Diritto di visita

Diritto di visita: l’ennesima sentenza in cui sono costretta a leggere questi termini che odio.

La Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, nell’ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937 stabilisce che non spetta alla Corte di legittimità (Cassazione stessa), bensì al giudice di merito (Tribunale o Corte d’appello) fissare le modalità di esercizio del diritto di visita del genitore, nel rispetto dell’interesse esclusivo del minore.

Vi tedio con un po’ di legalese….la pronuncia trae origine dall’impugnazione avverso la decisione con cui, il giudice di merito, aveva rigettato l’istanza proposta dal ricorrente (padre) per ottenere l’ampliamento del diritto di visita al figlio. La Corte territoriale (Corte di Appello) aveva respinto tale domanda in quanto, il regime proposto dal genitore, sarebbe stato troppo articolato e frammentario, perciò disfunzionale rispetto alle esigenze del figlio.

Nel ricorso proposto in Cassazione, il ricorrente lamentava che, nonostante era stato adottato il regime dell’affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre nascondeva di fatto, il regime di affido esclusivo, atteso che il genitore, poteva trascorrere con il figlio solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Suprema Corte risponde  rilevando che, la regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore. Inoltre, ha precisato che spetta al giudice di merito il potere di stabilire le concrete modalità di esercizio del diritto di visita, non sindacabili nel giudizio di legittimità.

La questione è puramente tecnica, di chi sia la competenza (corte territoriale o di legittimità) sulla determinazione del diritto di visita. Ma ciò che qui mi interessa sottolineare, e la cui sentenza mi ha dato spunto, per farlo, è la terminologia che purtroppo viene usata: diritto di visita.

Termine di un vecchio retaggio,  che nonostante una nuova legge (nuova, si fà per dire, sono passati più di dieci anni) la giurisprudenza fatica ad abbandonare. Il diritto di visita, infatti, poteva avere un senso prima dell’entrata in vigore della legge 54/06 (famosa legge sull’affidamento condiviso, fortunatamente entrata a far parte della nostra legislazione) laddove, innanzi ad un genitore che aveva un affidamento esclusivo l’altro aveva il diritto di vederlo, di fargli visita, nelle modalità stabilite, a seconda delle situazioni, dal giudice.

Ma nel momento in cui, una legge mi dice che, tranne in casi particolari e per presupposti ben precisi, la regola generale è quella dell’affidamento condiviso, vuol dire che, indipendentemente dal tempo che ciascuno genitore trascorre con i figli, determinato da diverse variabili, quali anche la logistica e la distanza, non ci sono genitori di serie A e genitori di serie B.

Entrambi i genitori hanno pari diritti e pari doveri.

Non c’è scritto da nessuna parte del codice che io genitore non “collocatario”, altra invenzione della giurisprudenza, devo far visita a mio figlio, o frequentarlo…..Ma sono genitore a pieno, come l’altro. Purtroppo sono i provvedimenti dei giudici che utilizzano tali termini, e che non fanno altro che aumentare la conflittualità, tra ex coniugi.

Se ci fossero provvedimenti più giusti, dove ogni parte si senta tutelata e garantita nei propri diritti, il conflitto diminuirebbe assolutamente.

L’art. 337 ter c.c. stabilisce, infatti, che il giudice adotta i provvedimenti relativialla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Anzi più in fondo nel medesimo articolo parla di tempi di permanenza  presso ciascun genitore.

La legge è fatta bene. Come spesso, accade, nel nostro paese abbiamo le migliori leggi che un Parlamento possa fare. Poi applicate male, anzi malissimo, o disapplicate purtroppo.

La legge 54/06 mette, infatti, sulla scorta anche della legislazione internazionale, in primo piano l’interesse preminente del bambino. E fin qui nulla quaestio. Stabilisce come, relativamente alle proprie risorse ogni genitore debba contribuire alla cura degli stessi. Stabilisce altresì, a seconda della situazione di quella specifica famiglia, i tempi di permanenza presso ciascun genitore. Cioè quanto tempo sta con uno e quanto con l’altro. Che dipenderà da tante cose. Dall’accordo degli stessi genitori, dal lavoro di ciascuno di essi. Dalla lontananza e via dicendo.

Ma non dal fatto che c’è un genitore privilegiato e un altro che semplicemente (sol perché è il padre ahimè) può semplicemente vederlo e fargli visita.

La legge non dice tu genitore privilegiato, il collocatario, tieni il figlio tot tempo e tu genitore non collocatario, lo visiti come io giudice decido. Stiamo parlando di figli e di genitori, di diritti inviolabili e costituzionalmente garantiti e all’uno e all’altro. Stiamo parlando di un  rapporto genitoriale ormai cambiato socialmente e antropologicamente.

La legge sull’affidamento condiviso, nasce, infatti, anche da un esigenza sociale che già da anni si sentiva esplodere. La società cambia, si evolve anche repentinamente a volte, e le leggi devono farlo con lei.

Il ruolo del padre e della madre sono totalmente cambiati: da una  parte, giustamente, la figura della madre, non più casalinga, che non è più necessariamente colei che sta a casa e che alla fine di un matrimonio può da sola continuare a prendersi cura dei figli. Ma anche lei adesso lavora e anche lei ha difficoltà prendersi cura dei propri figli. Dall’altra però abbiamo anche la figura dei padri, a essere cambiata, diversa dalla generazioni precedenti. Non più padri che portavano solo lo stipendio a casa e che non avevano mai cambiato un pannolino, e che non ci pensavano minimamente a farlo. Sono padri, questi, che hanno allattato, che hanno cambiato pannolini, che hanno fatto notti insonni insieme alla proprie compagne. Che portano i loro figli a scuola o al parco. E la fine di un  matrimonio non deve certamente interrompere tutto ciò.

Per questo la legge 54/06 parla per la prima volta di bigenitorialità. Due genitori con pari diritti e doveri nei confronti dei propri figli. Bigenitorialità  a parole, in una legge, secondo me ben fatta, ma disattesa totalmente dopo 14 anni dalla sua entrata in vigore. Il discorso ovviamente è complesso e non mancherà occasione di approfondirlo. Ma quanta rabbia  mi viene quando leggo sulle ordinanze o ancor peggio su sentenze questi termini frequentazione, diritto di visita.

Dietro l’utilizzo di questi termini, costruiti dalla giurisprudenza, si nasconde la palese volontà di non volere applicare, nella sua massima interpretazione la legge sull’affidamento condiviso, rimanendo ancorati a retaggi culturali inutili e anacronistici. E lo dico da donna e da madre, consapevole di essere la parte privilegiata. E altrettanto svilita e frustrata da professionista, non potendo far riconoscere a pieno quei diritti sacrosanti che una legge riconosce ai padri. 

E mi metto, in tal senso,  nei panni di quei padri, che per colpa assolutamente di tanti altri, che in passato, ma non solo, assenti e latitanti, non chiedono altro che di continuare a fare il padre così come lo facevano durante il matrimonio. Che il fatto che non amino più la propria compagna o moglie non vuol dire che non amino più i loro figli. E al dolore si aggiunge il dolore di non poter vivere più quella quotidianità, quei piccoli momenti dei loro figli e con i loro figli, ma frequentarli nonostante una legge, apparentemente, gli riconosca il diritto di essere genitore a tutti gli effetti.

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