo. Rido, anzi sorrido. Perché qualche minuto prima pensavo alle tisane da proporvi e qualche minuto dopo incontro questo signore che avrebbe potuto non fermarmi o avrebbe potuto raccontarmi e parlarmi di tutto altro. E penso che fino a qualche mese fa queste cose, anche se banali, non mi sarebbero successe, perché quando hai questa energia positiva e pura attorno a te tutto l’universo sembra si muova solo ed esclusivamente in un unica direzione: dove tu vuoi andare!
E allora grazie a Italo. Questo nuovo anno lo iniziamo riscaldando il nostro corpo e il nostro cuore, con tanto calore: tanta acqua calda e tanto amore!


Poi doccia e super relax, mi metto il tutone pensando di poter lavorare tranquilla a casa…e invece all’ultimo mi ricordo di avere un appuntamento…..e quindi corri in studio…e con la tuta…tanto per una volta si può fare ….ma questa sono io…..stonata…. e questa è un altra storia… !!!!

Lasciare la propria Terra

Sono ormai 15 anni che succede, anche più volte l’anno a volte, ed ogni volta è sempre uguale. Lasciare la tua terra e tornare però a casa. Si Perché dopo tanti anni in fondo la tua casa è da un’altra parte. Ma la tua Terra è sempre la tua Terra. E quando mi chiedono di dove sono, soprattutto, se a chiedermelo è un ‘altra persona del sud dico sempre: “sono terrona come te”. Si, perché questa parola, che hanno voluto imbruttire, alla quale hanno voluto dare un’ accezione negativa, di suo non ha proprio nulla di negativo.

Essere terrone, significa sicuramente avere un legame con la terra, perché ci si riferiva all’essere contadini. E’ cosa c’è di più bello che coltivare la terra? se poi è splendida e dà dei meravigliosi frutti come la nostra. Dove sta scritto che il lavoro in campagna è più umile del lavoro in fabbrica? Il lavoro è lavoro.

L’essere TERRONE però è, soprattutto, essere attaccato alla propria terra, alle proprie origini. E nessuno più di noi lo è. Lo dimostra il fatto che per questo natale, per tornare al sud, ragazzi e lavoratori hanno organizzato un pullman Milano – Catania affrontando ore di viaggio pur di ritornare a casa a dispetto del caro biglietti!

Natale al sud

Quando senti parlare la Mannino o Casa Surace, se non sei terrone, non puoi capire fino in fondo l’essenza di quello che è “Il natele al sud”,“Il pacco” (questo merita un post a parte. Perchè il pacco è un’arte). Perche se scendi giù a casa, ci sono le tappe obbligate che oltre a quelle dei parenti, sono: in pole position Granita con briosce (per noi di Catania ovviamente) soprattutto se è estate, ma anche se inverno la granita te la mangi, che poi devi aspettare mesi. Seconda tappa Arancino e tavola calda…e carne di cavallo (sempre per noi catanesi: mi dispiace ma in questo battiamo tutto il resto della Sicilia) e poi giù di lì a pranzi e pranzetti perché devi assaggiare tutto e perchè soprattutto… sei SCIUPATA!

granita catanese
tappa 1

In questo Teresa Mannino insegna. Ma si, io lo so, che quando lo diceva al teatro… se poi era a Milano figurati, ridevano si per questa parola buffa “sciupata” , ma solo chi è sicula come me e lei sa che dietro questa parola c’è un mondo che ti catapulta indietro alla tua infanzia….e non solo. Che quando andavi dai parenti, per bambine come  noi (magre) ero scontato sentirselo: “Biiii che sei sciupata” .

E qui mi tocca aprire una digressione. Si perchè sono magra come Teresa Mannino (o forse lo ero prima) ma soprattutto ovunque vado, ad un certo punto mi si dice…….:”ma assomigli a quell’ attrice……a quella comica….si parli uguale, stesso accento… Come si chiama, aspe…” ed io: “Si Teresa Mannino” e poi: ” Ma io sono bionda, sono normanna, lei è scura, lo dice pure lei che al parco la scambiavano per la zingara che aveva rubato la figlia, ma soprattutto io sono Catanese e lei è ……palermitanaaaa”.

E al di là della sana rivalità da sempre esistente, per tutto …sempre in competizione, per la serie: voi avete la sede della Regione ma noi abbiamo Ikea ….Ma mi puoi scambiare l’accento catanese con quello palermitano?? Pure sull’arancino, tanto ci vogliamo differenziare, che dopo anni di lotte,  si è dovuta esprimere la Crusca, se si dicesse Arancino o Arancina. E ovviamente abbiamo vinto noi. Ma non importa perché quando passi lo stretto non sei più, catanese, palermitano, messinese o agrigentino: sei SICILIANO. E orgoglioso di esserlo. Perché quando, sentendo il mio accento, dopo 15 anni più morbido, ma ancora ben saldo,  mi chiedono : “ di dove sei?“ io non dico mai Catanese, ma Siciliana. Poi se passi la Lucania non sei più siciliano, sei terrone. E orgoglioso di esserlo!

Ma dov’ero rimasta….mi sono persa un pò….Ah si….. a SCIUPATA…..e quella parola ti ricorda che tutte le volte appunto che andavi a trovare i parenti, non c’era un a volta, che soprattutto la zia Giovanna (perché tutti hanno una zia Giovanna), non diceva.”Miiiii che sei sciupata!” e a mia madre : “Ma ci runi a mangiari a sta piciridda??” (ma ci dai a mangiare a questa bambina…). E mia madre tutte le volte a rispondere di sì. Ora voi vi immaginate che la zia Giovanna era bella pasciuta e in carne. E invece no. Era la più sciupata delle sciupate. E si arrogava il diritto di dire a me! Quindi immaginate le altre zie, quelle più pasciute che non si limitavano a dirtelo, ma a pranzo ti rimpinzavano per benino.

E adesso che hai trent’anni, quarant’anni, e sciupata magari non lo sei, ma la mamma te lo dice sfregandosi le mani: “ora che stai qui, ci penso io a te, in questi giorni a farti mangiare. Che poi sù lo so , che tra lavoro, casa bambini figurati se pensi a mangiare……” E tu infondo un po’ sciupata ti senti, perché stanca lo sei e le coccole della mamma per qualche settimana te le prendi tutte!!

E quindi…. evvaiiii! E arrivi agli ultimi giorni in cui succede che alla fatidica frase:” che prepariamo a pranzo”? Perchè ci sono gli asparagi che ha raccolto papà, gli ho congelati a posta eh … ma ci sono pure i funghi che ha portato Alfio dalla montagna…li ho conservati a posta. Qual è il problema? Oggi facciamo due primi così assaggiate tutto. E poi stasera facciamo le fave. Si perché io (e mia sorella) con annessa famiglia siamo le uniche che le fave fresche le mangiamo solo ad agosto. Tutti gli altri, gente normale mangia le fave a maggio. Noi invece no. Noi ad Agosto. Perché papà le coltiva da sempre nel giardino di casa. E come le nostre non ce ne sono. E, raccolte, primizie, cucinate, e congelate, in estate ci aspettano, per la serata “fave” e a volte pure “piselli”. E poi c’è sempre l’ultima spiaggia. Va bè te li cucino e te li porti. Così per una settimana stai apposto. E tu, per quella stessa filosofia “sei sciupata quindi ti coccolo” te le prendi e te le porti tutte…. pure che avessi un Hummer mamma e papà tranquilla che la macchina te la riempiono fino a esplodere…per la serie la chiudi ora e la riapri a casa.

lasciare la propria terra

Lasci un pezzo di cuore. Tutte le volte. Non solo perché, lasci mamma e papà, sempre soli, e sempre più anziani, ma lasci tutti questi odori, sapori, che non sono un fatto di panza, sono sentimenti, emozioni che ti porti dentro. Che cerchi di addentare, ancora sul traghetto, con l’ultimo morso alla pizzetta, comprata sotto casa, (e tutte le  cose che mamma ti ha infilato, in macchina, anche di nascosto), sperando che quel sapore ti rimanga dentro a lungo, perché è sapore di casa.

Si iniziaaaaaaa

Iniziamo dall’inizio. Neofita dell’informatica mi accingo a capirci qualcosa di blog, vlog, wordpress e Seo etc etc …che parono solo parolacce, ma non lo sono.  Sono termini informatici ormai di uso comune!!!

Uso la tecnologia perché ormai è fondamentale. Non ne puoi fare a meno….E’ utile, è veloce, è smart! Adesso ho anche un buon rapporto con essa…diciamo. Prima quando mi avvicinavo a un pc per poco non esplodeva. Avevamo proprio reciproca antipatia. Energia non negativa. Negativissima!

il mio rapporto con la tecnologia prima

Finalmente diciamo che tra le mie amiche riesco a fare anche la figa…quella che sa sempre tutto, e anche con le  colleghe…ma gioco facile. Non sono io competente, sono loro che ne capiscono meno di meno. Però vi dicevo ormai uso la tecnologia anche e soprattutto per il lavoro…..sono, diciamo, un legale moderno……ah si perché non ve lo avevo ancora detto sono un avvocato…!!!

Comunico con i clienti via mail, via whatsapp. Mi mandano documenti, foto, via smartphone, e pure gli audio! Almeno ti eviti le infinite e lunghe telefonate e ti senti sti audio mentre sei in macchina con l‘auricolare, mentre torni dal Tribunale. Perché vaglielo a spiegare che mentre sei in udienza magari l’audio di 10 minuti non lo puoi sentire!!

Quando ancora vedo i miei colleghi poco più grandi di me, ancorati al loro studio e alle loro scrivanie, che prendono un appuntamento con il cliente, lo fanno venire in studio, lo fanno attendere nella super sala d’attesa, per la consegna  di un documento, mi sembra solo un modo per giustificare le loro esose parcelle!

Sia chiaro, non è che il contatto con il cliente non mi piace, anzi. Per me è fondamentale. Una empatica come me. Ma dopo il primo contatto, il legame di fiducia che a vista si crea, cerco di snellire tutte le procedure il più possibile e rendere la vita più facile a tutti. Non si può certo pensare che la nostra professione possa essere svolta ancora come 50 anni fa. Tutto si evolve. Tutto scorre. Panta rei…..eh si……il  mio filosofo preferito. Eraclito. Perché nulla è per sempre. Tutto cambia, si evolve e noi dobbiamo cambiare con lui.

E’ nei cambiamenti che troviamo uno scopo

Eraclito
io
Io

Mi sono persa come sempre…stavamo parlando che io neofita, mi accingo a creare un blog. E non ho la più pallida idea di come si faccia, da che parte cominciare. Ma ovviamente altri blogger, miei colleghi, (ho già il diritto di chiamarli così? No assolutamente no.) Altri blogger esperti mi vengono quindi in aiuto, e provo a studiare il settore. Primo step: acquistare un dominio e un hosting. Per acquistarlo bisogna dargli un nome. Il dominio non è altro che l’indirizzo. Come chiamarlo? Tutti consigliano di dare un nome che indichi il tema del blog, cosa scriverai, cosa venderai. Ma io voglio fare tante cose….legate da un tema comune, certo. Ho già un progetto, una struttura. Non c’è una parola chiave che possa rappresentare il tutto.

Non c’è una parola chiave che possa rappresentarmi!!!

Allora penso a quello che voglio da questo blog. A cosa mi aspetto da questo blog. Magari non sarà subito intuitivo, ma piano piano imparerete a conoscermi. Lo spero. E allora www.hounagranvogliadivivere.com.

Ho voglia di fare tante cose, di dire tante cose. Ricomincio da qui io. Ma ricominciate da qui anche voi. E poi come se la strada fosse quella giusta, continuo a leggere il libro di una donna che ha ricominciato, che si è reinventata, ottenendo un enorme successo, e che anche lei in settori diversi ha aiutato tante donne, e anche lei inizia a parlare di “ricominciamento” allora penso: è la strada giusta…..

Voglio creare un blog in materia legale, ma diverso, divertente, ma allo stesso tempo competente e professionale. Dove l’argomento trattato, se pur partendo dal diritto si guardi intorno a 360 gradi a tutte le problematiche che coinvolgono, che vi parli di me, che parli di voi.

Scrivere mi è sempre piaciuto. Appassionata alla lettura, avrei voluto scrivere come le mie scrittrici preferite. Ma mi dicevano che non ero tanto brava. Il prof al liceo, non correggendomi nulla di sintassi e di grammatica, e non avendo altro da dire, mi diceva che avevo una scrittura nervosa!!! Ma si può? E io ci impazzivo su sta cosa, perché i  migliori scrittori sono quelli che portano se stessi nella loro scrittura e io se evidentemente ero nervosa, come voleva che avessi la scrittura!?Guarda un pò che quasi quasi ero io da premio Nobel? e  nessuno mi capiva….!!!!!!Povera incompresa, ah ah ah.

Comunque avete capito quindi che non ho intrapreso la carriera da scrittrice. Ma ho scritto spesso, su riviste articoli giuridici e anche quando scrivo gli atti spesso mi rendo conto di avere un po’ una prosa romanzata, ma ancora nessun giudice mi ha richiamata per questo, magari in mezzo a tanti atti noiosi con i miei si diverte un po’!

E adesso approdo qui in questa nuova avventura, dove la scrittura, il diritto, il sapere, la conoscenza dell’animo umano si fonderanno!

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    Benvenuto 2020

    benvenuto 2020

    Eccoci qua, tutti a nanna, e finalmente un po’ di silenzio tutto per me…..Ancora le luci dell’albero di natale che illuminano lo schermo. Copertina, calzettoni. Un bel calice di vino rosso avrebbe fatto più figa ma è ormai mezzanotte e con copertina e calzettoni ci sta meglio una bella camomilla!!! Mi sono alzata nei giorni scorsi e mi sono detta: Ho una gran voglia di vivere. Nulla è perduto. Devi fare qualcosa. Qualcosa di nuovo. Dai concentrati puoi farcela! Poi ho pensato che per il cambiamento non serve andare lontano.

    Il cambiamento inizia dentro di noi. Parte da noi. E’ noi.

    Le cose poi non arrivano mai da sole, e proprio mentre mi facevo queste domande, dopo mesi e mesi di letture solite e noiose mi sono arrivati per caso, come in questi casi spesso accade due libri che mi hanno aperto la mente e il cuore. “La vita inizia dove finisce il divano” di Veronica Benini Spora, di cui poi vi racconterò.

    dove e come inizia il cambiamento

    E “Ho una gran voglia di vivere”, appunto, di Fabio Volo. Allora pensavo a questa mia gran voglia di vivere, nonostante tutto, a questa voglia di ricominciare. E proprio mentre lo pensavo iniziavo a leggere del ricominciamento della Spora. E pensavo che non serve andare lontano….basta guardare quello che hai. Quello che sai, e cercare di sfruttarlo, in maniera diversa. Ma io cosa so fare? Boooooooooh! (Il grande Boh, altro grande libro, di Jova, che mi ha segnato, ai tempi dell’Università).

    cambiamento: una gran voglia di vivere
    8 dicembre 2019 Libreria Borri presso Stazione Termini Roma. Frecciarossa Tour

    So fare tante cose in effetti, ma cose normali, che fanno tutte. Le mie competenze? Beh qualcosa la sai….dai sforzati…pensa. Poi le parole iniziano ad affollare la mie mente, come sempre, iniziano a fare a pugni nella mia mente. Mille pensieri. A volte mi sembra che il cervello mi scoppi, mi va a tremila. Spesso me lo dicono….. sto in silenzio, mentre ascolto, e mi sento dire: “ Quante cose ti stanno frullanno in quella testolina”, soprattutto gli uomini….ehh sapessi. Mille pensieri! Poi mi viene in mente il cartone di Trilly. Ogni fata aveva un talento, ma non un talento di quello da super eroe, una cosa che sapeva fare bene solo lei e che le altre non sapevano fare. Ognuno di noi in effetti ha un dono, un talento appunto, basta scoprire qual è. Ma per talenti non devono intendersi solo quei talenti speciali che solo in pochi hanno. Quelli ci sono è chiaro, e sono rari: i premi Nobel, le medaglie olimpiche, i record del mondo. Ma ognuno di noi ha qualcosa da poter dare  e donare agli altri, e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Ci sono persone che basta solo un loro sorriso per far girare bene la giornata. Ci sono persone che ti sanno ascoltare davanti a un caffè e ti fanno sentire meno solo e meno triste. E questi altro che talenti. Sono doni, e rari, altrettanto quanto un premio Nobel. E che spesso sottovalutiamo.

    E allora quando capisci di averlo un dono, non lo sprecare e sfruttalo al massimo. Soprattutto mettilo al servizio degli altri, e soprattutto di te stessa

    Ora vi chiederete. Qual è il mio talento? Beh, quello che sono. Quello che ho sempre fatto. Quello sono diventata grazie alla mia vita. E così ho pensato perchè non unire tutte le mie competenze e le mie passioni e fare quello che  mi piace anche per gli altri? Fare sempre il mio lavoro, ma in modo più libero, più divertente più a 360 gradi e arrivare a tutti, donne e non. E poi ho pensato a un blog. Non so neanche come. Anche qui le mie idee, il mio istinto si è intrecciato, con il libro della Spora….e allora ho detto se lo ha fatto lei….che è una gran figa ovviamente e una donna ingambissima, però perchè non provarci anche io…..certo aprire un blog, che ideona!!!! Direte, lo fanno tutti al giorno d’oggi. E sembra pure a me. Non è certo una novità ormai nel 2019/2020. E quindi!? ………………..Amo le sfide. Penso che se si ha qualcosa da dire non è mai inutile. Proviamo? Seguitemi e lo scopriremo insieme.

    E allora iniziamo questo 2020 con una nuova avventura, quale modo migliore per iniziare il nuovo anno???